12 Dicembre 1969 /12 Dicembre 2019, 50 anni dalla strage di Piazza Fontana.
Molte verità processuali ma quante lacune e buchi neri,
chiunque voglia interessarsi a questa ed altre vicende, terrorismo, stragismo, depistaggi ha l’imbarazzo della scelta.

Chilometri di faldoni, gomitoli di parole da dipanare, come un fil rouge che collega gli anni peggiori dal dopoguerra ad oggi, nel nostro Paese.

Io mi avvicino, con delicatezza, con impressioni personali.
Ho avuto modo, qualche sera fa di sentire e scambiare due parole, con Silvia Pinelli, figlia di Pino Pinelli, in una manifestazione per il 50°della Strage.

Non sono state dimenticate neppure le stragi che per una decina d’anni sconvolsero il paese (P.zza della Loggia, Italicus, staz. di Bologna)

Silvia Pinelli, non si è fossilizzata nel passato, ho visto una donna sorridente, non triste e ripiegata, anzi, nei suoi interventi era ben radicata nel presente.
Parlava di come le lotte politiche del padre non fossero poi così lontane dalle attuali:
diritto alla casa – poche case ad affitti possibili
diritti delle donne – un femminicidio al giorno
diritto alla salute nei luoghi di lavoro – Ilva e non solo

Parlava di futuro, ricordava il passato, il suo passato, ma la sua missione è andare nelle scuole e parlare, per testimoniare una lotta che nel suo caso ha il sapore della vittoria, tardiva ma pur sempre vittoria, perché nel 2009 il Presidente della Repubblica Napolitano ha convocato la sua famiglia, riconoscendo Pino Pinelli come vittima innocente, anzi vittima due volte, prima di pesantissimi e infondati sospetti e poi di una improvvisa assurda fine.

Quel giorno con loro erano presenti la famiglia Calabresi e Benedetta Tobagi, cito quest’ultima per il bel  libro appena uscito proprio sulla strage di Piazza Fontana.

Silvia gentile ma ferma, ha spesso bloccato degli interventi che nulla avevano a che fare con il suo progetto di testimonianza,
ed ha avuto la stessa fermezza quando veniva citato il commissario Calabresi.
Nessun astio nel suo tono, nessun rancore.
La visione dell’intensa intervista registrata alla mamma e alla sorella ha emozionato: squarci di vita famigliare, di gioie domestiche.

Se è vero che chi ascolta una testimonianza a sua volta diventa testimone, non dobbiamo temere l’oblio.
Anzi con forza dobbiamo diventare testimoni, che non vuol dire ultrà di questa o quella curva, ma uomini e donne che vivono nel loro tempo, in questo, e vorrei essere smentita, sono più brave le donne che sanno dar aria agli armadi, tirando fuori persino gli scheletri.

Sanno tessere legami di cuore che nulla hanno a che fare con la fede politica.