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Christian Grey: chi era costui?

Venne il giorno che qualcuno mi chiese: E Christian? Ed io mi resi conto di non aver ancora dedicato un secondo di seria riflessione alla questione.

Christian GreyÈ stata una mia amica a farmelo notare, collegandolo a Seattle. Il nome si è frantumato nell’aria fresca del mattino in una polvere di eco nascoste, mentre io frugavo tra i ricordi alla ricerca di un volto. Sapevo di averlo già sentito da qualche parte.

Christian… Grey. Era forse un compagno di scuola dei miei figli? L’intuito allontanava l’ipotesi con forza, come se solo il suono bastasse a macchiarne l’innocenza in modo indelebile. Era un amico d’infanzia? Non riuscivo a collocarlo a Biella, la cittadina del tessile. Un parente? Questo potevo senz’altro escluderlo, anche nel buio della mia ignoranza.

Christian Grey stanza delle torturePoi l’ingranaggio ha fatto click e il nome ha aperto una breccia tra le nebbie. Christian Grey era l’uomo con la stanza rossa delle torture. Quella di fianco al salotto buono.

Lo so perfettamente perché la notizia è di pubblico dominio. Per mesi non si è parlato d’altro, e chiunque neghi una conoscenza intima con Christian nega l’evidenza.

Innanzitutto volevo capire l’origine dell’impulso creativo che aveva partorito un personaggio del genere. Perché, a dir la verità, udendo il rumore del tagliaerba in sottofondo e osservando gli scoiattoli nutrirsi di nocciole, non mi veniva quello strano formicolio alla pancia.

Il primo passo era leggere il libro.

ragazze al cinemaIn Italia ero andata a vedere il film al cinema con una comitiva di amiche. L’uscita aveva il tono di quelle gite alle medie, dove ci si siede nell’ultima fila del pullman per ridacchiare e tirarsi allegre gomitate. Non eravamo partite col piede giusto, ma il film era obiettivamente brutto e noi obiettivamente sceme.

Il libro, però, apriva nuove prospettive. Non mi andava di liquidarlo col sopracciglio alzato. Ero certa che, se milioni di persone l’avevano letto, il richiamo non poteva limitarsi alle scene piccanti o a una rivisitazione di Cenerentola in chiave hardcore.

Di recensioni ne avevo lette parecchie, invece.

risottoMi piace leggere le recensioni perché sono riflessioni di lettori diligenti. Sono gli stessi che quando mangiano un risotto non si limitano a deglutire, ma individuano la rotondità di ogni chicco di riso. Assaporano le parole, ponderano i capitoli, si inebriano dei pensieri inconsci dell’autore e ne diventano portavoce, il più delle volte in modo del tutto arbitrario. Spesso le recensioni sono molto più interessanti dei libri stessi.

Mi piace leggere anche quelle fumose dei critici, con giudizi così netti che ringrazi il cielo non si tratti di tua suocera.

Il romanzo, ricordo, aveva suscitato un vespaio. Chi lo considerava un capolavoro, chi una porcheria dozzinale. Se avessero dovuto fare uno schieramento al fronte, senz’altro avrebbe vinto “l’esercito della porcheria”: nettamente più numeroso. Decisamente più agguerrito, tra l’altro. Rimpolpato da schiere di attivisti disposti al martirio, se necessario. Se evitabile, invece, pronti a rintanarsi sotto le coperte, nel silenzio della propria stanza, per leggerlo di nascosto. Perché altrimenti non si spiegherebbe la vittoria nelle vendite delle milizie opposte.

Per questa ragione, ho lasciato da parte aspettative e valutazioni, limitandomi a immergermi nella lettura. Vediamo un po’ dove mi porta questa storia, mi sono detta.

disegno stilizzato di Christian GreyMi ha portata dritta dritta a casa di Grey, un uomo ricchissimo ed eternamente spettinato. Ecco, se c’è una caratteristica che mi ha colpito veramente di lui è la mancanza di una spazzola. Non aveva mai i capelli a posto. Mai. Neppure una volta. Per sua fortuna, nella trama, questo fattore giocava a suo favore. L’aria disordinata esaltava la muscolatura e l’incarnato. Si abbinava divinamente persino ai pantaloni del pigiama, che gli ricadevano sui fianchi lasciando poco all’intuizione. Doveva avere fianchi scivolosi come squame di pesce.

Più le ciocche si ricomponevano in nuove insospettate combinazioni, più lui emanava sensualità. Avrebbe potuto sfidare un algoritmo matematico. Ne ero consapevole io, da lettrice, ma anche Anastasia, la protagonista. Da semplice gallina dalle uova d’oro i capelli lo trasformavano in Apollo, dio del sole.

Nello stupirci insieme di una tale meraviglia, io e Anastasia siamo diventate complici.

capelli con stagnolaD’altronde io e lei eravamo simili, frequentavamo lo stesso parrucchiere svogliato, ci svegliavamo sullo stesso cuscino che strapazza, elettrizza e accende la chioma di entusiasmo mattutino. Quando lo specchio rifletteva la nostra immagine, sapevamo con assoluta certezza che quello non era un look, ma un male da estirpare.

Mentre Grey riluceva, noi sbiadivamo.

Tanta bellezza però era compensata da un’antipatia fuori dal comune, da una pressoché assenza di senso dell’ironia.

Eppure l’autrice ne era provvista, così come la nostra eroina. Lo sappiamo soprattutto grazie al pensato che, segnalato dalle virgolette, ci faceva entrare nell’immaginario profondo di Anastasia. Raramente vocalizzate, le riflessioni seguivano i voli pindarici di una ventenne che si esprimeva come una cinquantenne in preda a una tempesta ormonale, ma se non altro erano comprensibili. E se confessassi che in qualche occasione mi hanno persino strappato un sorriso? Sarei gettata in pasto all’esercito della porcheria e derisa dagli avversari?

virgolette dentro a nuvolettaTanto vale allora che aggiunga anche questo: se si estraesse tutto il virgolettato dal libro per configurarne uno nuovo, si otterrebbe un romanzo comico. Addio all’erotismo, e pronti al lancio di “Cinquanta sfumature di pernacchie”.

Il mio verdetto di lettrice diligente, in definitiva, è che la storia si compone di due anime, soprattutto all’inizio: una buffa, ai limiti del farsesco, e una oscura. Non mi addentrerei nella seconda, perché il mio animo torinese potrebbe essere sopraffatto dall’imbarazzo. Ma quella divertente è stata una vera e propria rivelazione. Se non fosse stata presente il romanzo sarebbe finito nei banchi polverosi delle edicole e abbandonato nel dimenticatoio delle letture estive.

Nessuno avrebbe sopportato Christian per un istante, non l’avrebbe salvato neppure il pigiama alle ginocchia: la sua saccenteria, prepotenza e mania per i gadget grandi e piccoli, dall’elicottero al dilatatore anale. Oddio, l’ho detto. La mia zona di comfort è stata valicata senza ritorno. Esiste un aggeggio per l’espansione degli orifizi di sbocco. Ora lo sapete e io ho superato un blocco emotivo. Ah, è quasi liberatorio. Dilatatore anale. Dovevo venire in America per pronunciarlo senza freni.

PorscheMan mano che si prosegue però gli interrogativi si infittiscono: ci si chiede perché la protagonista rinunci a indossare maglioncini infeltriti per stupidi vestiti firmati, a mangiare junk-food per canard à l’orange, alla sua macchina con marmitta catalitica per una Porsche nuova di zecca. Ce lo si chiede davvero, col sentore che rinunciare a se stesse non è poi così male.

Ci si chiede, insomma, cosa spinge una ragazza dotata di un umorismo discreto a piegarsi al volere di un sadico.

campus aziendale a SeattleÈ la stessa domanda che affligge molti casi di cronaca, in Italia come altrove. Eppure, da questa parte di mondo, in mezzo alle fronde dei cedri e tra i campus delle aziende informatiche, tutto mi aspettavo fuorché di incontrare un uomo del genere. Che la bolla dell’economia tecnologica celasse al suo interno un baco nel sistema?

Forse ero arrivata a Seattle troppo tardi. Le aziende con cui sono venuta in contatto finora offrono programmi sulla diversità e l’inclusione, hanno dipendenti dall’apparenza del tutto ordinaria, senza mascelle prominenti o oggetti sadomaso nel taschino. Almeno credo, ho guardato con attenzione ultimamente.

Christian nel frattempo aveva già fatto le valige sulla breccia della celebrità mondiale, e si era trasferito altrove.

Ma chi è realmente? Qual è l’identikit che emerge dal calderone limaccioso dell’immaginario collettivo?

Senza dubbio è un uomo con problemi di comunicazione basica. Ha difficoltà a esprimersi, non fornisce motivazioni ragionate, ha l’intelligenza emotiva di un sedano.

christian grey vulnerabileMa è vulnerabile. Qualcosa di molto brutto gli è accaduto nell’infanzia, qualcosa che non mi è dato modo di sapere perché, verso gli ultimi capitoli, ho abbandonato la lettura prima di scoprirlo. Perché, lo confesso, ad un certo punto è capitato anche a me. Ho disertato. Dilaniata tra coloro che lo descrivevano come un inguaribile romantico e la sensazione sempre più pressante che si trattasse di uno stalker. Non solo. Uno stalker impacchettato in fronzoli romantici: bisognoso di protezione, di essere capito, aiutato, salvato. Un format talmente universale da trascendere i grattacieli di Seattle, i confini americani e approdare, con gli onori riservati ai grandi divi, da noi.

L’ispirazione a una storia spesso funziona come una grossa spugna che risucchia idee dall’etere. Non necessariamente da ciò di cui si ha esperienza diretta, ma da quegli elementi che funzionano come simboli e che i personaggi incarnano attraverso le loro azioni.

Christian è stato partorito da una mente femminile che ha colto la potenza di una relazione malata. Rispetto a questo, lo stile narrativo e la carente qualità del linguaggio passano quasi in secondo piano.

Forse ciò che mi turba di più non è il personaggio ma l’autrice. L’idea che una donna riesca abilmente a ridefinire l’idea di amore sostituendo il rispetto e la compassione con l’abuso e il piacere narcisistico. O forse il pubblico, recettivo a cogliere quest’ interpretazione. O forse Anastasia, che si lascia abbindolare. O forse io stessa, che sono arrivata fino al nono capitolo con un’unica, pressante domanda rimasta senza risposta: ma chi faceva le pulizie nella stanza delle torture?

Dal blog: Un’italiana nel Nuovo MondoVenne il giorno che qualcuno mi chiese: E Christian? Ed io mi resi conto di non aver ancora dedicato un secondo di seria riflessione alla questione.

Christian GreyÈ stata una mia amica a farmelo notare, collegandolo a Seattle. Il nome si è frantumato nell’aria fresca del mattino in una polvere di eco nascoste, mentre io frugavo tra i ricordi alla ricerca di un volto. Sapevo di averlo già sentito da qualche parte.

Christian… Grey. Era forse un compagno di scuola dei miei figli? L’intuito allontanava l’ipotesi con forza, come se solo il suono bastasse a macchiarne l’innocenza in modo indelebile. Era un amico d’infanzia? Non riuscivo a collocarlo a Biella, la cittadina del tessile. Un parente? Questo potevo senz’altro escluderlo, anche nel buio della mia ignoranza.

Christian Grey stanza delle torturePoi l’ingranaggio ha fatto click e il nome ha aperto una breccia tra le nebbie. Christian Grey era l’uomo con la stanza rossa delle torture. Quella di fianco al salotto buono.

Lo so perfettamente perché la notizia è di pubblico dominio. Per mesi non si è parlato d’altro, e chiunque neghi una conoscenza intima con Christian nega l’evidenza.

Innanzitutto volevo capire l’origine dell’impulso creativo che aveva partorito un personaggio del genere. Perché, a dir la verità, udendo il rumore del tagliaerba in sottofondo e osservando gli scoiattoli nutrirsi di nocciole, non mi veniva quello strano formicolio alla pancia.

Il primo passo era leggere il libro.

ragazze al cinemaIn Italia ero andata a vedere il film al cinema con una comitiva di amiche. L’uscita aveva il tono di quelle gite alle medie, dove ci si siede nell’ultima fila del pullman per ridacchiare e tirarsi allegre gomitate. Non eravamo partite col piede giusto, ma il film era obiettivamente brutto e noi obiettivamente sceme.

Il libro, però, apriva nuove prospettive. Non mi andava di liquidarlo col sopracciglio alzato. Ero certa che, se milioni di persone l’avevano letto, il richiamo non poteva limitarsi alle scene piccanti o a una rivisitazione di Cenerentola in chiave hardcore.

Di recensioni ne avevo lette parecchie, invece.

risottoMi piace leggere le recensioni perché sono riflessioni di lettori diligenti. Sono gli stessi che quando mangiano un risotto non si limitano a deglutire, ma individuano la rotondità di ogni chicco di riso. Assaporano le parole, ponderano i capitoli, si inebriano dei pensieri inconsci dell’autore e ne diventano portavoce, il più delle volte in modo del tutto arbitrario. Spesso le recensioni sono molto più interessanti dei libri stessi.

Mi piace leggere anche quelle fumose dei critici, con giudizi così netti che ringrazi il cielo non si tratti di tua suocera.

Il romanzo, ricordo, aveva suscitato un vespaio. Chi lo considerava un capolavoro, chi una porcheria dozzinale. Se avessero dovuto fare uno schieramento al fronte, senz’altro avrebbe vinto “l’esercito della porcheria”: nettamente più numeroso. Decisamente più agguerrito, tra l’altro. Rimpolpato da schiere di attivisti disposti al martirio, se necessario. Se evitabile, invece, pronti a rintanarsi sotto le coperte, nel silenzio della propria stanza, per leggerlo di nascosto. Perché altrimenti non si spiegherebbe la vittoria nelle vendite delle milizie opposte.

Per questa ragione, ho lasciato da parte aspettative e valutazioni, limitandomi a immergermi nella lettura. Vediamo un po’ dove mi porta questa storia, mi sono detta.

disegno stilizzato di Christian GreyMi ha portata dritta dritta a casa di Grey, un uomo ricchissimo ed eternamente spettinato. Ecco, se c’è una caratteristica che mi ha colpito veramente di lui è la mancanza di una spazzola. Non aveva mai i capelli a posto. Mai. Neppure una volta. Per sua fortuna, nella trama, questo fattore giocava a suo favore. L’aria disordinata esaltava la muscolatura e l’incarnato. Si abbinava divinamente persino ai pantaloni del pigiama, che gli ricadevano sui fianchi lasciando poco all’intuizione. Doveva avere fianchi scivolosi come squame di pesce.

Più le ciocche si ricomponevano in nuove insospettate combinazioni, più lui emanava sensualità. Avrebbe potuto sfidare un algoritmo matematico. Ne ero consapevole io, da lettrice, ma anche Anastasia, la protagonista. Da semplice gallina dalle uova d’oro i capelli lo trasformavano in Apollo, dio del sole.

Nello stupirci insieme di una tale meraviglia, io e Anastasia siamo diventate complici.

capelli con stagnolaD’altronde io e lei eravamo simili, frequentavamo lo stesso parrucchiere svogliato, ci svegliavamo sullo stesso cuscino che strapazza, elettrizza e accende la chioma di entusiasmo mattutino. Quando lo specchio rifletteva la nostra immagine, sapevamo con assoluta certezza che quello non era un look, ma un male da estirpare.

Mentre Grey riluceva, noi sbiadivamo.

Tanta bellezza però era compensata da un’antipatia fuori dal comune, da una pressoché assenza di senso dell’ironia.

Eppure l’autrice ne era provvista, così come la nostra eroina. Lo sappiamo soprattutto grazie al pensato che, segnalato dalle virgolette, ci faceva entrare nell’immaginario profondo di Anastasia. Raramente vocalizzate, le riflessioni seguivano i voli pindarici di una ventenne che si esprimeva come una cinquantenne in preda a una tempesta ormonale, ma se non altro erano comprensibili. E se confessassi che in qualche occasione mi hanno persino strappato un sorriso? Sarei gettata in pasto all’esercito della porcheria e derisa dagli avversari?

virgolette dentro a nuvolettaTanto vale allora che aggiunga anche questo: se si estraesse tutto il virgolettato dal libro per configurarne uno nuovo, si otterrebbe un romanzo comico. Addio all’erotismo, e pronti al lancio di “Cinquanta sfumature di pernacchie”.

Il mio verdetto di lettrice diligente, in definitiva, è che la storia si compone di due anime, soprattutto all’inizio: una buffa, ai limiti del farsesco, e una oscura. Non mi addentrerei nella seconda, perché il mio animo torinese potrebbe essere sopraffatto dall’imbarazzo. Ma quella divertente è stata una vera e propria rivelazione. Se non fosse stata presente il romanzo sarebbe finito nei banchi polverosi delle edicole e abbandonato nel dimenticatoio delle letture estive.

Nessuno avrebbe sopportato Christian per un istante, non l’avrebbe salvato neppure il pigiama alle ginocchia: la sua saccenteria, prepotenza e mania per i gadget grandi e piccoli, dall’elicottero al dilatatore anale. Oddio, l’ho detto. La mia zona di comfort è stata valicata senza ritorno. Esiste un aggeggio per l’espansione degli orifizi di sbocco. Ora lo sapete e io ho superato un blocco emotivo. Ah, è quasi liberatorio. Dilatatore anale. Dovevo venire in America per pronunciarlo senza freni.

PorscheMan mano che si prosegue però gli interrogativi si infittiscono: ci si chiede perché la protagonista rinunci a indossare maglioncini infeltriti per stupidi vestiti firmati, a mangiare junk-food per canard à l’orange, alla sua macchina con marmitta catalitica per una Porsche nuova di zecca. Ce lo si chiede davvero, col sentore che rinunciare a se stesse non è poi così male.

Ci si chiede, insomma, cosa spinge una ragazza dotata di un umorismo discreto a piegarsi al volere di un sadico.

campus aziendale a SeattleÈ la stessa domanda che affligge molti casi di cronaca, in Italia come altrove. Eppure, da questa parte di mondo, in mezzo alle fronde dei cedri e tra i campus delle aziende informatiche, tutto mi aspettavo fuorché di incontrare un uomo del genere. Che la bolla dell’economia tecnologica celasse al suo interno un baco nel sistema?

Forse ero arrivata a Seattle troppo tardi. Le aziende con cui sono venuta in contatto finora offrono programmi sulla diversità e l’inclusione, hanno dipendenti dall’apparenza del tutto ordinaria, senza mascelle prominenti o oggetti sadomaso nel taschino. Almeno credo, ho guardato con attenzione ultimamente.

Christian nel frattempo aveva già fatto le valige sulla breccia della celebrità mondiale, e si era trasferito altrove.

Ma chi è realmente? Qual è l’identikit che emerge dal calderone limaccioso dell’immaginario collettivo?

Senza dubbio è un uomo con problemi di comunicazione basica. Ha difficoltà a esprimersi, non fornisce motivazioni ragionate, ha l’intelligenza emotiva di un sedano.

christian grey vulnerabileMa è vulnerabile. Qualcosa di molto brutto gli è accaduto nell’infanzia, qualcosa che non mi è dato modo di sapere perché, verso gli ultimi capitoli, ho abbandonato la lettura prima di scoprirlo. Perché, lo confesso, ad un certo punto è capitato anche a me. Ho disertato. Dilaniata tra coloro che lo descrivevano come un inguaribile romantico e la sensazione sempre più pressante che si trattasse di uno stalker. Non solo. Uno stalker impacchettato in fronzoli romantici: bisognoso di protezione, di essere capito, aiutato, salvato. Un format talmente universale da trascendere i grattacieli di Seattle, i confini americani e approdare, con gli onori riservati ai grandi divi, da noi.

L’ispirazione a una storia spesso funziona come una grossa spugna che risucchia idee dall’etere. Non necessariamente da ciò di cui si ha esperienza diretta, ma da quegli elementi che funzionano come simboli e che i personaggi incarnano attraverso le loro azioni.

Christian è stato partorito da una mente femminile che ha colto la potenza di una relazione malata. Rispetto a questo, lo stile narrativo e la carente qualità del linguaggio passano quasi in secondo piano.

Forse ciò che mi turba di più non è il personaggio ma l’autrice. L’idea che una donna riesca abilmente a ridefinire l’idea di amore sostituendo il rispetto e la compassione con l’abuso e il piacere narcisistico. O forse il pubblico, recettivo a cogliere quest’ interpretazione. O forse Anastasia, che si lascia abbindolare. O forse io stessa, che sono arrivata fino al nono capitolo con un’unica, pressante domanda rimasta senza risposta: ma chi faceva le pulizie nella stanza delle torture?

 

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