italy

Il Menarca, parte seconda

adolescenza

adolescenza

Finalmente ero diventata una signorina.

Il giorno prima giocavo con la Barbie e il giorno dopo “ero”la Barbie. A parte i capelli biondi, gli occhi azzurri, lo stacco di coscia e Ken.
Si, perché Barbie aveva Ken e io Kencelavevo. Nothing, rien de rien, nada de nada.
Nonostante la signorinitudine, niente fidanzati, neanche a pagarli cash.

Avevo, finalmente, le mie cose ma, tra tutte queste cose, non figurava il coso. Cose da non cosarci sopra.
Quando sei un’ adolescente timida, vergognosa, con più complessi di una hitparade anni 70 non riesci nemmeno ad avere un rapporto decente con te stessa, figuriamoci con i maschi.
Ed il menarca non migliora certo le cose. Per non parlare del criptico, misterioso, incomprensibile contributo materno.

A sentir lei, escluso l’iniziale, transitorio entusiasmo per il lieto avvento, sembrava che, invece di essere diventata donna, avessi contratto una malattia infettiva che la peste bubbonica, in confronto era un’influenza.
Mi ero trasformata in una sorta di arma letale viaggiante, un’orrida untrice, un re Mida al contrario:
“Mi raccomando, quando ha le tue cose non innaffiare i fiori che li puoi far seccare! Non impastare il pane che di sicuro non lievita! Non toccare il ferro che lo fai arrugginire!” .

Ora, pensate la mia cocente delusione nello scoprire di non poter più fare tutte queste amene attività che, per un’adolescente in epoca prefacebook , avevano un’ importanza oserei dire vitale.
Chi, a dodici – tredici anni, non ha trascorso la maggior parte delle sue giornate toccando ferro? Personalmente, mi ricordo di aver preso contatti con una ferramenta per essere sicura che non mi mancasse mai la materia prima. Ah, toccare ferro! Che grandi risate, che divertimento! Mai come impastare il pane, ovviamente! Sotto casa avevamo un panetteria ma io mi rifiutavo sdegnosamente di comprare anche un solo panino all’olio! Sia mai! Tutto il giorno, toccavo ferro e impastavo pane, impastavo pane e toccavo ferro e quando ero stanca innaffiavo il giardino.

L’impresa non era da poco anche perché non avevamo un giardino ma tant’è. Armata di innaffiatoio, scavalcavo le cancellate (toccando ferro, visto che c’ero) dei giardini altrui e giù ad innaffiare come se non ci fosse un domani.
Momenti indimenticabili.

Ma il peggio doveva ancora venire. La natura aveva riservato per me dei morbidi e sottili capelli lunghi. E un doloroso e abbondante ciclo altrettanto lungo.
Al terzo giorno di mestruazioni, tutti gli annessi piliferi del mio corpo erano appiccicati fra se, stretti in un’ abbraccio così serrato che solo una doccia e tanto, tanto bagnoschiuma al piretro sarebbero riusciti a sciogliere.

Ma c’era un ma. Scoprii con orrore che, le mie cose, non solo mi tenevano lontano dai miei adorati giardini, industrie metalmeccaniche e panifici in genere ma erano anche incompatibili con l’acqua.
Lavarsi era un’attività severamente bandita. Mamma docet.
“Niente acqua, baby. E togli di mezzo l’innaffiatoio che non si sa mai”.

Andavo a scuola con i capelli così unti che perfino le mollette scivolavano via. Novella Pollicina, chi voleva trovarmi poteva seguire la scia di forcine che seminavo sul mio cammino. E, diciamocelo, non era la sola scia che lasciavo.
Sono stati anni davvero indimenticabili. Purtroppo.

Fino a quando comparve lui, il mio salvatore atteso, bramato, desiderato come un giardino assolato, un sacco di farina doppio zero o un cancello in ferro battuto: lo shampoo secco!