adesso!

Consigli utili per un trasloco perfetto alla Casa Bianca.

La notizia è questa: a più di sei mesi dall’insediamento di Trump alla Casa Bianca, Melanie ha lasciato la residenza di New York per trasferirsi definitivamente a 2000 mq dalla mitica Stanza Ovale.

Fino a ieri la First Lady e l’unico pargolo (ma conoscendo la motilità degli spermatozoi presidenziali, non è detto) della coppia più potente del mondo, avevano trascinato la loro solitaria esistenza (a parte qualche vagonata di guardie del corpo, due plotoni di marines, mezzo personale della CIA, una milionata di telecamere e metal detector in funzione) nella Trump Tower di N.Y City, nell’attesa che la creatura finisse la “fifth grade” corrispondente alla quinta elementare italiana.

Non era mai successo prima che un Presidente abitasse la Casa Bianca senza moglie al rimorchio, ma, si sa, i tempi evolvono e le modelle slovene si incaponiscono più di un capo dell’FBI quando prendono la decisione di resistere perfino al loro President.

«Il baby e la scuola prima di tutto» ha sentenziato Melanie e non ci sono stati santi che Donald non abbia tirato giù dal cielo a stelle e a strisce per convincerla del contrario.

Da figlia di genitori che erano nella stessa situazione almeno una volta l’anno, ne so tanto da solidarizzare con Melanie e Barron oltre ogni ragionevole dubbio.

Mio padre aveva un lavoro che lo portava in giro per la Penisola più di un circo Orfei in piena attività e noi dovevamo arrancargli dietro come un piccola tribù nomade della steppa kirghiza.

Per cui ogni volta era far sù fagotto e spostarsi, perché mamma diceva che l’aveva sposato «non per vedere solo la sua schiena che usciva dal vialetto e la piantava in terrazzo a salutarlo» come uno dei suoi amati gerani edera.

Ma siccome mia sorella ed io avevamo avuto la brutta idea di imparare a scrivere, leggere e far di conto, il limite imposto dal flagello delle migrazioni era la fine di ogni anno scolastico.

Quasi non mi ricordo quante scuole ho visto, le facce dei compagni o quelle delle maestre.

Di quegli anni ricordo solo gli scatoloni e la nostalgia per quello che avevo quasi appena trovato e stavo di nuovo per lasciare, caro Barron.

Perciò nessuno ti capisce più di me come ex bambina di quinta.

E nessuno prova più pena di me per Melanie, come figlia di una madre traslochista.

Studi clinici dimostrano che il trasloco è al terzo posto nella classifica degli eventi più stressanti.

Viene dopo un lutto e un divorzio, per dire.

E siccome io ne so oltre il dovuto, non posso che immaginare in quale stato d’animo la nostra First Gnocca stia vivendo queste ore.

Già imballare la roba negli scatoloni, per chi non l’abbia mai fatto, è un evento di proporzioni bibliche.
Senti a me Melanie…

Hai voglia a scrivere “Bicchieri del servizio buono” e “Piatti di porcellana regalo di zia Maria (c’è sempre una zia Mary): quei casinari dei traslocatori faranno in modo di farli finire sotto a tutto e al primo pranzo di gala ti troverai a mangiare coi piatti di carte di credito e calici di plastica oro zecchino.

Mai fare l’errore di mettere i valigioni delle coperte di cachemire per ultimi vicino al portone: te li ritroverai per primi da sballare nella nuova casa mentre annaspi alla ricerca del copriletto leggero di piqué. Con la conseguenza di dormire nel giugno più caldo della storia (vedi a battersene il cazzo del clima come fa Donald?) con il plaid scozzese peloso soprannominato in famiglia “sauna” .

Ricorda che le pentole vanno a portata di mano, se non vuoi campare per i primi giorni a panini prosciutto cotto e sottilette.

I tuoi effetti personali mettili nella borsa a tracolla: non sia mai che ti serva un Tampax al volo e debba fare come mamma quella volta che, in piena campagna, durante una sosta in trattoria, fu costretta ad usare i tovaglioli di carta a quadretti bianchi e rossi che facevano tanto “il marchese in villeggiatura”.

I vestiti vanno messi insieme al ferro, sennò può capitare di girare qualche giorno più stropicciati di un homeless nella metro. E prova a dover spiegare a chi ti guarda schifato “la mamma ha perso il ferro” senza che non chiamino i servizi sociali.

I libri di scuola vanno divisi dai romanzi. Per evitare di dover dire alla maestra “la mamma non trova più i libri di scuola, ma se vuole posso leggere ad alta voce i due volumi di Anna Karenina”.
I detersivi rimasti lasciali nella vecchia casa. Non sia mai che nel bagagliaio della 128 si apra l’ammoniaca sui panini per il viaggio e tocchi fermarsi in autogrill che “fanno solo panini di plastica, maledetta me”.

MA SOPRATTUTTO calcola bene gli spazi per ogni cosa.

Che tu non debba MAI far fare a tuo figlio un viaggio di 600 km con i piedi dentro una pentola a pressione per tenerla ferma “che sennò papà pensa che sia un rumore del motore”.

Naturalmente una volta arrivati al nuovo domicilio è tutto un percorso al contrario “metti la cera, togli la cera” in un pozzo di sconforto sempre più fondo.

Non si trova più una cippa, ma quel che è peggio è che ogni nuova casa non ha un minimo di decenza per avere stanze come la vecchia.

E quindi le cose da risistemare stanno male ovunque.

Come i lettini appaiati quando c’è posto solo per i letti a castello e le creature soffrono di vertigini e nessuna vuole stare al piano alto.

Come la cucina dove nella casa precedente avevi il bagno, per cui, di notte, può succederti di ritrovarti a fare pipì vicino al frigo.

Come la camera da letto più stretta che così i comodini liberty devi metterli in bagno come portacarta igienica (che vergogna per mobili del loro stile!).

O come lo specchio di nonna che non sai dove appenderlo perché c’è pieno di colonne, angoli e le pareti sono diverse.

Figuriamoci in una Stanza Ovale!

 

P.S.
Non disfarti mai di quella pentola a pressione. Lavala come si deve e conservala nei secoli, perché rischia di diventare un cimelio di famiglia tra i più cari. Quello dove ci saranno per sempre le impronte di tuo figlio bambino e l’eco delle risate di una famiglia vagabonda e felice.

trasloco, Casa Bianca

Trasloco alla Casa Bianca
Trasloco alla Casa Bianca

La notizia è questa: a più di sei mesi dall’insediamento di Trump alla Casa Bianca, Melanie ha lasciato la residenza di New York per trasferirsi definitivamente nei 2.000 mq della mitica Stanza Ovale.
Fino a ieri, la First Lady e Barron, l’unico pargolo (ma conoscendo la motilità degli spermatozoi presidenziali non è detto) della coppia più potente del mondo, avevano trascinato la loro solitaria esistenza (a parte qualche vagonata di guardie del corpo, due plotoni di marines, mezzo personale della CIA, una milionata di telecamere e metal detector in funzione) nella Trump Tower di N.Y City, nell’attesa che la creatura finisse la “fifth grade”, corrispondente alla quinta elementare italiana.
Non era mai successo prima che un presidente abitasse la Casa Bianca senza moglie al rimorchio ma si sa, i tempi evolvono e le modelle slovene si incaponiscono più di un capo dell’FBI quando prendono la decisione di resistere perfino al loro President.
“Il baby e la scuola prima di tutto” ha sentenziato Melanie e non ci sono stati santi che Donald non abbia tirato giù dal cielo a stelle e strisce per convincerla del contrario.

Da figlia di genitori che erano nella stessa situazione almeno una volta l’anno, ne so tanto da solidarizzare con Melanie e Barron oltre ogni ragionevole dubbio.
Mio padre aveva un lavoro che lo portava in giro per la Penisola più di un circo Orfei in piena attività e noi dovevamo arrancargli dietro come una piccola tribù nomade della steppa kirghiza.
Per cui ogni volta era far su fagotto e spostarsi, perché mamma diceva che l’aveva sposato “non per vedere solo la sua schiena che usciva dal vialetto e la piantava in terrazzo a salutarlo” come uno dei suoi amati gerani edera.
Ma siccome mia sorella ed io avevamo la brutta abitudine di dover almeno imparare a scrivere, leggere e far di conto, il limite imposto dal flagello delle migrazioni era la fine di ogni anno scolastico.
Quasi non mi ricordo quante scuole ho visto, le facce dei compagni o quelle delle maestre.
Di quegli anni ricordo solo gli scatoloni e la nostalgia per quello che avevo quasi appena trovato e stavo di nuovo per lasciare, caro Barron.
Perciò nessuno ti capisce più di me, come ex bambina di quinta.
E nessuno prova più pena di me per Melanie, come figlia di una madre traslochista.

Studi clinici dimostrano che il trasloco è al terzo posto nella classifica degli eventi più stressanti.
Viene dopo un lutto e un divorzio, per dire.
E siccome io ne so oltre il dovuto, non posso che immaginare in quale stato d’animo la nostra First Gnocca stia vivendo queste ore.
Già imballare la roba negli scatoloni, per chi non l’abbia mai fatto, è un evento di proporzioni bibliche.
Senti a me Melanie:
-Hai voglia a scrivere “Bicchieri del servizio buono” e “Piatti di porcellana regalo di zia Maria (c’è sempre una zia Mary).
Quei casinari dei traslocatori faranno in modo di farli finire sotto a tutto e al primo pranzo di gala ti troverai a mangiare coi piatti di carte di credito e calici di plastica oro zecchino.
-Mai fare l’errore di mettere i valigioni delle coperte di cachemire per ultimi, vicino al portone: te li ritroverai per primi da sballare nella nuova casa mentre annaspi alla ricerca del copriletto leggero di piqué.
Con la conseguenza di dormire nel giugno più caldo della storia (vedi a sbattersene il cazzo del clima come fa Donald chesuccede … ?) con il plaid scozzese peloso soprannominato in famiglia “sauna”.
-Ricorda che le pentole vanno a portata di mano, se non vuoi campare per i primi giorni a panini, prosciutto cotto e sottilette.
-I tuoi effetti personali mettili nella borsa a tracolla.
Non sia mai che ti serva un Tampax al volo e debba fare come mamma quella volta che in piena campagna, durante una sosta in trattoria, fu costretta ad usare i tovaglioli di carta a quadretti bianchi e rossi che facevano tanto “il marchese in villeggiatura”.
-I vestiti vanno messi insieme al ferro, sennò può capitare di dover girare più stropicciati di un homeless nella metro. E prova a spiegare a chi ti guarda schifato “la mamma ha perso il ferro” senza che non chiamino i servizi sociali.
-I libri di scuola vanno divisi dai romanzi, per evitare di dover dire alla maestra “la mamma non trova più i libri di scuola, ma se vuole posso leggere ad alta voce i due volumi di “Anna Karenina”.
-I detersivi rimasti lasciali nella vecchia casa.
Non sia mai che nel bagagliaio della 128 si apra l’ammoniaca sui panini per il viaggio e tocchi fermarsi in autogrill che “fanno solo panini di plastica, maledetta me”.

MA SOPRATTUTTO calcola bene gli spazi per ogni cosa: che tu non debba MAI far fare a tuo figlio un viaggio di 600 km con i piedi dentro una pentola a pressione per tenerla ferma “che sennò papà pensa che sia un rumore del motore”.
Naturalmente, una volta arrivati al nuovo domicilio, è tutto un percorso al contrario, “metti la cera, togli la cera …” in un pozzo di sconforto sempre più fondo.
Non si trova più una cippa, ma quel che è peggio è che ogni nuova casa non ha un minimo di decenza per avere stanze come la vecchia.
E quindi le cose da risistemare stanno male ovunque.
Come i lettini appaiati quando c’è posto solo per i letti a castello e le creature soffrono di vertigini e nessuna vuole stare al piano alto.
Come la cucina, dove nella casa precedente avevi il bagno, per cui, di notte, può succederti di ritrovarti a fare pipì vicino al frigo.
Come la camera da letto più stretta che così i comodini liberty devi metterli in bagno come portacarta igienica (che vergogna, per mobili del loro stile!).
O come lo specchio di nonna che non sai dove appenderlo perché è pieno di colonne, angoli e le pareti sono diverse.
Figuriamoci in una Stanza Ovale!

P.S.
Non disfarti mai di quella pentola a pressione.
Lavala come si deve e conservala nei secoli, perchè rischia di diventare un cimelio di famiglia tra i più cari, quello dove ci saranno per sempre le impronte di tuo figlio bambino e l’eco delle risate di una famiglia vagabonda e felice.