rubriche

In attesa di Giulio

“Ciao, sei arrivato tardi, come sempre. Come stai? Si, bene anche io, certo, cioè…. No, non ho mal di testa, ma ti devo parlare. Per favore, non posso aspettare tutti i tuoi riti serali, devo parlarti ora.

E’ inutile quel tuo abbandonarti sulla poltrona con l’espressione di paterna compassione, di esasperata rassegnazione, dovrai prendermi sul serio questa volta, molto sul serio, taci, adesso parlo io.

Sono stanca, Giulio. Una stanchezza dentro, che mi mangia il cuore, mi logora.

Stanca di osservarti al mattino, quando ti alzi senza guardarmi e passi dal bagno alla cucina con gli stessi tempi, gli stessi passi, gli stessi rumori.

Lo so che non vuoi vedermi, in quei momenti , ho accusato come uno schiaffo  l’occhiata assassina che mi hai lanciato quel giorno che – stupidamente – mi sono alzata anche io e ti ho chiesto che cosa volessi per colazione; era come se un ladro fosse entrato in casa, un ladro della tua concentrazione mattutina, un ladro dei tuoi riti.

Non l’ho più fatto. Sposto gli appuntamenti per non intralciare il tuo solitario risveglio.

Sono stanca di come mi rispondi, se ti telefono durante il giorno.

Una volta mi piaceva chiamarti per dirti sottovoce “ti amo”, tu trovavi mille scuse per isolarti dai colleghi e mi accarezzavi con la tua voce appassionata.

Poi, a poco a poco, sei cambiato.

Quante volte mi hai fatto sentire sciocca o fuori luogo, quante volte ho pensato di aver sbagliato numero, prima di accettare il tuo cambiamento.

Ora, se proprio ti devo contattare, sento una morsa allo stomaco, cerco io mille scuse per evitare, mentre aspetto la tua voce che risponde già seccata, carica di rimproveri sottintesi, scostante. Allora preferisco mandarti un messaggio, e tu non rispondi mai. Del resto, sei un uomo impegnato.

Sono stanca dei tuoi rientri serali, quando entri senza volontà, biascichi un saluto distratto e corri a liberarti degli abiti, senza vedere come sono vestita, senza guardarmi negli occhi.  

Un’altra doccia, il lavarti è diventato ossessivo, poi ti immergi nei tuoi libri, davanti alla televisione, finché non ti chiamo, e ti devo chiamare più volte, per la cena.

Te lo aspetti, che la cena sia comunque pronta, che importa se sono impegnata almeno quanto te, che valore ha – in fondo – il mio tempo, a confronto del tuo? Donna, partorirai con dolore, ed indipendentemente da qualunque impegno, preparerai la cena!

Già, la cena, ancora con il sottofondo dei vari telegiornali, l’unica conversazione sono i tuoi commenti acidi su qualunque notizia, oppure su qualche mia opinione inopportunamente espressa.

Poi silenzio. Solo silenzio che mi stanca, mi mangia il cuore, mi logora.

Ancora peggio è la notte.

Non so se soffro di più quando – senza una parola –  ti getti su di me col respiro pesante  (ma non fai l’amore, è un accoppiamento animale, senza la minima attenzione a ciò che vorrei, a come sono fuori e dentro, senza tenerezza) o quando eviti accuratamente di sfiorarmi e ti addormenti voltato, la tua schiena è ostile, la mia solitudine dilaga nel letto. Se per sbaglio ti sfioro, anche nel sonno scatti e ti allontani. So che mi vorresti invisibile ed inconsistente, preferiresti un fantasma, insomma.

Giulio, ho dei ricordi,.

Di quando entravi in casa gridando “Tesoro sono qui, ti prego baciami subito!” e mi cercavi, gettavi la borsa da lavoro da qualche parte e poi mi abbracciavi, forte, ti liberavi dai vestiti per fare l’amore, subito, con impazienza, divorandomi e ripetendomi che ero bella, che avevi pensato a me per tutto il giorno, che avevi cominciato a vivere veramente solo dopo avermi conosciuta.

La televisione restava spenta, ti piacevano i miei cd di jazz e la voce di velluto di Vanessa de Mata, caldo sottofondo a qualche serata invernale trascorsa a leggere sullo stesso divano, a turno ci recitavamo a voce alta qualche passaggio intenso o una citazione imperdibile.

Spesso mangiavamo fuori, eravamo così belli insieme, la gente ci guardava e sorrideva, forse perché la nostra felicità era contagiosa, i tuoi occhi splendevano ed io mi ci perdevo e non potevo pensare ad altro, mangiavamo tenendoci per mano, chiacchieravamo di tutto, come due adolescenti.

Ricordo i viaggi notturni in macchina cantando De Andrè e quella volta che ci siamo fermati a guardare la luna piena e tu mi hai detto “Vedrai, saremo felici, troveremo il modo per esserlo, abbi fiducia in me”, mentre io chiedevo alla luna un incantesimo che ti rendesse mio per sempre,

Sembro una moglie noiosa, vero?

Taci, era una domanda retorica. Lo so che sono solo la tua AMANTE, è questo mi fa sentire ancora più cretina. Ho cominciato a pensare che la nostra storia (storia? Relazione? Accoppiamento sporadico?) ti serva esclusivamente per non doverti cercare una casa in affitto nella città in cui lavori. Molto lontana da quella in cui veramente vivi, con la tua vera famiglia.

No, non è una questione di soldi, non mi offendere, non ti ho mai chiesto nulla, non ho mai accettato nulla. Sono un’amante fantastica, vero? Non riesco neppure a lamentarmi, in genere.

Da più di un anno non andiamo fuori a cena, non frequentiamo  locali, non vediamo un film insieme, perché arrivi sempre più tardi dal lavoro, dici che non hai voglia di sbatterti anche durante la settimana.

No, certo, ti basta il week end, devi portare tua moglie a teatro, seguire le partite di tuo figlio, i saggi di pianoforte delle gemelle, certo. Pranzi con i suoceri, cene con gli amici della tua città, incontri per le famiglie.

Il lunedì torni, nervoso per i voti a scuola. O per la quota del Tennis Club dove tua moglie si consola della tua assenza. Spero sinceramente che la consolazione comprenda anche qualche ora lieta con l’istruttore giovane e muscoloso, del resto te lo meriti. Ecco, un’altra occhiata assassina, come sei banale. Giusto, l’adultera sono io, non la madre dei tuoi figli, quella con la fede d’oro, quella legittima e legittimata a fregiarsi del catartico titolo di MOGLIE.

A volte sei talmente delicato da illustrarmi il programma che ti attende, così non riesco ad evitare di rappresentarmi, momento per momento, la tua vita familiare. Ecco, sono le 16 di sabato, portate i figli ad una festa; sorridi sicuro, conversi amabilmente con gli altri genitori, tua moglie si appende al tuo braccio e racconta che è proprio terribile questa storia del tuo lavoro lontano, tutto è sulle sue spalle (su quelle dei due filippini, del giardiniere, della tata….) e poi mostra l’ultimo braccialetto che le hai regalato. Alle 10 di domenica siete tutti a tavola per la prima colazione, porcellane inglesi e succhi di frutta, vi immagino un po’ come nelle pubblicità, tutti vestiti di bianco, tende svolazzanti che si aprono sul giardino.

Quanto sono cretina, a torturarmi così.

Però non riesco a farne a meno, perché il mio cervello è inchiodato lì, su quella donna che ti versa il the ed usa il tuo cognome per prenotare viaggi, su quei bambini che non avrò mai, perché ho perso troppo tempo puntando su di te, così il tempo si è vendicato, passando in fretta e decidendo al mio posto.

Una volta mi hai chiesto di ritirare un tuo abito dalla tintoria, quando la commessa mi ha chiesto il nome ho pronunciato il tuo con la gola stretta, emozionata: “Morelli”. Lei ha detto, certo signora Morelli, sono quindici euro. Io sembravo un’idiota, sorridevo e ripetevo nella testa “Signora Morelli”, suonava bene.

Sopporto, mi rassegno, tiro avanti. E tutto questo mi stanca, mi mangia il cuore, mi logora.

Non parli più? Non cerchi più di interrompermi? Capisco. Stai semplicemente aspettando che io smetta di parlare. Che ti lasci procedere alla tua doccia, che prepari la tavola e mi rimetta nel ruolo che mi compete.

Invece no, questa sera la storia cambia.

C’è una valigia, in camera, e dentro ci sono le tue cose, il pigiama, il rasoio, i tuoi libri, la biancheria, i tre regali che mi hai fatto.

Prendila, esci, trovati un albergo.

No, non sono diventata pazza, lo sono stata ed ora sono guarita, ammalata di stanchezza ma guarita dall’idiozia.

Sono bella, sai? Sono ancora bella, intelligente, spiritosa. Tu mi avevi spento la luce negli occhi, la gioia nel movimento, ma riaccenderò la fiamma. Prenoterò viaggi con il mio cognome, farò l’abbonamento all’Opera, conoscerò nuove persone.

Ti ho amato, sì, Dio solo sa quanto, non me ne pento, ma tu hai sprecato ogni dono, ogni sentimento positivo, ogni slancio, hai eretto un muro invalicabile per evitare di essere contagiato dalla mia malattia per te.

Ho trascorso mille sabati e domeniche, lunghi giorni d’estate, tutte le feste comandate tormentandomi, assetata di te, abbandonata da te, con l’assoluta proibizione di telefonare, di sentirti, e tu non trovavi mai un momento per rassicurarmi con una parola, un pensiero qualunque, un semplice messaggio, avevo bisogno di saperti vicino almeno al cuore, perché la tua assenza ammantava ogni cosa di grigio, mi uccideva la speranza.

Hai affamato il mio amore, ed ecco, è morto di stenti. Ho sentito che cedeva a poco a poco, negavo l’agonia, ma ogni giorno lo percepivo più debole, e non volevo che mi lasciasse, perché l’amore è un bambino che ti cresce dentro, è tenero, ti riempie la mente, colora i pensieri, si trasfonde nei gesti, ed allora tutto diventa amore, un nutrimento per il cuore, il primo pensiero del mattino, l’emozione dell’incontro, l’amore t’innamora di sé, lascia un vuoto di carne nel petto quando muore, come abortire un figlio fortemente voluto.

Tu sei responsabile di questo, avrei potuto perdonarti tutto, ma questo no, questo è  così crudele che neppure una donna può sopportarlo.

Esci dalla mia casa, dalla mia vita. Vattene, adesso”

La chiave gira nella serratura. Un uomo entra distratto in casa, già puntando il bagno. Biascica un “ciao”, senza guardare la donna in salotto, getta la borsa da lavoro nell’ingresso, si slaccia la cravatta.

La donna apre la bocca. Forse usciranno le parole, pensate da giorni, ripetute allo specchio, provate in auto al semaforo. Forse la voce troverà la via della gola, forse reprimerà la paura della perdita, la tentazione di tacere, di lasciarlo entrare nella doccia e poi correre a disfare la valigia.

Forse l’attesa finirà per sempre. Forse.“Ciao, sei arrivato tardi, come sempre. Come stai? Si, bene anche io, certo, cioè…. No, non ho mal di testa, ma ti devo parlare. Per favore, non posso aspettare tutti i tuoi riti serali, devo parlarti ora.

E’ inutile quel tuo abbandonarti sulla poltrona con l’espressione di paterna compassione, di esasperata rassegnazione, dovrai prendermi sul serio questa volta, molto sul serio, taci, adesso parlo io.

Sono stanca, Giulio. Una stanchezza dentro, che mi mangia il cuore, mi logora.

Stanca di osservarti al mattino, quando ti alzi senza guardarmi e passi dal bagno alla cucina con gli stessi tempi, gli stessi passi, gli stessi rumori.

Lo so che non vuoi vedermi, in quei momenti , ho accusato come uno schiaffo  l’occhiata assassina che mi hai lanciato quel giorno che – stupidamente – mi sono alzata anche io e ti ho chiesto che cosa volessi per colazione; era come se un ladro fosse entrato in casa, un ladro della tua concentrazione mattutina, un ladro dei tuoi riti.

Non l’ho più fatto. Sposto gli appuntamenti per non intralciare il tuo solitario risveglio.

Sono stanca di come mi rispondi, se ti telefono durante il giorno.

Una volta mi piaceva chiamarti per dirti sottovoce “ti amo”, tu trovavi mille scuse per isolarti dai colleghi e mi accarezzavi con la tua voce appassionata.

Poi, a poco a poco, sei cambiato.

Quante volte mi hai fatto sentire sciocca o fuori luogo, quante volte ho pensato di aver sbagliato numero, prima di accettare il tuo cambiamento.

Ora, se proprio ti devo contattare, sento una morsa allo stomaco, cerco io mille scuse per evitare, mentre aspetto la tua voce che risponde già seccata, carica di rimproveri sottintesi, scostante. Allora preferisco mandarti un messaggio, e tu non rispondi mai. Del resto, sei un uomo impegnato.

Sono stanca dei tuoi rientri serali, quando entri senza volontà, biascichi un saluto distratto e corri a liberarti degli abiti, senza vedere come sono vestita, senza guardarmi negli occhi.  

Un’altra doccia, il lavarti è diventato ossessivo, poi ti immergi nei tuoi libri, davanti alla televisione, finché non ti chiamo, e ti devo chiamare più volte, per la cena.

Te lo aspetti, che la cena sia comunque pronta, che importa se sono impegnata almeno quanto te, che valore ha – in fondo – il mio tempo, a confronto del tuo? Donna, partorirai con dolore, ed indipendentemente da qualunque impegno, preparerai la cena!

Già, la cena, ancora con il sottofondo dei vari telegiornali, l’unica conversazione sono i tuoi commenti acidi su qualunque notizia, oppure su qualche mia opinione inopportunamente espressa.

Poi silenzio. Solo silenzio che mi stanca, mi mangia il cuore, mi logora.

Ancora peggio è la notte.

Non so se soffro di più quando – senza una parola –  ti getti su di me col respiro pesante  (ma non fai l’amore, è un accoppiamento animale, senza la minima attenzione a ciò che vorrei, a come sono fuori e dentro, senza tenerezza) o quando eviti accuratamente di sfiorarmi e ti addormenti voltato, la tua schiena è ostile, la mia solitudine dilaga nel letto. Se per sbaglio ti sfioro, anche nel sonno scatti e ti allontani. So che mi vorresti invisibile ed inconsistente, preferiresti un fantasma, insomma.

Giulio, ho dei ricordi,.

Di quando entravi in casa gridando “Tesoro sono qui, ti prego baciami subito!” e mi cercavi, gettavi la borsa da lavoro da qualche parte e poi mi abbracciavi, forte, ti liberavi dai vestiti per fare l’amore, subito, con impazienza, divorandomi e ripetendomi che ero bella, che avevi pensato a me per tutto il giorno, che avevi cominciato a vivere veramente solo dopo avermi conosciuta.

La televisione restava spenta, ti piacevano i miei cd di jazz e la voce di velluto di Vanessa de Mata, caldo sottofondo a qualche serata invernale trascorsa a leggere sullo stesso divano, a turno ci recitavamo a voce alta qualche passaggio intenso o una citazione imperdibile.

Spesso mangiavamo fuori, eravamo così belli insieme, la gente ci guardava e sorrideva, forse perché la nostra felicità era contagiosa, i tuoi occhi splendevano ed io mi ci perdevo e non potevo pensare ad altro, mangiavamo tenendoci per mano, chiacchieravamo di tutto, come due adolescenti.

Ricordo i viaggi notturni in macchina cantando De Andrè e quella volta che ci siamo fermati a guardare la luna piena e tu mi hai detto “Vedrai, saremo felici, troveremo il modo per esserlo, abbi fiducia in me”, mentre io chiedevo alla luna un incantesimo che ti rendesse mio per sempre,

Sembro una moglie noiosa, vero?

Taci, era una domanda retorica. Lo so che sono solo la tua AMANTE, è questo mi fa sentire ancora più cretina. Ho cominciato a pensare che la nostra storia (storia? Relazione? Accoppiamento sporadico?) ti serva esclusivamente per non doverti cercare una casa in affitto nella città in cui lavori. Molto lontana da quella in cui veramente vivi, con la tua vera famiglia.

No, non è una questione di soldi, non mi offendere, non ti ho mai chiesto nulla, non ho mai accettato nulla. Sono un’amante fantastica, vero? Non riesco neppure a lamentarmi, in genere.

Da più di un anno non andiamo fuori a cena, non frequentiamo  locali, non vediamo un film insieme, perché arrivi sempre più tardi dal lavoro, dici che non hai voglia di sbatterti anche durante la settimana.

No, certo, ti basta il week end, devi portare tua moglie a teatro, seguire le partite di tuo figlio, i saggi di pianoforte delle gemelle, certo. Pranzi con i suoceri, cene con gli amici della tua città, incontri per le famiglie.

Il lunedì torni, nervoso per i voti a scuola. O per la quota del Tennis Club dove tua moglie si consola della tua assenza. Spero sinceramente che la consolazione comprenda anche qualche ora lieta con l’istruttore giovane e muscoloso, del resto te lo meriti. Ecco, un’altra occhiata assassina, come sei banale. Giusto, l’adultera sono io, non la madre dei tuoi figli, quella con la fede d’oro, quella legittima e legittimata a fregiarsi del catartico titolo di MOGLIE.

A volte sei talmente delicato da illustrarmi il programma che ti attende, così non riesco ad evitare di rappresentarmi, momento per momento, la tua vita familiare. Ecco, sono le 16 di sabato, portate i figli ad una festa; sorridi sicuro, conversi amabilmente con gli altri genitori, tua moglie si appende al tuo braccio e racconta che è proprio terribile questa storia del tuo lavoro lontano, tutto è sulle sue spalle (su quelle dei due filippini, del giardiniere, della tata….) e poi mostra l’ultimo braccialetto che le hai regalato. Alle 10 di domenica siete tutti a tavola per la prima colazione, porcellane inglesi e succhi di frutta, vi immagino un po’ come nelle pubblicità, tutti vestiti di bianco, tende svolazzanti che si aprono sul giardino.

Quanto sono cretina, a torturarmi così.

Però non riesco a farne a meno, perché il mio cervello è inchiodato lì, su quella donna che ti versa il the ed usa il tuo cognome per prenotare viaggi, su quei bambini che non avrò mai, perché ho perso troppo tempo puntando su di te, così il tempo si è vendicato, passando in fretta e decidendo al mio posto.

Una volta mi hai chiesto di ritirare un tuo abito dalla tintoria, quando la commessa mi ha chiesto il nome ho pronunciato il tuo con la gola stretta, emozionata: “Morelli”. Lei ha detto, certo signora Morelli, sono quindici euro. Io sembravo un’idiota, sorridevo e ripetevo nella testa “Signora Morelli”, suonava bene.

Sopporto, mi rassegno, tiro avanti. E tutto questo mi stanca, mi mangia il cuore, mi logora.

Non parli più? Non cerchi più di interrompermi? Capisco. Stai semplicemente aspettando che io smetta di parlare. Che ti lasci procedere alla tua doccia, che prepari la tavola e mi rimetta nel ruolo che mi compete.

Invece no, questa sera la storia cambia.

C’è una valigia, in camera, e dentro ci sono le tue cose, il pigiama, il rasoio, i tuoi libri, la biancheria, i tre regali che mi hai fatto.

Prendila, esci, trovati un albergo.

No, non sono diventata pazza, lo sono stata ed ora sono guarita, ammalata di stanchezza ma guarita dall’idiozia.

Sono bella, sai? Sono ancora bella, intelligente, spiritosa. Tu mi avevi spento la luce negli occhi, la gioia nel movimento, ma riaccenderò la fiamma. Prenoterò viaggi con il mio cognome, farò l’abbonamento all’Opera, conoscerò nuove persone.

Ti ho amato, sì, Dio solo sa quanto, non me ne pento, ma tu hai sprecato ogni dono, ogni sentimento positivo, ogni slancio, hai eretto un muro invalicabile per evitare di essere contagiato dalla mia malattia per te.

Ho trascorso mille sabati e domeniche, lunghi giorni d’estate, tutte le feste comandate tormentandomi, assetata di te, abbandonata da te, con l’assoluta proibizione di telefonare, di sentirti, e tu non trovavi mai un momento per rassicurarmi con una parola, un pensiero qualunque, un semplice messaggio, avevo bisogno di saperti vicino almeno al cuore, perché la tua assenza ammantava ogni cosa di grigio, mi uccideva la speranza.

Hai affamato il mio amore, ed ecco, è morto di stenti. Ho sentito che cedeva a poco a poco, negavo l’agonia, ma ogni giorno lo percepivo più debole, e non volevo che mi lasciasse, perché l’amore è un bambino che ti cresce dentro, è tenero, ti riempie la mente, colora i pensieri, si trasfonde nei gesti, ed allora tutto diventa amore, un nutrimento per il cuore, il primo pensiero del mattino, l’emozione dell’incontro, l’amore t’innamora di sé, lascia un vuoto di carne nel petto quando muore, come abortire un figlio fortemente voluto.

Tu sei responsabile di questo, avrei potuto perdonarti tutto, ma questo no, questo è  così crudele che neppure una donna può sopportarlo.

Esci dalla mia casa, dalla mia vita. Vattene, adesso”

La chiave gira nella serratura. Un uomo entra distratto in casa, già puntando il bagno. Biascica un “ciao”, senza guardare la donna in salotto, getta la borsa da lavoro nell’ingresso, si slaccia la cravatta.

La donna apre la bocca. Forse usciranno le parole, pensate da giorni, ripetute allo specchio, provate in auto al semaforo. Forse la voce troverà la via della gola, forse reprimerà la paura della perdita, la tentazione di tacere, di lasciarlo entrare nella doccia e poi correre a disfare la valigia.

Forse l’attesa finirà per sempre. Forse.