Laura

Laura.

Mi hanno chiamata così.

Ho odiato questo nome.

Lo odiavo così tanto che quando mi chiedevano come mi chiamassi ero in imbarazzo e se non c’erano parenti o conoscenti nei dintorni mentivo spudoratamente.

– “Come ti chiami?”-

– “Britney”-

– “Come Britney Spears?”-

– “Si, mamma è di New Orleans” –

Mamma era nata a Sant’Antonio, un paesino di 40 anime in provincia di Modena. Altro che New  Orleans, c’era  così  tanta nebbia che quando organizzarono il carnevale di paese la band che doveva suonare passò dritto, senza notare questa ridente cittadina.

Ho passato un tempo infinito a ripetere il mio nome, davanti allo specchio, mentre  cercavo di presentarmi alla mia me, ma nulla. Quella U stonava, troppo.

Imbronciata chiesi a mia madre: – “Ma perché mi avete chiamata cosi?”-

-“E come ti dovevamo chiamare?” – sbottò, come se non ci fossero state alternative.

-“Mamma ma il mio nome ha una U! E la U è brutta!”- piagnucolai.

-“Oh ma insomma, che ti è  preso adesso? Il tuo nome è bellissimo e ha un significato importante”- tentò  di rincuorarmi.

-“E cosa?”- non ero nemmeno troppo curiosa, al di là del significato, sapevo bene che quella U sarebbe rimasta.

-“Significa “alloro” in latino, ed ora vai che è  tardi se no la maestra sgrida prima te e poi me”- mi liquidò.

Alloro. Laura significa alloro. Capite bene che ad una bambina, come me, di sei anni tutto questo appariva confuso.

La lezione non l’ascoltai perché iniziarono a venirmi dei seri dubbi. Mamma, esattamente,  aveva detto “alloro” o “a loro”? Ma a loro chi? E l’alloro cos’era?

Avrei fatto chiarezza dopo, anche se, l’idea che i miei dubbi venissero chiariti da nonna Lea non mi entusiasmava affatto.

-“Nonna, posso farti una domanda?”-

-“Certo amore de Nonna, non è che puoi fammela devi fammela, dimme tutto a nonna,  che succede?”-

Finalmente una persona disposta ad ascoltare, disposta a darmi una spiegazione.

Nonna  Lea era pronta restituirmi la dignità che quella U mi aveva tolto.

-“Nonna, ma l’alloro, che cos’è?” – scandii  ogni singola parola, Nonna Lea ci sentiva solo da un  orecchio.

-“Amore de Nonna, l’alloro è una pianta che se usa pe insaporì il sugo, il coniglio, il pollo…”-

Tornai a casa sconcertata.
I miei genitori mi avevano chiamata come un sapore, come dell’erba secca, ma come si erano permessi? Tanto valeva chiamarmi anice stellato, origano o pepe!

Ma non bastava.

Non avevo una Santa. Non esisteva nessuna Santa Laura.

– “Mamma, ma non ho nemmeno una Santa!”- sbottai dopo aver controllato se, sul calendario di ogni singolo giorno del 1996, era stata proclamata Santa Laura.

-“Ma da quando in qua sei diventata religiosa? Se non c’è Santa Laura… falla tu!”-

Io se c’era una cosa che, all’età di 7 anni, sapevo era che la Santa non l’avrei mai fatta e che il nome Laura, evidentemente,  non era degno di intraprendere la strada della beatificazione.

Il mio nome era brutto, quella U faceva pietà.

Perché, in fin dei conti, il problema del mio nome era proprio lì, in quella U.

Era estate quando mia cugina, seduta sul muretto di casa, mi insegnava l’alfabeto muto e, proprio in quell’occasione, appresi che la fatidica U non era altro che uno dei gesti che mio padre faceva di più in Curva Sud: le corna.

Laura non solo era il nome di una stupida pianta, non solo non aveva una Santa protettrice, no, era pure portatrice positiva di corna.

Che crudeltà, perché mettermi al mondo con quel nome, a che scopo poi?

Decisi di intraprendere lo sciopero della fame, del saluto, della parola.

-“Ma che è successo?”-

Sbattei la porta della mia camera così forte che quasi mi spaventai.

I passi di mio padre riecheggiavano nel corridoio, stava arrivando con la stessa grazia dei cavalli al Palio di Siena e urlò: -“Vieni a mangiare sai, te pisto guarda, te pisto!”-

-“NO.”- mi voltai verso il muro.

-“Vieni a mangiare, daje n’ pò”-

-“No. Voglio morire di fame”-

Mi sentivo un piccolo Pannella poco convinto.

-“Vuoi morire di fame?”-

-“Si, siete stati egoisti, come sempre, non avete pensato alle conseguenze del mio nome”- urlai.

Mio padre sapeva bene che era una causa persa e con un: -“Guarda sa, se ti vedo magnà… giuro che te pisto davero”- si congedò.

Dopo circa 17 minuti il mio sciopero andò a farsi fottere e, a piedi nudi, esattamente come non dovevo fare, sgattaiolai in cucina e aprii il frigo.

Nulla. Non c’era un granché,  tanto valeva mangiare il pranzo che non potevo riscaldare.

Mio padre aveva detto che  mi avrebbe “pistata” se mi vedeva mangiare, ma non se mangiavo, e lui dormiva beato sulla poltrona.

Che bontà  i ravioli al ragù di mamma.

Il mio momento nel Nirvana del raviolo venne interrotto da -“Non ti mangiare la foglia”-

-“Perché?”- risposi con l’affanno di chi si era trovato a spalle al muro.

-“Perché è alloro”-

-“Come alloro? E quindi?”-

-“Serve ad insaporire, non devi mangiarlo. È tossico“-

Ah.

Pure?