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Ballerine curvy e dove trovarle

Che “Amici” non sia esattamente un programma di divulgazione scientifica lo sappiamo. Che i giornalisti italiani diano spesso l’impressione di aver trovato l’abilitazione alla professione dentro l’Happy Meal è altrettanto poco sorprendente. Ma quando le due cose si incontrano, e nelle menti dei cacciatori di notizie-che-hanno-commosso-il-webbe balena l’infausta idea di andare a pescare dalla televisione, ecco che ci troviamo di fronte al baluardo del bieco clickbaiting emozionale.

La notizia del giorno è “Clicca qui per vedere l’esibizione di Vittoria, la ballerina curvy che ha avuto il coraggio di mostrare i suoi kg di troppo in tivvù facendo piangere tutti”.
A volte i giornali usano il termine “curvy” perché dire “cicciona” non sta bene, e già qui a me si rigira la testa di 180° come la bambina de L’Esorcista solo con i capelli un po’ più in ordine. Quando però si usa questa definizione per una ragazza lievemente più periforme della tipica eterea étoile, allora si toccano vette inesplorate di fastidio.

Io sapevo che bisognava avere coraggio per fare bunjee jumping, per indossare un vestito di maglina dei cinesi che dopo 15 minuti hai le ascelle alla soupe à l’oignon, per denunciare uno stalker, un sacco di coraggio a dire in giro che non vi perdete una puntata de Il Segreto e ancora di più per entrare da H&M il primo giorno di saldi, ma ora avere coraggio per sfoggiare una taglia 42 solo perché quelle che ci circondano sono una 38, fanculo, proprio no.

Ogni giorno della sua vita una donna deve avere il coraggio di non sentirsi inadeguata: perché se è magra allora è un osso per cani, se è sovrappeso è un boiler inchiavabile, se ha i fianchi da levatrice è una culona, se ha le chiappe puntute eh ma dov’è la ciccia da tastare, se ha i muscoli mamma mia pare un uomo, se è morbida è un budino molliccio e se mia nonna avesse avuto le ruote sarebbe stata una carriola. Ogni giorno della sua vita ogni donna deve avere il coraggio ma soprattutto l’immane forza di non mandarvi a fanculo, tutti quanti voi giudici dell’aspetto fisico altrui, con il biglietto di prima classe e possibilmente solo andata, perché io vorrei proprio vederle le vostre facce e il vostro fisichino quando vi arrogate il diritto di stabilire cosa sia bello e cosa no, cosa sia giusto e cool e adeguato agli standard.

Il termine curvy piace perché è politically correct, è come il tubino nero, è fine e non impegna: passate dal chiamare curvy donne obese, e quindi malate, passando in maniera irresponsabile il concetto di accettazione incondizionata del proprio corpo perfino nei casi in cui metta a serio rischio la salute, al chiamare curvy una ragazza tonica e allenata che semplicemente ha un paio di cm di girocoscia di troppo, allontanandola così dall’ideale di una magrezza che, poverina, non possiede ma oh che coraggio a farsi vedere con quel corpo lì.

Quel corpo lì sarebbe un corpo normale. Il corpo che “ha il coraggio di mostrare” è un corpo che non dovrebbe richiedere nessun appello al coraggio.

Abbiate voi, ineffabili etichettatori, il coraggio di guardarvi allo specchio e di chiedervi se forse non è anche colpa vostra se oggi, per mostrarci come siamo senza sentirci dei bidoni dell’umido, dobbiamo avere coraggio.

Che “Amici” non sia esattamente un programma di divulgazione scientifica lo sappiamo.

Che i giornalisti italiani diano spesso l’impressione di aver trovato l’abilitazione alla professione dentro l’Happy Meal è altrettanto poco sorprendente.

Ma quando le due cose si incontrano, e nelle menti dei cacciatori di notizie-che-hanno-commosso-il-webbe balena l’infausta idea di andare a pescare dalla televisione, ecco che ci troviamo di fronte al baluardo del bieco clickbaiting emozionale.

La notizia del giorno è “Clicca qui per vedere l’esibizione di Vittoria, la ballerina curvy che ha avuto il coraggio di mostrare i suoi kg di troppo in tivvù facendo piangere tutti”.

A volte i giornali usano il termine “curvy” perché dire “cicciona” non sta bene, e già qui a me si rigira la testa di 180° come la bambina de L’Esorcista solo con i capelli un po’ più in ordine.

Quando però si usa questa definizione per una ragazza lievemente più periforme della tipica eterea étoile, allora si toccano vette inesplorate di fastidio.

Io sapevo che bisognava avere coraggio per fare bunjee jumping, per indossare un vestito di maglina dei cinesi che dopo 15 minuti hai le ascelle alla soupe à l’oignon, per denunciare uno stalker, un sacco di coraggio a dire in giro che non vi perdete una puntata de Il Segreto e ancora di più per entrare da H&M il primo giorno di saldi, ma ora avere coraggio per sfoggiare una taglia 42 solo perché quelle che ci circondano sono una 38, fanculo, proprio no.

Ogni giorno della sua vita una donna deve avere il coraggio di non sentirsi inadeguata: perché se è magra allora è un osso per cani, se è sovrappeso è un boiler inchiavabile, se ha i fianchi da levatrice è una culona, se ha le chiappe puntute eh ma dov’è la ciccia da tastare, se ha i muscoli mamma mia pare un uomo, se è morbida è un budino molliccio e se mia nonna avesse avuto le ruote sarebbe stata una carriola.

Ogni giorno della sua vita ogni donna deve avere il coraggio ma soprattutto l’immane forza di non mandarvi a fanculo, tutti quanti voi giudici dell’aspetto fisico altrui, con il biglietto di prima classe e possibilmente solo andata, perché io vorrei proprio vederle le vostre facce e il vostro fisichino quando vi arrogate il diritto di stabilire cosa sia bello e cosa no, cosa sia giusto e cool e adeguato agli standard.

Il termine curvy piace perché è politically correct, è come il tubino nero, è fine e non impegna: passate dal chiamare curvy donne obese, e quindi malate, passando in maniera irresponsabile il concetto di accettazione incondizionata del proprio corpo perfino nei casi in cui metta a serio rischio la salute, al chiamare curvy una ragazza tonica e allenata che semplicemente ha un paio di cm di girocoscia di troppo, allontanandola così dall’ideale di una magrezza che, poverina, non possiede ma oh che coraggio a farsi vedere con quel corpo lì.

Quel corpo lì sarebbe un corpo normale.

Il corpo che “ha il coraggio di mostrare” è un corpo che non dovrebbe richiedere nessun appello al coraggio.

Abbiate voi, ineffabili etichettatori, il coraggio di guardarvi allo specchio e di chiedervi se forse non è anche colpa vostra se oggi, per mostrarci come siamo senza sentirci dei bidoni dell’umido, dobbiamo avere coraggio.