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Cucinare, ieri e oggi: dai “q.b” ai 63 gradi centigradi


Oggi è facile sentirsi chef.

Bastano due secondi di Google, mezzo secondo per chi ha Internet veloce, e Cracco ciaoproprio.

Il problema è quando leggo in una ricetta:
– 172 grammi di burro
– usate un termometro. Deve raggiungere la temperatura di 63 gradi.
E mi viene da ridere.
Ma vaffanculo, va’!

Oggi tra bimby, planetarie, ganci e gancetti automatici, bilance digitali, sbattitori, termometri, timer, macchina del pane…
Stiamo cucinando o siamo al laboratorio di chimica del liceo?
Comodità, nessuno lo negherebbe, concetto sacrosanto al giorno d’oggi, “Iononc’hotempoH!”, é la risposta a tutto.
Ma mentre la planetaria lavora per me, con dosi pre – impostate, e io sto china sul tavolo della cucina a strimpellare su Facebook, quanto posso dire che sia merito mio quello che ne uscirà fuori?
Sicuri che sia così terribile impastare per ore, mescolare fino a sentire il braccio staccarsi, sporcarsi le mani, assaggiare, bruciare, sbagliare, ristabilire un contatto diretto col nostro cibo?

Io vengo da un mondo dove chiamavi qualcuno facendo la vaga cinque minuti, ma in realtà era solo per sapere una ricetta. Che poi, le vetuste mica te la dicevano. Gliela dovevi carpire, dovevi essere abile in ars oratoria, per portare il discorso dove volevi e non dovevi sembrare implorante né insistente. Un semplice passo falso rischiava di compromettere l’intera missione.

Vengo da un mondo dove i rapporti si incrinavano per semplici ricette date sbagliate di proposito.

Vengo da un mondo in cui, quando una zia ai vari pranzi di parentame te sguainava dal cartone il dolce del secolo, le donne presenti, a fine pasto, si radunavano attorno a lei a mo’ di conferenza stampa, col foglietto e la penna in mano e si creava un religioso silenzio mentre la luminare ne svelava al mondo i passaggi-chiave.

Vengo da un mondo dove le ricette non erano catalogate secondo la collocazione geografica, es. “orecchiette pugliesi”, ma erano proprio ad personam.
Quindi, nei nostri appunti figuravano le “tagliatelle coi funghi di Sandra” o il “ciambellone di Loriana”.

Un mondo dove, se aprivi l’agenda delle ricette di mia madre (sì, era proprio un’agenda, del ’93, convertita a ricettario) sotto ogni lista ingredienti c’era scritto: “procedimento solito”.
Ma solito per chi? Io che ne so? Oh mà, che vol dì? Come se fa? E lei rideva, infittendo il mistero.
I “q.b.” si sprecavano. Io credevo volesse dire “quattro bicchieri”.
E lei: “Si nun te movi a imparà, enno quattro boccatoni!*”

Rimpiango le ricette orali di mia nonna, la “crescia”, la pasta, e le castagnole, un dolce tipico umbro che si fa in questo periodo di Carnevale: in quelle era davvero imbattibile. Essendo analfabeta, faceva tutto ad occhio ed era praticamente impossibile replicarle.
Una volta ci ho provato, ero in linea diretta con lei al telefono fisso e con l’altra mano tentavo di arraffare e incorporare tra loro gli ingredienti.
“…Oh nò, ma quanto zucchero ce va?”
“Eh, due, tre cucchiai… Come te piace a te.”
“E il latte?”
“Un goccio.”
“Ma un goccio quanto? Tanto o poco?”
“Un goccio è un goccio, daje core de nonna, movete, che c’ho da fa.”
“Mmmh. E la farina?”
“Quanta ne tirano gli ovi*”.

Diciamolo, dai…
Ma quanto era meglio?!?
E oggi, possiamo davvero dire di saper cucinare?

GLOSSARIO UMBRO:
*si nun te mòvi a imparà, enno quattro boccatoni: se non ti sbrighi ad apprendere, sono quattro ceffoni
*quanta ne tireno gli ovi: quanta ne assorbono le uova

cucinare


Oggi è facile sentirsi chef.

Bastano due secondi di Google, mezzo secondo per chi ha Internet veloce, e Cracco ciaoproprio.

Il problema è quando leggo in una ricetta:
– 172 grammi di burro
– usate un termometro. Deve raggiungere la temperatura di 63 gradi.
E mi viene da ridere.
Ma vaffanculo, va’!

Oggi tra bimby, planetarie, ganci e gancetti automatici, bilance digitali, sbattitori, termometri, timer, macchina del pane…
Stiamo cucinando o siamo al laboratorio di chimica del liceo?
Comodità, nessuno lo negherebbe, concetto sacrosanto al giorno d’oggi, “Iononc’hotempoH!”, é la risposta a tutto.
Ma mentre la planetaria lavora per me, con dosi pre – impostate, e io sto china sul tavolo della cucina a strimpellare su Facebook, quanto posso dire che sia merito mio quello che ne uscirà fuori?
Sicuri che sia così terribile impastare per ore, mescolare fino a sentire il braccio staccarsi, sporcarsi le mani, assaggiare, bruciare, sbagliare, ristabilire un contatto diretto col nostro cibo?

Io vengo da un mondo dove chiamavi qualcuno facendo la vaga cinque minuti, ma in realtà era solo per sapere una ricetta. Che poi, le vetuste mica te la dicevano. Gliela dovevi carpire, dovevi essere abile in ars oratoria, per portare il discorso dove volevi e non dovevi sembrare implorante né insistente. Un semplice passo falso rischiava di compromettere l’intera missione.

Vengo da un mondo dove i rapporti si incrinavano per semplici ricette date sbagliate di proposito.

Vengo da un mondo in cui, quando una zia ai vari pranzi di parentame te sguainava dal cartone il dolce del secolo, le donne presenti, a fine pasto, si radunavano attorno a lei a mo’ di conferenza stampa, col foglietto e la penna in mano e si creava un religioso silenzio mentre la luminare ne svelava al mondo i passaggi-chiave.

Vengo da un mondo dove le ricette non erano catalogate secondo la collocazione geografica, es. “orecchiette pugliesi”, ma erano proprio ad personam.
Quindi, nei nostri appunti figuravano le “tagliatelle coi funghi di Sandra” o il “ciambellone di Loriana”.

Un mondo dove, se aprivi l’agenda delle ricette di mia madre (sì, era proprio un’agenda, del ’93, convertita a ricettario) sotto ogni lista ingredienti c’era scritto: “procedimento solito”.
Ma solito per chi? Io che ne so? Oh mà, che vol dì? Come se fa? E lei rideva, infittendo il mistero.
I “q.b.” si sprecavano. Io credevo volesse dire “quattro bicchieri”.
E lei: “Si nun te movi a imparà, enno quattro boccatoni!*”

Rimpiango le ricette orali di mia nonna, la “crescia”, la pasta, e le castagnole, un dolce tipico umbro che si fa in questo periodo di Carnevale: in quelle era davvero imbattibile. Essendo analfabeta, faceva tutto ad occhio ed era praticamente impossibile replicarle.
Una volta ci ho provato, ero in linea diretta con lei al telefono fisso e con l’altra mano tentavo di arraffare e incorporare tra loro gli ingredienti.
“…Oh nò, ma quanto zucchero ce va?”
“Eh, due, tre cucchiai… Come te piace a te.”
“E il latte?”
“Un goccio.”
“Ma un goccio quanto? Tanto o poco?”
“Un goccio è un goccio, daje core de nonna, movete, che c’ho da fa.”
“Mmmh. E la farina?”
“Quanta ne tirano gli ovi*”.

Diciamolo, dai…
Ma quanto era meglio?!?
E oggi, possiamo davvero dire di saper cucinare?

GLOSSARIO UMBRO:
*si nun te mòvi a imparà, enno quattro boccatoni: se non ti sbrighi ad apprendere, sono quattro ceffoni
*quanta ne tireno gli ovi: quanta ne assorbono le uova