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Nello spot che vorrei, in effetti, ci estinguiamo

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Da innamorata di ogni pubblicità, da utente televisivo che presta più attenzione agli spot che ai programmi, attendevo con ansia un innamoramento di pancia e di testa, che è raro anche in relazioni umane e durature, figuriamoci in un video di pochi secondi.

Le ragioni per cui uno spot mi fa innamorare di pancia, possono essere mille, tipo l’orsone verde e peloso della Ferrarelle, la meravigliosa capra dei Tuc, la mucca viola della Milka, o ancora le marmotte che fanno la cioccolata.
Sì, io quando si tratta di cioccolata non ragiono ma questa è un’altra storia. Però suppongo che questo tipo di pubblicità puntino proprio alla spensierata scemaggine di chi sragiona appena si parla di cioccolata, quindi credo di rientrare nella media dei consumatori allocchi a cui mirano.

Poi ci sono gli spot che mi prendono la testa cioè quelli che capisci quanto siano ben fatti e ti restano nel cuore anche senza l’utilizzo di mascotte assurde, senza il tocco trash, diciamo così: la Lexus che attraversa la strada e trasforma tutto in un’opera d’arte, dalla ragazza con l’orecchino di perla alle periferie di Hopper, riuscendo a fare qualcosa di diverso per pubblicizzare le 4 ruote – senza allontanarsi tuttavia dalla solita trovata dell’auto che attraversa la strada facendosi notare da tutti – o l’elogio alla follia dell’alfa 159 di ormai almeno dieci anni fa.

Succede, poi, che arriva lo spot che è riuscito a unire entrambe le cose.
Lo spot che riesce a coniugare – è davvero il caso di dirlo – la mia voglia di leggerezza e golosità,
la mia voglia di innamorarmi di testa e di pancia, la mia voglia di allegria e distruzione.
Lo spot dei Buondì, in pratica. Il finalone, anzi quello che gli stessi autori definiscono “Finale col BOTTO”.

Già sul finire della scorsa estate, i Buondì avevano infiammato la polemica social a causa della presunta crudeltà dello spot che vede una mamma disintegrata da un meteorite.
Per tutta risposta, gli autori hanno fatto morire il padre. E il postino.
Il polverone, ovviamente, ha garantito il doppio della visibilità allo spot quindi, a distanza di circa sei mesi, per il finale, era prevedibile una scelta altrettanto drastica.
L’unico rischio era di risultare, appunto, prevedibili, cioè non aggiungere nulla di più alle trovate precedenti. E invece…
Anzitutto, per il finale, le vittime delle precedenti puntate – mamma, papà e postino – sono tutti vivi. Malconci, allettati, ingessati da capo a piedi ma vivi, tutti e tre in ospedale di fronte alla bimba che non ha perso il suo petulante entusiasmo.
A questo punto subentra il medico che, dopo aver rimproverato la bimba e la sua insensata allegria, si chiede come sia stato possibile un evento così catastrofico: da uomo di scienza, lui può garantire che “non esiste una colazione che possa coniugare leggerezza e golosità” …

Ed ecco che torna il meteorite che stavolta fa la combo e colpisce tutti, i sopravvissuti agli spot precedenti, la bimba, il medico, l’intero ospedale.

Così si va al funerale, dove una folla in lacrime ma intenta cmq a mordicchiare una merendina, ascolta il prete che, da uomo di fede, si interroga su questo assurdo caso, perché lo sanno tutti che …. boom: il meteorite colpisce il prete, il cimitero, la Terra intera.

Mica facile uscirne, a questo punto.
Arrivati fin qui, lo spot sarebbe stato semplicemente un prosieguo funesto dei precedenti.
E invece, il tocco di classe.
Un vecchio computer, in una stanza totalmente bianca, in uno spazio non precisato, lampeggia in rosso: “TERRA IN ARRESTO CRITICO, UMANITÀ ESTINTA”
Chi ci salverà?



Ovviamente lui, il creatore stesso dei Buondì, il ragazzo appena sveglio, vestaglia e coolness alla Lebowsky, fascetta di spugna gialla e calzino nero con ciabatte, il nerd alla Big Bang Theory, appena un passo avanti al lazy boy del vecchio spot – quello che faceva volare i Buondì sulla tazza prima di farli atterrare in bocca ripetendo “Buondìbuondìbuondì …” – insomma, non proprio l’eroe che ci aspetteremmo e che, invece, ha in mano la salvezza.
“Mi si è cancellata la Terra” dice “Non è possibile, lo fanno apposta, come fai a dire che non esiste una colazione che coniughi leggerezza e golosità… “

E così è costretto, controvoglia, tra un sorso di caffè e un morso di Buondì, a cercare tra i vari floppy – stelle, universo… – quello della Terra.
E così ci salva. Stavolta.
“Vediamo questa volta quanto tempo ci mettono a distruggersi” conclude.

Ora, a meno che non si riferisca alla stazione spaziale cinese che dovrebbe beccarci proprio tra qualche giorno, credo che lo spot sia ironico e metaforico.

Perché non racconta solo quanto sia giusto mangiare una merendina, non ironizza più solo sui luoghi comuni “la bimba sorridente”, “la mamma perfetta”, “il medico saccente” .
Adesso c’è anche il “consumatore”, ci siamo dentro anche noi. “Consumatore, consumatore” dice la bimba nel teaser di quest’ultimo episodio “stai morendo dalla curiosità di vedere il prossimo episodio? Anch’io!”

Siamo come lei, dunque. E visto che si siamo anche noi, anche noi siamo destinati a estinguerci ma non a causa di un Buondì, piuttosto a causa dello scetticismo, dell’ottusità di non voler guardare un attimo oltre e mettere sempre le nostre sensazioni e la nostra pancia, appunto, avanti a tutto per giudicare.
Insomma il finale dei Buondì ci ricorda che “una risata ci seppellirà” è solo un modo di dire, ma la mancanza di ironia potrebbe farci estinguere direttamente.

E nello spot e nel mondo che vorrei la mancanza di ironia porta esattamente a questa soluzione.

Insomma, lo spot che vorrei è esattamente quello dei Buondì.