noi altrove

E anche oggi si tromba domani!

 

Non c’è dubbio: l’avvento del digitale terrestre ha sdoganato format tv per tutti i gusti.

Tra i palati più soddisfatti, sicuramente gli amanti della tv spazzatura: Real Time e affini sono tutto un proliferare di programmi che, in confronto, l’Isola dei Famosi è un film di Kubrick.

Tra questi, “21 sotto un tetto”, che vede protagonista la famiglia Duggar.
“Chi minchia è la famiglia Duggar?” vi chiederete. Eccovi accontentati.

I Duggar sono una famiglia americana ultraconservatrice e iper bigotta che vive nel ridente Arkansas, Stato in cui se siete di colore e se proprio volete esagerare anche gay, rischiate di venire inseguiti per strada da gente incappucciata e vestita di bianco anche se non è Halloween.

Che cos’ha di speciale questa allegra famigliola?

Che i componenti sono 21, e non includono nonni, cugini, cani, gatti e coltivatori di cotone, viste le amabili abitudini locali.

Sotto al tetto ci sono papà Jim Bob, la moglie Michelle e una schiera di 19 figli. Tutti partoriti da Michelle. La quale, facendo due calcoli, ha passato più della metà della sua vita gravida e ora deve avere l’apertura vaginale come il girovita di Adinolfi.

E tutti con il nome che inizia per J: dettaglio che ricorda in maniera inquietante la famiglia Goebbles, a cui, se la memoria non m’inganna, non aveva portato proprio benissimo.

Non è dato sapere di preciso che lavoro faccia Jim Bob (non il pornoattore, nonostante sia indubbio che l’attrezzo funzioni a dovere, vista la riproduzione conigliesca) per mantenere moglie e prole.

Di certo la vita di Michelle non è proprio rose e fiori, visto che dichiara di fare oltre 200 lavatrici al mese: roba da girone dantesco.

Per sua fortuna, l’aiuto arriva dai figli. Che, per inciso, praticano l’homeschooling: tradotto, studiano a casa e non nelle scuole normali, dove – Dio non voglia! – potrebbero andare incontro a contaminazioni demoniache, tipo altri ragazzini che li invitano a guardare un cartone animato, a mangiare un hamburger da MC Donald o, peggio ancora, spieghino con esempi pratici alle ragazze più grandi come nascono i bambini.

E qui si collega la parte più geniale di questo spaccato “Born in the USA”: quella delle “regole di corteggiamento”.

In pratica, se un adolescente con l’ormone imbizzarrito si prende una cotta per una delle ragazze Duggar e vuole invitarla ad uscire e far roba nel sedile posteriore dell’auto, deve affrontare più prove di Super Mario.

Prima di iniziare il “corteggiamento” (lo chiamano proprio così), lo sventurato deve passare al vaglio del patriarca Jim Bob, che deve verificare che il malcapitato abbia intenzioni serie, non sia fan di Marilyn Manson e non voti democratico.

Passate le forche caudine di Jim Bob, il pischello può iniziare a frequentare la ragazza Duggar, ma non può né abbracciarla né tenerla per mano, né tantomeno baciarla finché non le infila il brillocco al dito: cosa abbastanza frustrante quando realizzi che i bambini dell’asilo che si mettono in fila per mano hanno avuto più esperienza sessuale di te.

A questo punto, le strade che si aprono sono tre: gettare la spugna e diventare satanista per ripicca, farsi esplodere lo scroto o impalmare la ragazza dopo tre o quattro mesi di frequentazione per arrivare alla méta ed evitare così l’opzione due.

Oppure c’è la soluzione jolly: PornHub.
Ragazze “devote” che ripetono “Oh my God” ce ne sono parecchie anche lì.