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Inferni segreti

Buio. Finalmente, buio e silenzio, soprattutto quel benedetto silenzio. Solo qualche filo di luce, nato dall’alba estiva, filtrava timidamente dalle veneziane chiuse, tracciava incerto i contorni dei pochi mobili della stanza: un letto, due comodini, un armadio, e in un angolo, a terra, con le ginocchia strette al petto, Viviana.

Teneva gli occhi chiusi, mentre il respiro finalmente libero fluiva dentro e fuori della gola, con un rumore aspro come un rantolo, che a poco a poco rallentava la corsa. Viviana aprì gli occhi, rassicurata dalla penombra, iniziò lentamente ad alzarsi, consapevole in ogni suo più piccolo muscolo che a breve il dolore sarebbe stato lancinante, soprattutto al volto. Andò in cucina, adagio, cercò il ghiaccio, lo tenne fermo sul naso. Il ghiaccio non mancava mai nel suo freezer, del resto le serviva piuttosto spesso. Un pensiero folletto le attraversò la mente “Ci sono donne che tengono in fresco lo champagne, perché non si sa mai chi può bussare alla loro porta. Io ho sempre il frigo pieno di ghiaccio, perché so bene chi bussa spesso alla mia faccia”. Fantastico. Avrebbe potuto esibirsi come fine umorista, invece di passare la vita a raccontare balle al Pronto Soccorso e in ufficio. Il respiro si era calmato, il cuore, ormai educato a ritrovare in fretta il giusto ritmo, sembrava essersi ripreso.

Anche quel giorno il motivo scatenante era stato futile ed inaspettato. L’uomo-che-bussa-alla-faccia aveva trovato, frugando come d’abitudine nella borsa della moglie, un foglietto appallottolato, con scritto “Ben. ore 15, sab”; Viviana aveva ripetuto più volte che l’appunto semplicemente significava “appuntamento da Benedetto (il parrucchiere) per sabato alle ore 15”, che il sabato era quello precedente, che infatti lei era giustappunto andata dal parrucchiere alle 15 “Caro, ricordati, sei passato a prendermi tu, ti sei anche arrabbiato perché sono uscita in ritardo, ma non ti viene proprio in mente? Secondo te, che cosa dovrebbe significare questo stupidissimo biglietto, che ho semplicemente dimenticato di buttare?” Niente, ormai si era deciso di esplodere, nulla, nessun ragionamento logico, nessun’evidenza dei fatti poteva frenare quella terribile rabbia che veniva da lontano “Certo, certo! Che bisogno avevi di scrivere il foglietto? L’hai sempre segnato sull’agenda, quello stramaledetto appuntamento! Già, la signora che va dal parrucchiere, così poi ti puoi pavoneggiare in ufficio, vuoi farti guardare da quegli stronzi dei tuoi colleghi, vero? Mi prendi per idiota? No, quello è un altro appuntamento, magari per sabato prossimo, giusto perché sai bene che io ho il turno il pomeriggio! Pensavi davvero di farmi fesso? Sei solo una puttana, io lo so, vai dal parrucchiere per far piacere al tuo amichetto nuovo, ho visto che ti sei anche comprata quella camicia bianca, da vera zoccola, bella trasparente, così puoi esporre la mercanzia, eh? E io cretino che dovrei bermi tutte le tue balle, puttana, no, non m’interrompere, non me ne frega un cazzo delle tue giustificazioni, se ti giustifichi vuol dire che hai cose da nascondere! E tu ne hai, vero? Basta che io giri gli occhi e tu cominci a scodinzolare come una cagna in calore per mostrarti, così tutti possono vedere quanto sei puttana, possono ridere di me, perché sono il marito cornuto di una fottutissima zoccola…” Così, come sempre, le urla per ore, le mani pesanti come macigni, il tempo che non passava mai, Viviana che ogni volta cercava in quella furia cieca un aggancio di razionalità, uscendo sempre sconfitta, pesta ed umiliata, ogni volta di più. Non riusciva neppure a ricordare quando tutto era cominciato, anzi, più precisamente, quando aveva iniziato a peggiorare. L’uomo-che-bussa-alla-faccia era sempre stato geloso, ma questo è normale per molti uomini; avevano litigato,  anche da fidanzati, ma nessun campanello d’allarme era scattato nella sua testa, semplicemente pensava che lui fosse molto innamorato, le piaceva pensarlo, si vantava anche un po’ con le amiche. A pensarci bene, la situazione si era deteriorata quando lui non era riuscito a cambiare lavoro, mentre Viviana aveva vinto un concorso, ottenendo un impiego che le aveva dato buona visibilità oltre ad un buon stipendio. Sì, era andata così. Viviana si sorprese nuovamente a giustificare il marito “E’ chiaro che per un uomo l’orgoglio è importante, per lui il lavoro è una sofferenza, non gli va proprio giù quel discorso dei turni, il capo che si diverte a stuzzicarlo, i più giovani che gli passano davanti” No, questa volta non riusciva proprio a costruire il solito castello. Era inutile cercare vie di fuga, doveva accettare e metabolizzare che lui avesse un problema grande come una montagna. Viviana aveva fatto di tutto per evitare i suoi scoppi d’ira, l’ abbigliamento era poco meno che monastico, si truccava appena, mortificava la sua bellezza per evitare d’essere appariscente. Assurdamente sceglieva di proposito capi larghi, colori neutri, fogge ordinarie, tutto per evitare di essere notata, per non attirare alcuna occhiata o – Dio ce ne scampi – un complimento. Bastava così poco per scatenare l’inferno. Altro che il Gladiatore.

Cercava anche di non parlare di lavoro, minimizzava le sue soddisfazioni, non gli aveva neppure comunicato di essere passata di livello, per non umiliarlo.

Niente, non ci riusciva, era troppo evidente che la fonte di tutto era dentro di lui e che lo stesso ci sarebbero sempre stati insulti, botte, urla, e poi quelle viscide riconciliazioni, che Viviana detestava più ancora delle scenate. Sapeva millimetricamente quello che sarebbe successo da lì a breve: lui avrebbe suonato il citofono, per percepire dalla sua risposta, la sottomissione. Poi mille scuse, lacrime, affermazioni d’amore infinito, ammende per le proprie intemperanze, tutto per sentirla ripetere che sì, lei lo capiva, lo perdonava, si faceva carico della propria parte di colpa, per poi dimostrargli la sincerità del perdono a letto. Viviana disprezzava se stessa più lui quando cedeva perché tutto finisse, mentre in realtà già tutto stava per ricominciare. Dopo giaceva tra le lenzuola umide ancora più sconfitta, disgustata, odiando fin nel midollo il compiacimento dell’uomo che si trovava accanto.

“Peggio che essere in carcere” pensò “Almeno chi sta in prigione non può uscire perché è chiuso a chiave, mentre il mio sequestro è più sottile e crudele: vedo la porta, ne posseggo le chiavi, ma non ce la faccio a scappare, ho paura, ho troppa paura. Lui mi ritroverebbe dappertutto, in fondo che cosa ha da perdere? “

Una strada senza uscita, una stanza rotonda senza finestre, erano queste le immagini che Viviana associava alla propria vita. Il naso le doleva tanto da procurarle la nausea. Non volle guardarsi allo specchio, sapeva bene quale fosse il suo aspetto. Quello di una vigliacca, ecco, l’aveva detto. Codarda, pusillanime, vigliacca, imbelle, vile… non riusciva a ricordarsi altri sinonimi, si ripeteva quelli come una litania, un mantra, dondolandosi su se stessa. Il dolore aumentava, tutti gli antinfiammatori ingollati non le fornivano il minimo sollievo, così decise, ancora una volta, di recarsi al Pronto Soccorso, si vestì e scese verso l’automobile. Ecco, un altro motivo di scenata. Quando Viviana aveva gioiosamente comunicato all’uomo-che-bussa-alla-faccia l’assegnazione dell’auto aziendale, lui aveva reagito con ferocia “Oh, la signorona, ma certo, chissà che cosa hai fatto per farti dare l’auto… ti sei scopata il direttore, ammettilo! Non sei così intelligente da meritartela, non vali più di me, ricordatelo, sei una nullità, una patetica puttana, l’hai fatto apposta per farmi sentire una merda, vero? Già, eccola lì che se ne va in giro col macchinone, intanto in ufficio lo sapranno tutti che ti scopi il direttore, chissà come ridono del marito cornuto che si beve tutto! Puttana, puttana!” Poi il solito copione, ghiaccio, citofono, letto, disgusto.

Il Pronto Soccorso del San Luigi pullulava di vecchietti con l’affanno, muratori con un braccio ferito, bimbi con l’otite. Viviana raccontò la solita palla, questa volta si sentiva ispirata e narrò di un’anta della finestra che, smossa dal vento estivo, le aveva colpito il naso. L’infermiera, avvezza alle storie delle donne maltrattate, la guardò con tristezza ed annuì, più per compassione che per convincimento, chiamò il medico e procedette con gli esami di routine. Più tardi Viviana era seduta nella sala d’aspetto, su una sedia a rotelle scrostata, sonnecchiando per i farmaci, quando l’infermiera la scosse delicatamente “I suoi esami sono pronti, adesso se vuole può andare”. Lei alzò il viso coperto dalla medicazione ed abbozzò un mezzo sorriso. “Grazie” disse “Allora vado”.

L’infermiera la fermò con un gesto, risoluta “No, aspetti, c’è una cosa che devo dirle. Io lo so che cosa le è successo, sia oggi sia le altre volte, no, non perda tempo a negare, ho cinquant’anni e ne ho viste troppe, non cerchi di raccontarmela. Fino ad ora pensavo che fossero fatti suoi, che non mi sarei dovuta intromettere, ma oggi è diverso”.

“Perché? Oggi che cosa le fa pensare che abbia voglia di ascoltare cazzate?”Sibilò d’impeto Viviana, cercando di allontanarsi. L’altra le mise una mano sul braccio, le cercò gli occhi, persi nella tumefazione del viso e le sussurrò “Perché dagli esami risulta che sei incinta. Un bambino, capisci? Che cosa pensi di fare, di dividere le botte con lui? Secondo te, quanto tempo passerà prima che Milord diventi geloso del figlio o si senta scocciato dal suo pianto? Vuoi veramente che cresca vedendo un padre violento ed una madre incapace di difendersi? Vuoi accompagnare lui la prossima volta? O preferisci risolvere il problema con un bell’aborto? Tanto al primo calcio in pancia che ricevi le probabilità crescono”

Viviana tacque, investita dalla potenza di quella voce, di quelle domande, di quell’impossibile affermazione. Un bambino. Non, non era possibile, lui stava sempre attento…Già, però si sa che non è il sistema migliore …. Del resto quando lei aveva tentato di prendere la pillola era scattata la rabbia del marito, che la accusava di ricorrere ai farmaci per scopare a suo piacimento con chiunque.

Il suo primo pensiero fu “ Chi glielo dice?”. Visualizzò la scena, lei che annunciava delicatamente l’evento e lui che sbottava “Non è figlio mio, io sto sempre attento, deve essere il bastardo di qualcuno di quegli stronzi che ti porti a letto, vuoi prendermi per il culo? Vuoi farmi mantenere il bastardino di un altro?…” Eccetera, eccetera.

D’improvviso le esplose nel petto e nel ventre una luce, la consapevolezza, un vento nuovo ”Un bambino, il mio bambino. Tutto mio, un batuffolino mio, dentro di me, che sta crescendo” Si sedette, la testa girava, il cervello non reagiva più. Pentita l’infermiera le portò dell’acqua “Scusa se sono stata brusca con te, ma avevo paura che tu facessi come le altre volte. Adesso devi difendere qualcun altro, non hai più scuse. Senti, ti lascio questo numero, è un centro per donne maltrattate. Sì che ne hai bisogno, da sola non puoi farcela, devi chiedere aiuto; guarda che a te andrà meglio rispetto a molte altre, tu almeno hai un lavoro, si vede che non sei una povera ignorante, come la maggior parte di quelle che arrivano qua. Devi trovare il coraggio di fermarlo, loro ti aiuteranno. Ti prego, non tornare a casa, ti prego”

La voce materna e gentile della donna avvolgeva Viviana, che – abituata a cogliere in fretta le vibrazioni – la sentiva davvero amica e partecipe delle sue sofferenze.

“Ha ragione lei” pensò “Adesso ho qualcuno per cui lottare, non sono più sola” Fulminea la paura la prese ancora, mordendole lo stomaco, ma la scacciò con forza “No, questa volta non starò più ad aspettare, niente pianti e scuse, niente viscide riconciliazioni, basta, sì BASTA” Qualche cosa, qualcuno dentro di lei la spinse ad guardare, con sguardo finalmente deciso, l’infermiera, e sentì la propria stessa voce che diceva “Devo sporgere denuncia, sono stata picchiata” Sapeva che quello era soltanto l’inizio, sapeva che la belva della paura non avrebbe mollato la presa per molto tempo, sapeva che la strada sarebbe stata ancora durissima, in salita. Sapeva anche che solo passando per quella strada avrebbe potuto lasciare alle spalle i suoi personalissimi e segreti inferni, sapeva che non c’erano altre scelte possibili. “Coraggio, batuffolino, giochiamocela fino in fondo. Adesso siamo una squadra”.