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GFVip, fra finzione e realtà

 

Persino Vip cosiddetti ‘acculturati’ come Cecchi Paone, ad un certo punto della loro carriera, cedono alla tentazione di ostentare forza o rivelare debolezza all’interno di una casa-scatola patinata, brulicante di persone e telecamere, come il Grande Fratello Vip. E qui capisci quanto i soldi e l’effimera notorietà ti prendano sottobraccio per spingerti, a pedate in culo, nella gogna mediatica di giornalisti, opinionisti e fan più o meno decerebrati, dove un ignoto pubblico ti conta pure i peli del culo, e ti spia anche e soprattutto mentre pratichi sesso orale in un armadio (vedi edizione 2017).

Gli ascoltatori si sa, prediligono due situazioni:
– I litigi (quelli da vene gonfie del collo, che partono da offese-base, fino a risalire a oltraggiare tutti limortacci dell’albero genealogico). Oltretutto alcuni personaggi si conoscono da tempo, e durante lo scontro fanno rinvivire gli scheletri nell’armadio dell’avversario. E i dialoghi si animano di “Chittecredidessere, che sono anni che non combini un cazzo, se non fare l’opinionista nei salotti demmerda” a “Vergògnati, che tu’ fijo te guarda da casa mentre ti limoni tizio e caia”. Vince chi riceve più applausi o preferenze, nell’Arena degli impietosi e famelici leoni da tastiera.
– Gli amori, concessi e proibiti, ove si intrecciano occhiate, limoni e copule, alla luce delle telecamere, o sotto gli infrarossi, che se potessero, attraverserebbero pure i piumoni, durante le zompate notturne degli astanti.

I Vip che prediligo sono quelli che si arrendono, contravvenendo alle regole del gioco e rinunciando al compenso, e scoppiano, togliendosi più sassi dalle scarpe che un maratoneta dopo un percorso campestre, ed escono sbattendo la ‘porta rossa’, che li riconduce al focolare, ma passando per critiche, fischi, insulti, e raramente applausi, da parte dell’animoso pubblico che infiamma sala o i salotti.

Il circo farsesco dei protagonisti si compone tassativamente di modelli e cliché ripetitivi: il salutista, che ammorba tutti con diete e esercizi estenuanti irripetibili del cazzo; il cervellone, spesso isolato dagli altri coglioni perché nel contesto ci spiega come una trota sul K2; il cuoco, di professione o meno, che sfama tutta la ciurma a suon di insalate, pane fatto in casa e pastasciutte; i belloni e le bellone, che servono a rifarsi gli occhi dopo certe inquadrature impietose su alcuni personaggi al risveglio; il ‘diverso’, o almeno così viene considerato dal gregge, nella becera accezione comune del termine, i single, messi appositamente dalla regia per pomiciare, e gli accompagnati, che però non disdegnano di dare due colpi per attirare l’attenzione del pubblico più morboso, che si consola delle proprie corna; il coglione, spesso antipatico, che si crede stocazzo, ma è un cazzaro.

E adesso scusate, vado a teatro a vedermi Battista. Sì il comico, colui che nell’edizione di quest’anno ha abbandonato la Casa per tornarsene dalla famiglia e sul palco, dove i respiri e gli applausi del pubblico si toccano, e non rimbalzano travisati attraverso le telecamere.