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Una storia che non si può raccontare

A volte guardo le colline e mi meraviglio. Sono le mie colline, quelle che guardo e riconosco dall’infanzia, a volte però sfoggiano un tono di verde ignoto o ti incantano di fiori sbocciati non si sa quando. Altre volte ancora emergono dalla nebbia appena velate di bianco, come algide spose, con i contorni che sfumano grigio nel grigio, pronti a brillare d’argento sotto le inquietanti lune piene delle magiche notti torinesi.

La vita ormai trascorre lenta e senza scosse, i battiti del mio vecchio cuore si alterano solo per bizzarre palpitazioni randomiche, generate dalla stanchezza delle arterie e non già dalle passioni che mille anni fa travolgevano le mie membra e scioglievano la mia mente acuta in rivoli di piacere.

Oh, sì, ho amato e riamato, ho percosso e ferito, ho commesso peccato abbandonandomi al tormentato flusso della vita, ho ucciso guardando negli occhi la mia preda, ho dispensato felicità , ho partorito figli della terra, ho mentito solo per amore, ho cantato per allegria, ho permesso che mi aprissero piaghe violente nel petto, ho guarito invisibili malattie.

Guardo ora le mie mani nodose, sembrano arbusti rinsecchiti da troppe mattine di sole, avvolti da una pelle sottile, un’antica pergamena dove vene sottili, fragili, bluastre disegnano i simboli della cabala, ripetono magiche formule che, se correttamente pronunciate, potrebbero bruciare il mondo in un soffio. Sono inutili, adesso, queste mani che pure sapevano lavorare e gioire.

Si appoggiano sulle mie gambe stanche e infreddolite, arido ricordo delle colonne d’avorio su cui portavo il mio corpo, le mie gambe perfette che mi hanno sorretta in mille danze di guerra e d’amore, i miei strumenti di fuga che mi perdonavano le ferite degli aculei del bosco, là dove scappavo ansante dalle cacce degli Uomini Probi, lontana dai roghi che mi attendevano impazienti di giustizia.

Dalla strada, giù in basso, arrivano ovattati suoni di un mondo che non capisco più; automobili rumorose, cassonetti della spazzatura ribaltati, sirene di ambulanze o di polizia, stridenti frenate di tram, grida rissose di umani trapiantati.

Sono grata a queste stanche orecchie, di cui nascondo la punta modellando i capelli, perché non mi trasmettono molti di tali suoni, risparmiando la mia ansia di non comprensione; le mie orecchie erano nate allo scopo di percepire le voci del fiume, degli alberi, i cento moniti della natura appena sussurrati in una bava di vento, non questo inutile fragore che allontana la magia. Dio, com’era bello ascoltare le canzoni degli zingari, quando trasmigravano lenti vagando per tutta l’Europa, come si sentiva dolce nel cuore quella nenia evocatrice di sogni perduti! E le canzoni di battaglia? Sì, quante volte ho gridato e cantato sollevando il braccio armato dei mie pugnali avvelenati, trasportata senza paura contro i nemici di ogni era, di ogni razza, di ogni mondo!

Mi rivedo ancora, giovane e bella come per tanti anni sono stata, forte della mia magia e fragile nei miei amori nascosti, perché chi ho amato veramente non l’ha mai saputo dalle mie labbra, improvvisamente sigillate da tormenti troppo umani per me, che sono stata generata dal fuoco di un demone ambizioso. Avevo una cascata di capelli neri, striati di rosso, che potevano coprire e difendere tutto il mio corpo, anche quando volontariamente proiettavo di me un’immagine di fanciulla piccola e magra, per non attirare l’attenzione degli Uomini Probi sulle mie diversità.

Ascoltatemi, donne, più mie sorelle di quanto pensiate, ognuna di voi può essere una strega, per loro.

Forse credete che tutte queste storie siano solo materiale per leggende chiuse in libri polverosi, brandelli di antichi racconti nelle favole raccontate da vecchie nonne a nipotini malati di televisione e quasi vuoti di fantasia, la madre di tutte le magie, ma non è così, non è così. Persino voi, che vi sentite normali esseri umani, con vite normali nelle vostre utilitarie, nei vostri uffici, nelle vostre cucine pulite, persino voi potreste passare dalla mia parte, perché nessuno vi perdonerà di essere diverse, dietro ogni angolo troverete un Uomo Probo che vi additerà, ognuna di voi può trovare il suo rogo, che non arde e non brilla più nella notte, ma si alimenta di rancore o indifferenza o cieca gelosia. Non siete libere, no, non ancora.

Certo, sono cambiate le cornici, adesso non siete più confinate nei quadri familiari; potete lavorare, entrare in politica, mostrarvi liberamente per via, decidere del vostro denaro e del vostro destino, ma badate bene, non potete ancora essere diverse.

Chi mai vi perdonerà di essere sempre intelligenti? Come potrete spiegare di non avere gli stessi desideri delle altre, di quelle allineate, insomma, come pensate di giustificare il fatto che non siete nate fate?

Dovete essere belle, dovete essere magre. Dovete essere in qualche modo in vendita, per denaro, fama o posizione. Dovete avere l’istinto materno, procreare se potete o disperarvi se non potete. Dovete aspirare ad un uomo, che possibilmente vi faccia soffrire almeno un po’. Se siete amanti, dovete accettare il fatto che il vostro status non muterà.

Era meglio, un tempo. Sono stata l’amante di mille e cento uomini, di nessuno la moglie, di uno solo la schiava, ma per breve tempo; ero la sua preda di guerra, ma nel momento in cui si è accorto che non provavo gratitudine quando mi usava senza picchiarmi e non mi sentivo devota quando mi tirava gli avanzi del suo pasto voleva uccidermi. Povero cavaliere, non sapeva che per me quella era soltanto una curiosa esperienza di vita, mi guardava con stupore mentre sfilavo il pugnale avvelenato dal suo petto glabro e sorridevo dicendo “Adieu, mon petit”.

Che bello, a quei tempi, essere un’amante! Gli uomini mi coprivano di gioielli, fuggivano la notte per raggiungere il mio letto, per bere con me e ridere, ridere, perché con le amanti erano sempre allegri e felici, spensierati. Mi esibivano nelle danze con orgoglio, ero l’amante bella e scellerata, le altre donne mi temevano, gli uomini impazzivano. Non so perché adesso gli amanti siano così diversi. Non sono più allegri, si lamentano sempre, non portano più molti regali. Non cercano, in realtà, una donna diversa, vogliono una copia migliore di quella che hanno già ammansito con un cerchietto di modesto oro all’anulare.

Attente, donne, se vorrete di più, se vorrete rispetto, considerazione e sincerità, allora sarete DIVERSE, e gli Uomini Probi annuseranno la vostra strana natura.

Ma la mia voce è flebile, non posso gridarvi di prestare attenzione e voi non sapete più ascoltare le vibrazioni delle foglie, così non so come comunicare con voi.

Dovrei forse utilizzare quella rumorosa scatola che chiamate televisione, ma mi perderei in mezzo a tutti quei falsi profeti, mi preferireste sicuramente un analista di grido, un imbonitore di tappeti, una donna patinata che vi spiega come ridurre il vostro corpo nello schema predeterminato.

No, il mio corpo è sempre stato morbido di vini preziosi e cibi succulenti, oppure magro di fughe e di baccanali, prosciugato da infernali tenzoni amorose o fiorente di pane, latte e miele.

La mia pelle sapeva di gelsomino nelle primavere di collina, di selvatico nelle fughe notturne, era morbida sotto le dita degli uomini e squamosa per le frecce dei cacciatori.

Seguivo il flusso della vita e delle stagioni, percepivo forte nelle mie vene il ritmo dei raccolti e delle migrazioni. Non mi si richiedevano adeguamenti.

Guardo ancora le colline, quasi riesco ad inspirare il loro profumo di prima estate, la terra bagnata ha un odore inebriante. La sera avanza gentile, lasciando tracce di sole che non riesce a scaldarmi, ormai il mio calore residuo è fatto soltanto di ricordi che non posso condividere. Infatti già sento nelle vene il lento diffondersi del gelo atteso, l’inesorabile momento del passaggio è arrivato. Non ho paura, sono consapevole. Ho scelto io la strada della mortalità, perché ci si stanca di tutto, prima o poi, anche della propria gioventù infinita.

Volevo provare qualunque emozione, la paura della morte, la deliziosa precarietà dell’esistenza, ho osservato curiosa il lento declino del corpo, circondata da donne, da sempre umane e pertanto da sempre consapevoli dell’umana condizione, inspiegabilmente disperate per la trasformazione, ossessionate dalla possibilità di uscire dallo schema bella-giovane-magra . Che sciocche, tanta energia perduta per mantenersi uguali, quando ogni bellezza, ogni ricchezza sta nella diversità, preziosa forza scatenante.

Ho scelto di condividere la vostra vita, senza ascoltare ragione alcuna.

Anche la magia, a poco a poco, mi ha abbandonata, perché la magia non può morire, ma se n’è andata a malincuore, ringraziandomi per averla utilizzata al meglio. Le ho soltanto chiesto di consentirmi una morte dignitosa, senza spargimento di sangue e di umori. Non le ho chiesto di evitarmi il dolore, perché quello lo conosco bene, alle donne, streghe o umane che siano, non ha mai fatto paura.

Infatti ho accettato di partorire almeno una volta con dolore, e non mi sono mai sentita così strega come in quel momento, così ho capito che tutte le umane che hanno partorito normalmente hanno anche provato per qualche momento che cosa si sente ad essere come me. Da umana, ho sentito il mio cuore spezzarsi quando ho lasciato la mia bambina alle cure premurose delle infermiere, che mi credevano una zingara attempata, ma non avevo casa e non avevo futuro da offrirle, né potevo farla crescere col fardello della diversità senza avere il suo parere in merito.

Anni fa l’ho vista cresciuta, bella come una dea di dodici anni e con mille secoli negli occhi; sembrava una normale ragazzina conforme, ben vestita, ben educata, perfetto esempio di adozione felice. Ad un tratto però, mentre i suoi umani genitori in prestito discutevano sul prezzo del gelato, lei si è chinata ed ha afferrato una lucertola, salvandola da un gatto che stava per catturarla. Poi ha guardato intensamente il gatto, che si è sottomesso ai suoi occhi ed è caduto in un sonno profondo. Quando gli umani sono tornati ad occuparsi di lei, era tornata una dolce bambina, con una lucertola viva nella borsetta rosa. Chissà se aveva già imparato ad usarla per qualche semplice sortilegio. Mi sono sentita sollevata, al sangue umano del padre, di cui però non ricordo il nome, è certo mescolato il mio; anche lei dovrà difendersi dagli Uomini Probi, ma avrà armi per loro inaspettate.

Le mie palpebre sono pesanti come piombo. Addio, vita ferocemente amata, addio grida alla luna nelle feste d’ottobre, addio montagne e colline, addio figli della terra, addio piccola figlia umana. Sono pronta per il mio viaggio nel buio. Puoi riposarti, cuore mio.

Un’inserviente dell’ospizio vide la carrozzina ancora davanti alla finestra, nella stanza ormai immersa nel crepuscolo. Si avvicinò seccata, chissà perché la vecchia non era andata a mangiare con le altre, mah, del resto era sempre stata un po’ bizzarra, con quegli occhi gialli e strani, quel tatuaggio rosso sul collo come le amiche emo di suo figlio.

Quando provò a scuotere leggermente la spalla dell’anziana, quel piccolo corpo scivolò lentamente su un fianco, ripiegandosi sul bracciolo, come una bambola di pezza; l’inserviente trasalì, ma non era certo la prima volta che trovava un paziente ormai defunto, i clienti dell’ospizio erano poveri e – in genere – non avevano parenti che si occupassero di loro, quindi morivano abbastanza in fretta.  Risistemò alla meglio il corpo e chiamò la sua collega perché l’aiutasse a riportare in camera la vecchia bizzarra, ormai quasi fredda. Quando la ricomposero sul letto, videro che sorrideva.

“Come si chiamava questa?” chiese sguaiatamente la seconda inserviente.

“Aspetta, mi sembra… Masca, sì’, Selvaggia Masca” rispose l’altra.

“Che strano nome. Masca è un cognome piemontese?”

“Non saprei… mia nonna diceva che le masche sono le streghe della collina… magari lei è nata per là”

“Streghe di collina! Che roba assurda. Non esistono le streghe”

Non videro, nel riflesso dell’abat jour sullo specchio, un lampo giallo di occhi ammiccanti.A volte guardo le colline e mi meraviglio. Sono le mie colline, quelle che guardo e riconosco dall’infanzia, a volte però sfoggiano un tono di verde ignoto o ti incantano di fiori sbocciati non si sa quando. Altre volte ancora emergono dalla nebbia appena velate di bianco, come algide spose, con i contorni che sfumano grigio nel grigio, pronti a brillare d’argento sotto le inquietanti lune piene delle magiche notti torinesi.

La vita ormai trascorre lenta e senza scosse, i battiti del mio vecchio cuore si alterano solo per bizzarre palpitazioni randomiche, generate dalla stanchezza delle arterie e non già dalle passioni che mille anni fa travolgevano le mie membra e scioglievano la mia mente acuta in rivoli di piacere.

Oh, sì, ho amato e riamato, ho percosso e ferito, ho commesso peccato abbandonandomi al tormentato flusso della vita, ho ucciso guardando negli occhi la mia preda, ho dispensato felicità , ho partorito figli della terra, ho mentito solo per amore, ho cantato per allegria, ho permesso che mi aprissero piaghe violente nel petto, ho guarito invisibili malattie.

Guardo ora le mie mani nodose, sembrano arbusti rinsecchiti da troppe mattine di sole, avvolti da una pelle sottile, un’antica pergamena dove vene sottili, fragili, bluastre disegnano i simboli della cabala, ripetono magiche formule che, se correttamente pronunciate, potrebbero bruciare il mondo in un soffio. Sono inutili, adesso, queste mani che pure sapevano lavorare e gioire.

Si appoggiano sulle mie gambe stanche e infreddolite, arido ricordo delle colonne d’avorio su cui portavo il mio corpo, le mie gambe perfette che mi hanno sorretta in mille danze di guerra e d’amore, i miei strumenti di fuga che mi perdonavano le ferite degli aculei del bosco, là dove scappavo ansante dalle cacce degli Uomini Probi, lontana dai roghi che mi attendevano impazienti di giustizia.

Dalla strada, giù in basso, arrivano ovattati suoni di un mondo che non capisco più; automobili rumorose, cassonetti della spazzatura ribaltati, sirene di ambulanze o di polizia, stridenti frenate di tram, grida rissose di umani trapiantati.

Sono grata a queste stanche orecchie, di cui nascondo la punta modellando i capelli, perché non mi trasmettono molti di tali suoni, risparmiando la mia ansia di non comprensione; le mie orecchie erano nate allo scopo di percepire le voci del fiume, degli alberi, i cento moniti della natura appena sussurrati in una bava di vento, non questo inutile fragore che allontana la magia. Dio, com’era bello ascoltare le canzoni degli zingari, quando trasmigravano lenti vagando per tutta l’Europa, come si sentiva dolce nel cuore quella nenia evocatrice di sogni perduti! E le canzoni di battaglia? Sì, quante volte ho gridato e cantato sollevando il braccio armato dei mie pugnali avvelenati, trasportata senza paura contro i nemici di ogni era, di ogni razza, di ogni mondo!

Mi rivedo ancora, giovane e bella come per tanti anni sono stata, forte della mia magia e fragile nei miei amori nascosti, perché chi ho amato veramente non l’ha mai saputo dalle mie labbra, improvvisamente sigillate da tormenti troppo umani per me, che sono stata generata dal fuoco di un demone ambizioso. Avevo una cascata di capelli neri, striati di rosso, che potevano coprire e difendere tutto il mio corpo, anche quando volontariamente proiettavo di me un’immagine di fanciulla piccola e magra, per non attirare l’attenzione degli Uomini Probi sulle mie diversità.

Ascoltatemi, donne, più mie sorelle di quanto pensiate, ognuna di voi può essere una strega, per loro.

Forse credete che tutte queste storie siano solo materiale per leggende chiuse in libri polverosi, brandelli di antichi racconti nelle favole raccontate da vecchie nonne a nipotini malati di televisione e quasi vuoti di fantasia, la madre di tutte le magie, ma non è così, non è così. Persino voi, che vi sentite normali esseri umani, con vite normali nelle vostre utilitarie, nei vostri uffici, nelle vostre cucine pulite, persino voi potreste passare dalla mia parte, perché nessuno vi perdonerà di essere diverse, dietro ogni angolo troverete un Uomo Probo che vi additerà, ognuna di voi può trovare il suo rogo, che non arde e non brilla più nella notte, ma si alimenta di rancore o indifferenza o cieca gelosia. Non siete libere, no, non ancora.

Certo, sono cambiate le cornici, adesso non siete più confinate nei quadri familiari; potete lavorare, entrare in politica, mostrarvi liberamente per via, decidere del vostro denaro e del vostro destino, ma badate bene, non potete ancora essere diverse.

Chi mai vi perdonerà di essere sempre intelligenti? Come potrete spiegare di non avere gli stessi desideri delle altre, di quelle allineate, insomma, come pensate di giustificare il fatto che non siete nate fate?

Dovete essere belle, dovete essere magre. Dovete essere in qualche modo in vendita, per denaro, fama o posizione. Dovete avere l’istinto materno, procreare se potete o disperarvi se non potete. Dovete aspirare ad un uomo, che possibilmente vi faccia soffrire almeno un po’. Se siete amanti, dovete accettare il fatto che il vostro status non muterà.

Era meglio, un tempo. Sono stata l’amante di mille e cento uomini, di nessuno la moglie, di uno solo la schiava, ma per breve tempo; ero la sua preda di guerra, ma nel momento in cui si è accorto che non provavo gratitudine quando mi usava senza picchiarmi e non mi sentivo devota quando mi tirava gli avanzi del suo pasto voleva uccidermi. Povero cavaliere, non sapeva che per me quella era soltanto una curiosa esperienza di vita, mi guardava con stupore mentre sfilavo il pugnale avvelenato dal suo petto glabro e sorridevo dicendo “Adieu, mon petit”.

Che bello, a quei tempi, essere un’amante! Gli uomini mi coprivano di gioielli, fuggivano la notte per raggiungere il mio letto, per bere con me e ridere, ridere, perché con le amanti erano sempre allegri e felici, spensierati. Mi esibivano nelle danze con orgoglio, ero l’amante bella e scellerata, le altre donne mi temevano, gli uomini impazzivano. Non so perché adesso gli amanti siano così diversi. Non sono più allegri, si lamentano sempre, non portano più molti regali. Non cercano, in realtà, una donna diversa, vogliono una copia migliore di quella che hanno già ammansito con un cerchietto di modesto oro all’anulare.

Attente, donne, se vorrete di più, se vorrete rispetto, considerazione e sincerità, allora sarete DIVERSE, e gli Uomini Probi annuseranno la vostra strana natura.

Ma la mia voce è flebile, non posso gridarvi di prestare attenzione e voi non sapete più ascoltare le vibrazioni delle foglie, così non so come comunicare con voi.

Dovrei forse utilizzare quella rumorosa scatola che chiamate televisione, ma mi perderei in mezzo a tutti quei falsi profeti, mi preferireste sicuramente un analista di grido, un imbonitore di tappeti, una donna patinata che vi spiega come ridurre il vostro corpo nello schema predeterminato.

No, il mio corpo è sempre stato morbido di vini preziosi e cibi succulenti, oppure magro di fughe e di baccanali, prosciugato da infernali tenzoni amorose o fiorente di pane, latte e miele.

La mia pelle sapeva di gelsomino nelle primavere di collina, di selvatico nelle fughe notturne, era morbida sotto le dita degli uomini e squamosa per le frecce dei cacciatori.

Seguivo il flusso della vita e delle stagioni, percepivo forte nelle mie vene il ritmo dei raccolti e delle migrazioni. Non mi si richiedevano adeguamenti.

Guardo ancora le colline, quasi riesco ad inspirare il loro profumo di prima estate, la terra bagnata ha un odore inebriante. La sera avanza gentile, lasciando tracce di sole che non riesce a scaldarmi, ormai il mio calore residuo è fatto soltanto di ricordi che non posso condividere. Infatti già sento nelle vene il lento diffondersi del gelo atteso, l’inesorabile momento del passaggio è arrivato. Non ho paura, sono consapevole. Ho scelto io la strada della mortalità, perché ci si stanca di tutto, prima o poi, anche della propria gioventù infinita.

Volevo provare qualunque emozione, la paura della morte, la deliziosa precarietà dell’esistenza, ho osservato curiosa il lento declino del corpo, circondata da donne, da sempre umane e pertanto da sempre consapevoli dell’umana condizione, inspiegabilmente disperate per la trasformazione, ossessionate dalla possibilità di uscire dallo schema bella-giovane-magra . Che sciocche, tanta energia perduta per mantenersi uguali, quando ogni bellezza, ogni ricchezza sta nella diversità, preziosa forza scatenante.

Ho scelto di condividere la vostra vita, senza ascoltare ragione alcuna.

Anche la magia, a poco a poco, mi ha abbandonata, perché la magia non può morire, ma se n’è andata a malincuore, ringraziandomi per averla utilizzata al meglio. Le ho soltanto chiesto di consentirmi una morte dignitosa, senza spargimento di sangue e di umori. Non le ho chiesto di evitarmi il dolore, perché quello lo conosco bene, alle donne, streghe o umane che siano, non ha mai fatto paura.

Infatti ho accettato di partorire almeno una volta con dolore, e non mi sono mai sentita così strega come in quel momento, così ho capito che tutte le umane che hanno partorito normalmente hanno anche provato per qualche momento che cosa si sente ad essere come me. Da umana, ho sentito il mio cuore spezzarsi quando ho lasciato la mia bambina alle cure premurose delle infermiere, che mi credevano una zingara attempata, ma non avevo casa e non avevo futuro da offrirle, né potevo farla crescere col fardello della diversità senza avere il suo parere in merito.

Anni fa l’ho vista cresciuta, bella come una dea di dodici anni e con mille secoli negli occhi; sembrava una normale ragazzina conforme, ben vestita, ben educata, perfetto esempio di adozione felice. Ad un tratto però, mentre i suoi umani genitori in prestito discutevano sul prezzo del gelato, lei si è chinata ed ha afferrato una lucertola, salvandola da un gatto che stava per catturarla. Poi ha guardato intensamente il gatto, che si è sottomesso ai suoi occhi ed è caduto in un sonno profondo. Quando gli umani sono tornati ad occuparsi di lei, era tornata una dolce bambina, con una lucertola viva nella borsetta rosa. Chissà se aveva già imparato ad usarla per qualche semplice sortilegio. Mi sono sentita sollevata, al sangue umano del padre, di cui però non ricordo il nome, è certo mescolato il mio; anche lei dovrà difendersi dagli Uomini Probi, ma avrà armi per loro inaspettate.

Le mie palpebre sono pesanti come piombo. Addio, vita ferocemente amata, addio grida alla luna nelle feste d’ottobre, addio montagne e colline, addio figli della terra, addio piccola figlia umana. Sono pronta per il mio viaggio nel buio. Puoi riposarti, cuore mio.

Un’inserviente dell’ospizio vide la carrozzina ancora davanti alla finestra, nella stanza ormai immersa nel crepuscolo. Si avvicinò seccata, chissà perché la vecchia non era andata a mangiare con le altre, mah, del resto era sempre stata un po’ bizzarra, con quegli occhi gialli e strani, quel tatuaggio rosso sul collo come le amiche emo di suo figlio.

Quando provò a scuotere leggermente la spalla dell’anziana, quel piccolo corpo scivolò lentamente su un fianco, ripiegandosi sul bracciolo, come una bambola di pezza; l’inserviente trasalì, ma non era certo la prima volta che trovava un paziente ormai defunto, i clienti dell’ospizio erano poveri e – in genere – non avevano parenti che si occupassero di loro, quindi morivano abbastanza in fretta.  Risistemò alla meglio il corpo e chiamò la sua collega perché l’aiutasse a riportare in camera la vecchia bizzarra, ormai quasi fredda. Quando la ricomposero sul letto, videro che sorrideva.

“Come si chiamava questa?” chiese sguaiatamente la seconda inserviente.

“Aspetta, mi sembra… Masca, sì’, Selvaggia Masca” rispose l’altra.

“Che strano nome. Masca è un cognome piemontese?”

“Non saprei… mia nonna diceva che le masche sono le streghe della collina… magari lei è nata per là”

“Streghe di collina! Che roba assurda. Non esistono le streghe”

Non videro, nel riflesso dell’abat jour sullo specchio, un lampo giallo di occhi ammiccanti.