[:it]Tra le tante, sfinenti, abitudini tutte italiche,  oltre a non rispettare le file, essere più insofferenti alle regole di un branco di adolescenti brufolosi in gita, parcheggiare alla come vieneviene e chissene se blocchiamo qualcuno, bagnare a sguazzo le petunie sul balcone impippandosene dei passanti smoccolanti e delavès, lasciare i luoghi di improvvisati pic-nic ridotti peggio di uno sciopero di spazzini a Calcutta, c’è quella di applaudire ai funerali.

Non so voi, ma io non mi capacito.
Esiste qualche ragione, fosse anche un barlume di pensiero coerente, che spinga una folla compostamente allestita per assolvere un dolente addio a trasformarsi, in un nanosecondo, in una platea in quota “Facciamo salire l’applausometro?”

Cos’è che vi spinge,(qualcuno che abbia la decenza di un coming out vi supplico!), chi è a far partire l’ordine, in quale istante preciso vi scatta l’impulso di trasformarvi nei figuranti di una puntata di “Se sei felice tu lo sai batti le mani” santiddio?

E siccome ho il fondato sospetto che lo facciate SOLO ed UNICAMENTE ai funerali che contano, a quelli Vip per esempio o a quelli spettacolarmente orientati a favore di telecamere, inviati speciali da prima serata TG, free lance in cerca di commenti piagnucolosi e più banali di un emoticon sui social, credo con tutte le mie forze che quell’applauso sia un arrogante voler esserci.
Nel senso di voler apparire, avere i propri tre minuti di popolarità sotto i riflettori, a favore di cameramen, a furor di inquadratura con le mani bene in vista a celebrare il narciso sofferente che c’è in voi.
Non a caso, l’ovazione parte sempre in diretta video alle esequie che “contano”.
Quelle da evento “Io c’ero ed applaudivo”.
Bravi tutti a spellarvi le mani dove c’è da mettersi in vetrina.

Se proprio vi sentiste dei capi claque che la D’Urso si sogna, andate ad applaudire al funerale di vostra cognata, per quella volta che cucinò un brasato che Cracco je spicció casa.
O alle esequie del vostro vicino che non vi bloccava mai il passo carraio.
Al funerale della vostra più cara amica per ogni volta che vi ha prestato una spalla asciugatrice, o a quello del fruttarolo che vi inseguì fuori per consegnarvi lo scontrino.
O a quello di uno sconosciuto, perché una cazzo di cosa buona dovrà pur averla fatta nella vita.

E anche voi, fatela una cosa buona e giusta.
Infilatevi quelle mani in tasca, chiudete le bocche, chinate il capo.
Lasciate parlare il ricordo, il rimpianto, il rimorso, il cordoglio.
Lasciate volare in silenzio il vostro addio.
Che per quello basta il battito dei ventricoli.[:]