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Kim Jong bells…o Natale a Pyongyang

Corea del Nord, Kim Jong, Jingle Bells, Pyongyang

Diciamolo subito: in Corea del Nord il Natale non esiste.
“Ottimo” direte voi già in overdose, fin dalla fine di Ottobre, di addobbi e pandori in tutti i luoghi e in tutti i laghi.
“Ottimo una mjn-kya” dicono quelli della Corea del Sud, che sanno perché quelli del Nord non sono padroni di aprirsi un panettone e stappare un Asti
come Confucio comanda.
Il fatto non sarebbe grave, se cancellare il Natale riguardasse solo quelli al di sopra del 38°parallelo.
Ma visto che la ricaduta di questa decisione piove, per ovvi motivi geografici, anche sulle teste dei sudcoreani, permettete che siano incazzati come cani pronti per la “gaejangguk” (zuppa di cane) in uno dei qualsiasi ristoranti à la carte di Seul?

MA ANDIAMO CON ORDINE A RICOSTRUIRE I FATTI

Fino all’8 Gennaio 1984, in Corea del Nord, il Natale esisteva eccome.
Tanto che quasi tutte le addobbaglie-paccottiglie che servivano all’altra parte del pianeta, per addobbare la qualunque, provenivano da lì.
Tanto che, a furia di costruire abeti finti, carillon con renne elfi e polinord con gli scarti dei copertoni, si erano lasciati prendere il cuore, la mano e i karaoke, dall’ atmosfera.
Chissenè se era la festa simbolo della cristianità più consumistica dal primo giorno D.C.
Natale era gioioso, colorato, melenso e lampeggiante il giusto per essere gradito all’indole giocosamente naif del pur tecnologicisssimo popolo coreano.

Corea del Nord, Kim Jong, Jingle Bells, Pyongyang

Diciamolo subito: in Corea del Nord il Natale non esiste.
“Ottimo” direte voi già in overdose, fin dalla fine di Ottobre, di addobbi e pandori in tutti i luoghi e in tutti i laghi.
“Ottimo una mjn-kya” dicono i nordcoreani, che non sono padroni di aprirsi un panettone e stappare un Asti come Confucio comanda.
Il fatto non sarebbe grave, se cancellare il Natale riguardasse solo quelli al di sopra del 38°parallelo.
Ma visto che la ricaduta di questa decisione piove, per ovvi motivi geografici, anche sulle teste dei sudcoreani, permettete che siano incazzati anche loro come cani pronti per la “gaejangguk” (zuppa di cane) in uno dei qualsiasi ristoranti à la carte di Seul?

Ma andiamo con ordine a ricostruire i fatti.
Fino all’8 Gennaio 1984, in Corea del Nord, il Natale esisteva eccome.
Tanto che quasi tutte le addobbaglie-paccottiglie che servivano all’altra parte del pianeta, per addobbare la qualunque, provenivano da lì.
Tanto che, a furia di costruire abeti finti, carillon con renne, elfi e polinord con gli scarti dei copertoni, si erano lasciati prendere il cuore, la mano e i karaoke, dall’atmosfera.
Chissenè se era la festa simbolo della cristianità più consumistica dal primo giorno dell’1 D.C.?
Natale era gioioso, colorato, melenso e lampeggiante il giusto per essere gradito all’indole giocosamente naif del pur tecnologicisssimo popolo coreano.
Fino al giorno in cui per ogni coreano polentone (quindi del Nord) diventò il “C’era una volta il Natale”.
Perché nel frattempo era nato il bambino che uccise il Natale.
Kim Jong-un, figlio di Kim Jong-il, fratello di Kim Jong-nam, della dinastia dei Kim Jong-merd.
In due parole il “Cattivissimo Un”, terrore e tormento di tutti gli elfi del Polo Nord, iceberg compresi.
Fin dalla prima letterina a Babbo Natale, in cui chiedeva un trenino di scorie tossiche da far deragliare nella cameretta del suo migliore amico, solo per avvelenarlo e farlo perdere a Risiko, una scatola di “Lego Casa Bianca” da costruire e bombardare un secondo dopo e un pigiamino fatto con la pelliccia del primo cucciolo di Panda a rischio estinzione nato in Corea del Nord.
Tanto che l’elfo postino non riuscì neanche a leggere il testo della letterina a Babbo Natale, e solo con l’intervento della portinaia elfa (che,come tutte le portinaie, non si fa mai i cazzi suoi) quel santo di Santa Claus, venne a conoscenza dell’esistenza del suo Nemico Pubblico n.1.

Come da regolamento, a partire da quell’anno e per almeno altri 6 o 7 anni, la slitta santa scaricò tanto di quel carbone nel salotto di casa Jong, che fu possibile alimentare non solo tutte le centrali elettriche dal 38° parallelo in su, ma anche diventarne il primo esportatore mondiale.
Facendo crescere contemporaneamente il PIL di Pyongyang e quello sullo stomaco della mostruosa creatura.
Che ne accumulò così tanto, da reagire pretendendo l’abolizione del Natale in ogni sua forma, la messa al bando di ogni addobbo, inno e celebrazione, il blocco dello spazio aereo nordcoreano alla slitta, pena l’abbattimento a cannonate delle renne e la cattura con conseguente diretta a reti unificate della condanna a morte di Babbo Natale.
Tramite cioccolata calda al polonio e biscottini radioattivi.
A nulla valsero i tentativi di mediazione messi in atto dalla diplomazia coreana, visto che il nano bastardo riusciva ad intercettare le missive a Babbo Natale e a riempirle di antrace.

Diciamo che Babbo Natale non vedeva l’ora di toglierselo dalla zona sottostante la cintura di vernice e dalla rotta di navigazione della slitta “Nord Force One” e da allora,a nessun nuovo nato in Corea del Nord, fu mai più raccontata e fatta vivere la fiaba più emozionante e magica dell’anno.

Anche se…
si sussurra, si narra nel linguaggio dei non udenti, si favoleggia, di un gruppo di resistenza chiamato Ba-U-Ly, per via del giuramento di segretezza “A Natale puoi”, che si riunisce ogni anno la notte del 24 Dicembre, per farsi gli auguri, scambiarsi piccoli doni fatti in casa al buio durante il coprifuoco, mimare il karaoke di Jingle bells (perché cantarlo potrebbe essere fatale!) e aprire un panettone comprato alla borsa nera in Corea del Sud da un infiltrato nei Servizi Segreti.
Ogni dicembre, il gruppo di resistenza tenta una delle missioni più rischiose della galassia, munito di fiala di cianuro in caso di inciampo nelle mani sanguinarie dell’Intelligence di Kim.

Il quale, nel frattempo, continua indefesso a tenere il mondo con il fiato sospeso per via dei suoi lanci intercontinentali e delle sue testate nucleari stappate ad oltranza come magnum di Dom Perignon a Capodanno.
E se qualcuno pensasse che il suo antagonista perfetto sia il Presidente più phonato e ossigenato d’America, ha sbagliato registro.
O almeno, ignora i meccanismi dell’inconscio umano.
Perché se l’infanzia è il luogo dove abiteremo per il resto della nostra vita e l’Io bambino la parte dove resta imprigionato l’imprinting di ogni esperienza, quelle testate sono rivolte non all’uomo più potente degli USA, ma al signore assoluto del Polo Nord e dei nostri sogni.
In una simbologia perenne di minaccia al potere salvifico dei sogni.
Per non esserne perseguitato e vederne rinnovata la perpetua disillusione.
Perché solo chi si è svegliato nella magia di un’alba di Natale, con ai piedi dell’albero qualche pacco da scartare, ha carpito l’essenza dell’emozione più intensa.
E ha potuto custodirla e tramandarla in una catena di luci intermittenti di calore.

E anche se una frangia di generali dissidenti giura sull’esistenza di un bunker segreto anche detto “Paese di Babbo Natale” dove Kim Jong, in assoluta solitudine, mette in scena tutto il repertorio Merry Christmas più pacchiano che esista, compreso di neve artificiale, renne meccaniche e Babbo Natale in 3D con risata “Ohohoohh” inclusa, per il bambino che sopravvive in lui non sarà mai abbastanza.

Niente e nessuno restituirà mai a Kim Jon il vero spirito del Natale come lo conosciamo noi.
Che per una notte viviamo nella certezza che l’amore sia la risposta.
Che solo la compassione e la tolleranza siano il modo giusto per stare al mondo.
Che l’umanità sia un cuore pulsante vivifico e portatore di luce.

Il giorno di Natale.

Perché già al tramonto, manderemmo affanculo non solo il resto del mondo, ma anche tutta la famiglia purché si tolga dagli auguri, dai regali e soprattutto dai coglioni.
Che il più bel regalo sarebbe restare soli, sbracarsi sul divano, dormire fino all’Epifania e invidiare quelli che non festeggiano Natale.
E se potessero lo cancellerebbero dalla faccia delle feste.
In fondo, da grandi, siamo tutti cinici, scettici e disillusi.
Siamo tutti un po’ Kim Jong.
E a chi lo nega…
“E a chi lo nega, caro Babbo Natale, porta un sacco grande grande di carbone con su scritto “SUKA!” e a me, che quest’anno sono stata buonissima, porta quella bambola vestita da Regina delle nevi che non ho mai smesso di desiderare da quando avevo 8 anni, porca zozza!”.