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Verso Bacalar – Messico

La penisola dello Yucatan è così affascinante da sembrare finta: realtà urbane che si scontrano violente contro distese immense di giungla, povertà latente contro ricchezza ostentata, cibo abbondante in tutte le forme… è tutto così rupestre, è tutto così pittoresco, è tutto così… wild!

Ma gli autobus no.

Quelli sembrano wild perché all’esterno sono, in effetti, mezzi completamente sgarrupati, pieni di cigolii, con i vetri sporchi e gli specchietti retrovisori sfracassati…. ma all’interno sono navicelle spaziali simil Nautilius-X con aria condizionata congelante, sedili reclinabili che sembrano poltrone massaggianti, wi-fi a bordo e autisti che viaggiano con cronometro per rispettare gli orari.

Quindi durante gli spostamenti può capitare che ti trovi costretto a fare tappe a causa di una ruota che si è staccata dal bus ma, mentre l’autista corre dietro al pneumatico ribelle che vola libero come una farfalla sull’autostrada, tu sei dentro tranquillo a leggere gli articoli di facebook e a chattare con gli amici oltreoceano.

Ti scontri con questi ed altri paradossi  tutte le volte che scendi dal bus, quando incontri la gente, sempre sorridente per strada e sempre scontrosa quando lavora.

Sono sulla strada per raggiungere la laguna dei sette colori di Bacalar quando scendo ad una fermata (rigorosamente attrezzata di toilette e bar per il ristoro) semi-deserta, per una pausa cronometrata.

Ci sono solo 2 persone: una donna che si sta occupando delle pulizie e un uomo che chiacchiera con l’autista del bus.

Io ballo qualcosa che assomiglia alla pizzica perché mi scappa la pipì e cerco le toilette. L’uomo mi sorride mentre saltellando cerco una porta che possa essere la mia oasi nel deserto. Non la trovo.

Corro dal tizio chiacchiericcio che un attimo prima mi sorrideva, ora invece sono causa lavorativa e quindi è diventato serio:                                                      “Excuse me, toilette? baño?”
“Eh?”
“Bagno! Baño!”
“Baño?”
“Baño!”

Lui mi indica placidamente le porte dei bagni. Senza dire una parola.

Vado. È chiuso. Torno da lui.
“Serrado, close!”
“Eh?”
“Serrado!”
“Serrado?”
“Serrado!”

Lui mi indica placidamente la donna che si occupa delle pulizie. Senza dire una parola.

Vado da lei: “baño! Por favor” (se no la faccio qui raga!).

Lei mi porta verso le porte di prima senza neanche guardarmi.
Placidamente.

Una volta arrivate davanti alle porte dei bagni si ferma, ci pensa e mi chiede: “è per te?”
Io mi guardo intorno.                                                               Realizzo che ci siamo io, lei e il tizio di prima. Nessun altro.
“si!”
Lei mi guarda dalla testa ai piedi e poi apre una delle due porte.

E se ne va. Senza dire una parola.

La porta aperta era quella del bagno degli uomini.