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L’apologia del cesto di Natale in Nigeria

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Ci siamo. Il momento tanto atteso è arrivato.
A poche settimane dal Natale, schiere di consumatori si riversano per le strade alla ricerca del regalo perfetto per parenti ed amici. I pochi fortunati che hanno le idee chiare, hanno già provveduto agli acquisti in tempi non sospetti (tipo saldi di fine luglio) e ora sono a casa, tranquilli, a godersi i pomeriggi del week end con i piedi su un pouf di finto cuoio e il telecomando in mano, alla ricerca della solita tripletta natalizia “film per famiglie nuovo-film natalizio classico- film per ragazzi pseudo-natalizio”.

Per tutti gli altri scatta la caccia grossa alla perfetta merdaviglia. Ci provano in tutti i modi: c’è chi affolla i centri commerciali alla ricerca di quell’oggetto sicuramente indispensabile in ogni casa che si rispetti e riempiono i carrelli con avvitariccioli a onde sonore, levapelucchi al profumo di salvia, pot-pourri alla cipolla e cardamomo, cavaturaccioli a forma di rinoceronte albino, portaincenso con allarme antincendio incorporato; c’è poi chi si affida al classico pacco “agenda+panettone+ bottiglia”, ma volendo dare un tocco esotico, ci infila dentro un ananas fresco, dimenticandoselo davanti alla stufa a pellet per due settimane; ma c’è anche una nutrita schiera che decide di provare l’ebbrezza della composizione di un cesto natalizio.
Ora, allestire una composizione di generi alimentari che rechi soddisfazione a chi lo riceve non è da tutti. Innanzitutto bisognerebbe partire da una buona conoscenza dei gusti del ricevente. O, almeno, sarebbe opportuno conoscerne la cartella clinica, giusto per evitare di regalare una selezione di farine per polenta ad un celiaco o una gamma infinita di cioccolatini ripieni ad un diabetico. Nel dubbio, molti si affidano a negozi da gourmet, che propongono scelte multiformi di alimenti ricercati, corredati da certificati altisonanti (DOC, DOP, MOP, COOP…).

In Nigeria l’uso di regalare cesti natalizi è abbastanza comune.
Non perché manchino oggetti merdavigliosi, chiaro, ma perché il cibo è ancora fondamentalmente un privilegio di pochi. Se poi aggiungi alcuni oggetti utili per la vita di tutti i giorni, meglio ancora: et voilà il regalo perfetto. Per cui, già da alcune settimane, in tutti i supermercati, intere corsie sono riservate all’esposizione e vendita di cesti preconfezionati.
A prima vista, quasi una tentazione.
Ma anni di esperienza mi hanno insegnato a diffidare. Già, perché basta una seconda occhiata per rendersi conto che, spesso, dietro al cellophane trasparente a stampa natalizia e ai fiocchi glitterati, si nascondono veri e propri obbrobri.
Innanzitutto il cesto: strano a dirsi, in un paese in cui le palme non le devi piantare perché crescono anche sopra ai muri, eppure i cesti in foglie di palma sono una merce rara. E costosa. Quindi la base delle composizioni generalmente è una bacinella di plastica, a forma di cesto natalizio, spesso di una tenue tonalità marroncina che si può solo definire diarrea di gatto. Ma siamo solo all’inizio, perché una volta superato il primo ostacolo, ovvero una decina di metri di scotch modello americano che avvolge il tutto, finalmente vengono alla luce i reperti più sconvolgenti.
Lattine di pelati di sottomarca cinese scadute nel dicembre del 2001, scatole di sardine sotto brina aromatizzate al pomodoro, pacchi di corn flakes sfondati che finiscono col creare uno spettacolare effetto imballo, barrette di cioccolato “svizzero” ( seeee… certo) che come minimo si sono fatte un mese e più di mare, chiuse nel container, e quindi non hanno più una forma (ma meno male che la confezione tiene il tutto insieme), biscotti sbriciolati al gusto di segatura (ottimi in realtà come deumidificatori), set di calici da vino in finto vetro e vera plastica, bottiglie di sciampeign aromatizzato al brandy, bottiglie di brandy aromatizzato allo sciampeign, teglie da forno con scritto “Barilla”, residuo di qualche promozione finita male, rotoli di carta igienica profumati al gelsomino (e non vi dico, una volta in uso, che connubio!), bidoni di succhi di frutta 100% naturali al gusto colorante E112, fazzoletti usa e … gettali prima che loro gettino te, Arbre Magic al profumo di detersivo per i piatti, detersivo per i piatti al profumo di Arbre Magic, sapone per il corpo al profumo di candeggina, flaconi di candeggina al profumo di rosa selvatica (usati tutti insieme pare allontanino ogni genere di parassiti), confezioni di latte in polvere già mezzo diluito, confezioni di spaghetti precotti che basta annusarli, würstel in scatola (no comment), mix di verdure improponibili in latte altrettanto improponibileche si aprono solo con la fiamma ossidrica, legumi essiccati e affumicati (per non lasciare nulla di intentato in fatto di conservazione).
Ecco, io sono pronta ad ogni genere di esperienza, ma…come dire… se davvero volete farmi un regalo gradito, posso fin da ora comunicarvi che mi si è appena rotto lo scopino del cesso

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Cesti di Natale in un supermercato nigeriano

Ci siamo. Il momento tanto atteso è arrivato.
A poche settimane dal Natale, schiere di consumatori si riversano per le strade alla ricerca del regalo perfetto per parenti ed amici. I pochi fortunati che hanno le idee chiare, hanno già provveduto agli acquisti in tempi non sospetti (tipo saldi di fine luglio) e ora sono a casa, tranquilli, a godersi i pomeriggi del week end con i piedi su un pouf di finto cuoio e il telecomando in mano, alla ricerca della solita tripletta natalizia “film per famiglie nuovo-film natalizio classico- film per ragazzi pseudo-natalizio”.

Per tutti gli altri scatta la caccia grossa alla perfetta merdaviglia. Ci provano in tutti i modi: c’è chi affolla i centri commerciali alla ricerca di quell’oggetto sicuramente indispensabile in ogni casa che si rispetti e riempiono i carrelli con avvitariccioli a onde sonore, levapelucchi al profumo di salvia, pot-pourri alla cipolla e cardamomo, cavaturaccioli a forma di rinoceronte albino, portaincenso con allarme antincendio incorporato; c’è poi chi si affida al classico pacco “agenda+panettone+ bottiglia”, ma volendo dare un tocco esotico, ci infila dentro un ananas fresco, dimenticandoselo davanti alla stufa a pellet per due settimane; ma c’è anche una nutrita schiera che decide di provare l’ebbrezza della composizione di un cesto natalizio.
Ora, allestire una composizione di generi alimentari che rechi soddisfazione a chi lo riceve non è da tutti. Innanzitutto bisognerebbe partire da una buona conoscenza dei gusti del ricevente. O, almeno, sarebbe opportuno conoscerne la cartella clinica, giusto per evitare di regalare una selezione di farine per polenta ad un celiaco o una gamma infinita di cioccolatini ripieni ad un diabetico. Nel dubbio, molti si affidano a negozi da gourmet, che propongono scelte multiformi di alimenti ricercati, corredati da certificati altisonanti (DOC, DOP, MOP, COOP…).

In Nigeria l’uso di regalare cesti natalizi è abbastanza comune.
Non perché manchino oggetti merdavigliosi, chiaro, ma perché il cibo è ancora fondamentalmente un privilegio di pochi. Se poi aggiungi alcuni oggetti utili per la vita di tutti i giorni, meglio ancora: et voilà il regalo perfetto. Per cui, già da alcune settimane, in tutti i supermercati, intere corsie sono riservate all’esposizione e vendita di cesti preconfezionati.
A prima vista, quasi una tentazione.
Ma anni di esperienza mi hanno insegnato a diffidare. Già, perché basta una seconda occhiata per rendersi conto che, spesso, dietro al cellophane trasparente a stampa natalizia e ai fiocchi glitterati, si nascondono veri e propri obbrobri.
Innanzitutto il cesto: strano a dirsi, in un paese in cui le palme non le devi piantare perché crescono anche sopra ai muri, i cesti in foglie di palma sono una merce rara. E costosa. Quindi la base delle composizioni generalmente è una bacinella di plastica, a forma di cesto natalizio, spesso di una tenue tonalità marroncina che si può solo definire diarrea di gatto. Ma siamo solo all’inizio, perché una volta superato il primo ostacolo, ovvero una decina di metri di scotch modello americano che avvolge il tutto, finalmente vengono alla luce i reperti più sconvolgenti.
Lattine di pelati di sottomarca cinese scadute nel dicembre del 2001, scatole di sardine sotto brina aromatizzate al pomodoro, pacchi di corn flakes sfondati che finiscono col creare uno spettacolare effetto imballo, barrette di cioccolato “svizzero” ( seeee… certo) che come minimo si sono fatte un mese e più di mare, chiuse nel container, e quindi non hanno più una forma (ma meno male che la confezione tiene il tutto insieme), biscotti sbriciolati al gusto di segatura (ottimi in realtà come deumidificatori), set di calici da vino in finto vetro e vera plastica, bottiglie di sciampeign aromatizzato al brandy, bottiglie di brandy aromatizzato allo sciampeign, teglie da forno con scritto “Barilla”, residuo di qualche promozione finita male, rotoli di carta igienica profumati al gelsomino (e non vi dico, una volta in uso, che connubio!), bidoni di succhi di frutta 100% naturali al gusto colorante E112, fazzoletti usa e … gettali prima che loro gettino te, Arbre Magic al profumo di detersivo per i piatti, detersivo per i piatti al profumo di Arbre Magic, sapone per il corpo al profumo di candeggina, flaconi di candeggina al profumo di rosa selvatica (usati tutti insieme pare allontanino ogni genere di parassiti), confezioni di latte in polvere già mezzo diluito, confezioni di spaghetti precotti che basta annusarli, würstel in scatola (no comment), mix di verdure improponibili in latte altrettanto improponibileche si aprono solo con la fiamma ossidrica, legumi essiccati e affumicati (per non lasciare nulla di intentato in fatto di conservazione).
Ecco, io sono pronta ad ogni genere di esperienza, ma…come dire… se davvero volete farmi un regalo gradito, posso fin da ora comunicarvi che mi si è appena rotto lo scopino del cesso