rubriche

Viaggio breve

Il cervello di una donna, normalmente, è la sede convulsa di troppi pensieri. Questa regola si applicava splendidamente alla testa quasi fumante di Gemma, che guidava lentamente sulla tangenziale sud di Torino. A dire il vero Gemma amava la velocità, ma su tutte le tangenziali del mondo, alle otto del mattino, è già tanto se non sei immobile, irrimediabilmente incastrato nel quotidiano ingorgo del secolo. Gli impegni, gli appuntamenti, i problemi da risolvere si accavallavano disordinatamente, sfuggenti ed oppressivi allo stesso tempo

“Devo passare in tintoria a ritirare i cappotti, devo ricordarmi di telefonare in banca per l’assegno, ah già, devo anche cambiare il regalo per Giovanni e Piera, magari lo faccio domani, dopo aver portato Chicca dal dentista, prima di fare la spesa grossa, ma quando diavolo vado dal parrucchiere?”

Domanda inutile, anche questa settimana si sarebbe arrangiata con phon e shampoo anticrespo, più balsamo districante come botta di vita. “Accidenti ai cellulari, prima si viveva meglio, almeno non mi raggiungevano in auto” pensò, mentre l’auricolare le riempiva la tromba d’Eustachio delle note di Toreador. Era il pimpante marito Guido.

”Cicci ti ricordi delle medicine per mia madre? Giusto perché il medico è vicino a te, io del resto ho quella riunione, sai, con gli olandesi… Ecco, se magari poi le compri tu le medicine e passi a portargliele…Cicci, lo sai che lo farei volentieri, ma i ragazzi mi aspettano per il tennis, è da due settimane che salto…Dai che sei la mia brava cucciola, ciao, cià, ciaà.”

Click. Ecco come caricare la moglie d’ulteriori tre commissioni. Gemma si odiava per la sua incapacità di reagire. Capitava lo stesso anche con sua madre, che riusciva sempre – in qualche modo – a farla sentire in colpa e, conseguentemente, a farsi servire, al contrario di quello che accadeva con sua sorella, ancorché convivente con mammina. Certo lei poverina doveva studiare, mica si poteva disturbare così, tanto c’era Gemma, costantemente Gemma, lei che aveva “un impieguccio”, come amava ricordare la madre. Intanto solo la titolare dell’impieguccio sapeva quanto le era costato interrompere l’università, quando il padre era morto improvvisamente, ed accettare quel posto nell’azienda di trasporti, tanto utile al momento quanto lontano dalle sue aspirazioni. Poi era arrivato Guido, il matrimonio, la nascita di Chicca, e il tempo era passato senza che Gemma avesse trovato voglia e coraggio per riprendere l’università; la madre si preoccupava di ripeterle che comunque, per una donna, tanto valeva avere un lavoretto che la impegnasse poche ore, così poteva pensare alla famiglia, in ogni caso i soldi li portava a casa il marito! Ma certo, proprio il suo di marito, quello che aveva candidamente confessato alla moglie di aver rifiutato un’insperata proposta di promozione perché non voleva cadere nella trappola dello stacanovismo.

“A noi basta quello che abbiamo, la mia mogliettina non è una che vuol fare la gran dama, e poi , Cicci, avrò più tempo per te e la bimba…”.

Sottotitolo: neanche morto mi metto a lavorare di più, dovrei impegnarmi, rinunciare al tennis, non dormire di notte, mica sono scemo! Così l’occasione era passata, l’avvento dell’Euro aveva dato una botta ulteriore e Gemma tutti i mesi si ritrovava a tirare faticosamente la fine del mese, tra spese condominiali, il pediatra privato (quello della mutua a malapena parlava italiano), uno stramaledetto affitto, Chicca che cresceva a vista d’occhio e necessitava di scarpe, vestiti, dentista… “Cazzo, il dentista!” Gemma ricordò come in un lampo che si era dimenticata di confermare l’appuntamento e automaticamente si retrocesse a “madre sciagurata, che non si occupa abbastanza della sua bambina”. Velocemente chiamò lo studio, ma giusto per sentirsi dire da quella fetentissima segretaria (secondo me quella si fa il dentista, altrimenti non potrebbe permettersi di essere così stronza), che la conferma era tardiva, bisognava rimandare alla settimana seguente. Gemma brontolò qualche cosa tra i denti, ribadendo tutte le sue opinioni sulla segretaria e cercando di inserire il nuovo appuntamento nell’incasinatissima settimana a seguire. Per un attimo pensò di delegare Guido, ma le venne subito da ridere, di un riso amaro. Proprio lui, sicuro, che neppure era in grado di lavarsi la tazzina del caffè e si dimenticava regolarmente qualunque scadenza o ricorrenza, soprattutto se riguardavano lei. No, non poteva.

“Devo portarla io, devo spostare il mio appuntamento dal fisiatra, altrimenti non riesco ad accompagnare la mamma al cimitero, devo assolutamente ricordarmi anche di pagare l’assicurazione, mi scade, devo…”

Devo, devo, devo. Una volta aveva letto un cretinissimo articolo di simil-psicologia, dove le donne oberate di pensieri come lei venivano invitate a sostituire la parola “devo” con la parola ”posso”; ora, si può anche provare, ma non è consolatorio pensare “posso andare dal macellaio, posso ritirare i documenti dal notaio, posso lavare le tende…” No, ti senti ancora più scema!” Che soluzione assurda, aveva ragione la sua amica Gloria, che aveva mandato a stendere l’analista sostenendo che cinquanta euro all’ora per sentirsi dire che lei aveva un Edipo irrisolto era veramente una colossale stronzata.

“Claro” pensò Gemma “se avessi il triplo dello stipendio o fossi la moglie di Tronchetti, sicuramente risolverei un sacco di problemi irrisolti, Edipi compresi, devo e posso compresi”.

La coda di auto procedeva, snervante, mentre lei guardava l’orologio ancora una volta, cosciente che sarebbe arrivata tardi e che quindi sarebbe dovuta uscire dopo le cinque, mandando all’aria un suo timido tentativo di passare dal negozio di scarpe. “Meglio” pensò ”così risparmio. Tanto non ce l’avrei fatta a comprarmi gli stivali, hanno dei prezzi vergognosi.”

Avrebbe voluto arrabbiarsi, sentiva dentro di sé un qualche cosa che sembrava un accenno di ribellione. Si guardò nello specchietto e incontrò il suo viso ovale, i suoi occhi neri e profondi, gli zigomi alti e la bocca sottile.

“Mica male”pensò.“Sono ancora abbastanza carina, anche se non vado dall’estetista. E comunque se volessi, potrei ancora iscrivermi all’università, non sono così vecchia, adesso ci sono le lauree brevi, tre anni e sei fuori, anche studiando di sera. Certo, Guido dovrebbe crescere, finalmente, e occuparsi della bimba, sollevarmi un po’ nelle faccende e smetterla d’essere solo una fonte di casini; mamma poi dovrebbe imparare a cavarsela da sola, oppure a coinvolgere di più la sorellina, ve bene che studia, ma a vent’otto anni potrebbe anche darsi una mossa! Sicuro che se la darà, tanto se io non posso, non posso. Del resto, anche per Chicca sarebbe meglio avere una madre realizzata, sicura, qualche piccolo sacrificio di tutti e poi i benefici si sentiranno: potrò trovare un lavoro migliore, mi sa che anche i mal di testa spariranno, magari potremmo pensare di acquistare la casa, se guadagnassi di più me la sentirei di sopportare un mutuo…”

Quasi senza accorgersene era arrivata davanti all’azienda di trasporti, una palazzina grigia, nella zona industriale. Non scese subito dall’auto, nonostante il ritardo, si fermò un attimo a completare il sogno, ad arricchirlo di dettagli e particolari piacevoli, tipo un viaggio in Messico con valigie di Vuitton, qualcuno che diceva “Prego dottoressa, si accomodi pure, questo è il suo nuovo ufficio, gradisce un caffè?”.

”Chissà se ti chiamano dottoressa anche con la laurea breve”.

Poi raccolse la borsa, il contenitore per il pasto (tanto per risparmiare sul bar), chiuse l’auto e si avviò velocemente verso l’ufficio. Anche per questa mattina un nuovo sogno era stato completato. A volte era questo, con altri risvolti, a volte era quello di incontrare un uomo speciale, così, per caso, e quest’uomo speciale si innamorava di lei e faceva pazzie pur di averla, naturalmente si affezionava anche alla bambina e tutti e tre andavano a vivere in Francia, in Provenza, lontani dagli autotrasporti, da Guido, dalla madre….. I sogni accompagnavano ogni giorno Gemma al lavoro, poi venivano rinchiusi nello scrigno del cuore, quello dove ogni giorno tante donne, con storie diverse ma uguale coraggio, vanno a cercare la forza per continuare ad essere quello che sono.Il cervello di una donna, normalmente, è la sede convulsa di troppi pensieri. Questa regola si applicava splendidamente alla testa quasi fumante di Gemma, che guidava lentamente sulla tangenziale sud di Torino. A dire il vero Gemma amava la velocità, ma su tutte le tangenziali del mondo, alle otto del mattino, è già tanto se non sei immobile, irrimediabilmente incastrato nel quotidiano ingorgo del secolo. Gli impegni, gli appuntamenti, i problemi da risolvere si accavallavano disordinatamente, sfuggenti ed oppressivi allo stesso tempo.

“Devo passare in tintoria a ritirare i cappotti, devo ricordarmi di telefonare in banca per l’assegno, ah già, devo anche cambiare il regalo per Giovanni e Piera, magari lo faccio domani, dopo aver portato Chicca dal dentista, prima di fare la spesa grossa, ma quando diavolo vado dal parrucchiere?”

Domanda inutile, anche questa settimana si sarebbe arrangiata con phon e shampoo anticrespo, più balsamo districante come botta di vita. “Accidenti ai cellulari, prima si viveva meglio, almeno non mi raggiungevano in auto” pensò, mentre l’auricolare le riempiva la tromba d’Eustachio delle note di Toreador. Era il pimpante marito Guido.

“Cicci ti ricordi delle medicine per mia madre? Giusto perché il medico è vicino a te, io del resto ho quella riunione, sai, con gli olandesi… Ecco, se magari poi le compri tu le medicine e passi a portargliele… Cicci, lo sai che lo farei volentieri, ma i ragazzi mi aspettano per il tennis, è da due settimane che salto… Dai che sei la mia brava cucciola, ciao, cià, ciaà”.

Click. Ecco come caricare la moglie d’ulteriori tre commissioni. Gemma si odiava per la sua incapacità di reagire. Capitava lo stesso anche con sua madre, che riusciva sempre – in qualche modo – a farla sentire in colpa e, conseguentemente, a farsi servire, al contrario di quello che accadeva con sua sorella, ancorché convivente con mammina. Certo lei poverina doveva studiare, mica si poteva disturbare così, tanto c’era Gemma, costantemente Gemma, lei che aveva “un impieguccio”, come amava ricordare la madre. Intanto solo la titolare dell’impieguccio sapeva quanto le era costato interrompere l’università, quando il padre era morto improvvisamente, ed accettare quel posto nell’azienda di trasporti, tanto utile al momento quanto lontano dalle sue aspirazioni. Poi era arrivato Guido, il matrimonio, la nascita di Chicca, e il tempo era passato senza che Gemma avesse trovato voglia e coraggio per riprendere l’università; la madre si preoccupava di ripeterle che comunque, per una donna, tanto valeva avere un lavoretto che la impegnasse poche ore, così poteva pensare alla famiglia, in ogni caso i soldi li portava a casa il marito! Ma certo, proprio il suo di marito, quello che aveva candidamente confessato alla moglie di aver rifiutato un’insperata proposta di promozione perché non voleva cadere nella trappola dello stacanovismo.

“A noi basta quello che abbiamo, la mia mogliettina non è una che vuol fare la gran dama, e poi, Cicci, avrò più tempo per te e la bimba…”.

Sottotitolo: neanche morto mi metto a lavorare di più, dovrei impegnarmi, rinunciare al tennis, non dormire di notte, mica sono scemo! Così l’occasione era passata, l’avvento dell’Euro aveva dato una botta ulteriore e Gemma si ritrovava a tirare faticosamente la fine del mese, tra spese condominiali, il pediatra privato (quello della mutua a malapena parlava italiano), uno stramaledetto affitto, Chicca che cresceva a vista d’occhio e necessitava di scarpe, vestiti, dentista… “Cazzo, il dentista!”. Gemma ricordò come in un lampo che si era dimenticata di confermare l’appuntamento e automaticamente si retrocesse a “madre sciagurata, che non si occupa abbastanza della sua bambina”. Velocemente chiamò lo studio, ma giusto per sentirsi dire da quella fetentissima segretaria (secondo me quella si fa il dentista, altrimenti non potrebbe permettersi di essere così stronza), che la conferma era tardiva, bisognava rimandare alla settimana seguente. Gemma brontolò qualche cosa tra i denti, ribadendo tutte le sue opinioni sulla segretaria e cercando di inserire il nuovo appuntamento nell’incasinatissima settimana a seguire. Per un attimo pensò di delegare Guido, ma le venne subito da ridere, di un riso amaro. Proprio lui, sicuro, che neppure era in grado di lavarsi la tazzina del caffè e si dimenticava regolarmente qualunque scadenza o ricorrenza, soprattutto se riguardavano lei. No, non poteva.

“Devo portarla io, devo spostare il mio appuntamento dal fisiatra, altrimenti non riesco ad accompagnare la mamma al cimitero, devo assolutamente ricordarmi anche di pagare l’assicurazione, mi scade, devo…”

Devo, devo, devo. Una volta aveva letto un cretinissimo articolo di simil-psicologia, dove le donne oberate di pensieri come lei venivano invitate a sostituire la parola “devo” con la parola “posso”; si può anche provare, ma non è consolatorio pensare “posso andare dal macellaio, posso ritirare i documenti dal notaio, posso lavare le tende…”. No, ti senti ancora più scema! Che soluzione assurda, aveva ragione la sua amica Gloria, che aveva mandato a stendere l’analista sostenendo che cinquanta euro all’ora per sentirsi dire che lei aveva un Edipo irrisolto era veramente una colossale stronzata.

“Claro” pensò Gemma “se avessi il triplo dello stipendio o fossi la moglie di Tronchetti, sicuramente risolverei un sacco di problemi irrisolti, Edipi compresi, devo e posso compresi”.

La coda di auto procedeva, snervante, mentre lei guardava l’orologio ancora una volta, cosciente che sarebbe arrivata tardi e che quindi sarebbe dovuta uscire dopo le cinque, mandando all’aria un suo timido tentativo di passare dal negozio di scarpe. “Meglio” “pensò così risparmio. Tanto non ce l’avrei fatta a comprarmi gli stivali, hanno dei prezzi vergognosi.”

Avrebbe voluto arrabbiarsi, sentiva dentro di sé un qualche cosa che sembrava un accenno di ribellione. Si guardò nello specchietto e incontrò il suo viso ovale, i suoi occhi neri e profondi, gli zigomi alti e la bocca sottile.

“Mica male” pensò. “Sono ancora abbastanza carina, anche se non vado dall’estetista. E comunque se volessi, potrei ancora iscrivermi all’università, non sono così vecchia, adesso ci sono le lauree brevi, tre anni e sei fuori, anche studiando di sera. Certo, Guido dovrebbe crescere, finalmente, occuparsi della bimba, sollevarmi un po’ nelle faccende e smetterla d’essere solo una fonte di casini; mamma poi dovrebbe imparare a cavarsela da sola, oppure a coinvolgere di più la sorellina, ve bene che studia, ma a ventotto anni potrebbe anche darsi una mossa! Sicuro che se la darà, tanto se io non posso, non posso. Del resto, anche per Chicca sarebbe meglio avere una madre realizzata, sicura, qualche piccolo sacrificio di tutti e poi i benefici si sentiranno: potrò trovare un lavoro migliore, mi sa che anche i mal di testa spariranno, magari potremmo pensare di acquistare la casa, se guadagnassi di più me la sentirei di sopportare un mutuo…”.

Quasi senza accorgersene era arrivata davanti all’azienda di trasporti, una palazzina grigia, nella zona industriale. Non scese subito dall’auto, nonostante il ritardo, si fermò un attimo a completare il sogno, ad arricchirlo di dettagli e particolari piacevoli, tipo un viaggio in Messico con valigie di Louis Vuitton, qualcuno che diceva “Prego dottoressa, si accomodi pure, questo è il suo nuovo ufficio, gradisce un caffè?”.

“Chissà se ti chiamano dottoressa anche con la laurea breve”.

Poi raccolse la borsa, il contenitore per il pasto (tanto per risparmiare sul bar), chiuse l’auto e si avviò velocemente verso l’ufficio. Anche per questa mattina un nuovo sogno era stato completato. A volte era questo, con altri risvolti, a volte era quello di incontrare un uomo speciale, così, per caso, e quest’uomo speciale si innamorava di lei e faceva pazzie pur di averla, naturalmente si affezionava anche alla bambina e tutti e tre andavano a vivere in Francia, in Provenza, lontani dagli autotrasporti, da Guido, dalla madre… I sogni accompagnavano ogni giorno Gemma al lavoro, poi venivano rinchiusi nello scrigno del cuore, quello dove ogni giorno tante donne, con storie diverse ma uguale coraggio, vanno a cercare la forza per continuare ad essere quello che sono.