adesso!

Io a 5 anni ero già come Sharon Stone

Stone

Sharon Stone compie 60 anni.
Detta così, una botta da paura, una notizia che anche il tempo inesorabile si rifiuta di credere.
60 anni: una volta l’età della pensione (porcadiquellamerda Fornero alle tue lacrime di coccodrillo!), dei capelli canuti raccolti in crocchie rinunciatarie o in improbabili tagli post “ti seduco con le chiome”, dei nipotini da curare con un occhio al ciambellone in forno e l’altro al golfino punto riso da finire per il loro compleanno.
E ora, a tradimento, l’età di Sharon Stone.
Indiscussa icona di topezza e gnocchitudine a livelli Nobel per il fisico.
Indiscussa interprete da Oscar in alcuni dei film che più hanno incassato nella storia dei cine e, non giriamoci intorno, della scena smutandata più glamour della Storia di Hollywood
Quella che anche al largo dei Bastioni di Orione è nota come “Ho visto una topa che voi umani…”.
Ricordo ancora il brivido che percorse la sala del cinema Astor durante quell’inquadratura choc.
Una specie di sordo muggito animale da testosterone modulato in Do (cojo cojo) proveniente dalle gonadi sporgenti dei maschi alfa, beta, gamma e persino omega presenti.
Con l’uomo della mia vita seduto vicino che, per darsi un tono, emise quel suo discreto tossicchiare, indice perpetuo di quando si trova preso in castagna.
Peccato stesse rosicchiando una quota di noccioline salate pari al prodotto interno lordo dell’Arkansas (massimo produttore) e così Gesù poté castigarlo con i sintomi di un’anossia da ossigeno “Ben ti sta, bruttoporco”.
Fin qui è Storia.

Ma siccome per ogni S maiuscola ce n’è una minuscola da rievocare, eccovi serviti.
Avevo 5 anni quella volta che mamma mi apprettó (stirata precisa !) per la recita scolastica con canti finali di mia sorella grande nel ruolo solista.
Ritardo, trecce da fare perfette, pieghe della gonnella da sistemare, bottone della camicetta da ricucire, capriccio per i calzini che non mi piacevano da sedare et voilà: il dramma fu servito.
E dato che quando me ne accorsi ero già seduta sulla panca di legno in prima fila con la mamma in fondo, un dramma della solitudine: mamma non mi aveva messo le mutande !

La mia perfetta, attenta, amorevole mammina mi stava mandando in giro per il mondo con il culetto santo al vento.
Lì per lì, l’unica che mi venne fu piangere, anche perché mi ero appena piantata una scheggia di legno di pino silvestre nello sfregamento dovuto a panico da scoperta.
Ma poi, da sentinella dell’onore familiare a sostegno del valor militare di una guerriera come la mia mamma e di una cecchina come mia sorella (capace di centrarmi al primo colpo, se le avessi sputtanato magic moment e applausometro), finii par rattrappirmi immobile sulla panca.
Con la scheggia e tutto quello su cui ero seduta da tenere sotto massimo controllo.
E alla bidella di mia sorella che, avendo notato la mia postura da bella statuina impanicata e la mia espressione da “E adesso?” (perché “Che cazzo faccio?” era decenni di là da venire), mi chiese: “Cos’hai?” risposi strategicamente: “Non c’ho per niente voglia di muovere le gambe”.

E se a qualcuno venisse in mente di far arrivare questa storia a Sharon, le dica che accavallare un paio di cosce facendo intravedere la Bernarda è un gioco da ragazzine, quando te ne sbatti di far fare figure di merda a tua madre e soprattutto quando hai le chiappe sull’imbottitura.

A proposito, ancora auguri Stone.
Sarai forever il più belvedere del Cinema