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A cosa servono le spalle?

spalle amiche

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LE DOMANDE A RAFFICA che mi faceva mio figlio da piccolo erano decisamente tradimentose (perchè come cazzpita facevi a rispondere a uno dei bambini più curiosamente insidiosi del Nord Ovest ?).
Tipo: “Come fanno a far pipì le galline?”, “Perchè non posso bere la supposta che mi fa meno male?” e “Come fanno a starci tutte quelle casse dei morti in cielo?”

Ma un giorno fece quella più importante:
“A cosa servono le spalle?”

Ora che lo chiedesse un nano di 5 anni, all’improvviso, nel salone della parrucchiera dove lo avevo portato a tagliare i capelli e dove la povera ragazza addetta alla bisogna cercava di farlo stare fermo (che di farlo stare zitto non c’è mai riuscita neanche la laringite più bastarda) mi spinse, visto il luogo e la situazione a rispondere l’ovvio e il facilissimo “A tenere su la testa”.

Dovevo immaginarlo, anche se obiettivamente lo conoscevo da poco frequentandolo da soli 5 anni, che mi sarei infilata in un trappolone apocalittico nel quale trovarono terreno fertile perle pieroangelesche quali “Se mi rompo le spalle la testa casca giù?… se mi metto lo zaino pesante mi viene mal di testa?… e allora a cosa serve il collo..?”.

Tutto questo mi è tornato in mente oggi,  splendida domenica piovosa da almeno 6 mesi di azzurro il pomeriggio è troppo azzurro per me, mentre riflettevo sui percorsi della vita.
Perchè diciamolo, le grandi idee, le correnti filosofiche, le poesie immortali sono nate sicuramente nei giorni piovosi e intimi di uno scorcio d’autunno o di una riluttante primavera, quando l’inclinazione a ripiegarsi tra se stessi e il plaid sul divano si fa legge universale.

Non a caso mi è ritornata quella domanda, alla quale se non fossi stata dalla parrucchiera, probabilmente avrei dato un’altra riposta.
Ipotesi
-Dal dottore “A capire se hai la schiena dritta”
-Da Prenatal “A tener su la felpa dei Power Ranger”
-In gelateria “Per tener su il tovagliolo senza che ti conci da pietà”
e via discorrendo.

E mi è ritornata perché, per due vicende diametralmente opposte ma complementari, ho raccolto lo sfogo di due persone a me troppo care che hanno voluto farmi partecipe di un momento downissimo della loro vita.

Quei momenti da bosco fitto o labirinto senza uscita in cui tutti prima o poi camminiamo.
Ma nei quali, se stiamo in accorto silenzio, possiamo sentire il rumore confortante dei passi di chi può essere a portata di voce.

E’ lì che ho avuto l’illuminazione, l’epifania della soluzione dell’enigma.

E’ lì che ho mandato un ideale, trionfante sms a quell’ex nano (bello come solo le canaglie piccole) di mio figlio.

E il testo diceva così:

“Le spalle servono a farci piangere le amiche”.