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Il vecchietto che si credeva Mennea

mennea

 

L’ho visto da lontano. Un vecchietto, smilzo e un po’ curvo, vestito con giacca marrone e pantalone della domenica. Stava fermo al lato della strada, sulla mia destra, aspettando di passare sulle strisce pedonali.

 Ho rallentato con molta calma, poi mi sono fermata. 

 E così l’ho visto bene, quando è scattato.

L’ho visto proprio nei particolari, quando ha incassato la testa tra le spalle e ha iniziato a mulinare gambe e braccia come un corridore dopo il bang del colpo di pistola.

Fermo ai blocchi di partenza, come alla finale dei mondiali di atletica. Come un Carl Lewis o un Pietro Mennea, è scattato. 

Pronti, via.

E quel vecchietto tutto sghembo si è messo a correre, velocissimo, mulinando le braccia e le gambe con in faccia un misto di concentrazione e una smorfia di dolore.

Almeno, tutto questo è successo nella sua testa. 

Perché, in realtà, era praticamente fermo. 

Il vecchietto non si muoveva di un centimetro ma correva correva correva. Una corsa da fermo, sul posto. Poi ha iniziato a muoversi lentissimo, tanto che per attraversare la strada ci ha messo il suo tempo. E io mi sono fermata ad aspettare che completasse i 100 metri, che arrivasse dall’altra parte e sollevasse le braccia al cielo per ricevere l’ovazione della folla. Tutto lo stadio era per lui. Un trionfo, glielo leggevi negli occhi e nel sorriso all’approdo sull’altro marciapiede. 

E dentro di me ho pensato: “Ma guarda te, che figo. Questo qui è buono di tornare a casa e dire a sua moglie: ho fatto tutta la strada di corsa, velocissimo. Li ho battuti tutti”. 

 Morale della storia: a qualunque etá, condizione fisica e mentale noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni.

Dei nostri sogni.

E chissenefrega se tutti vogliamo crederci supereroi o attrici bellissime. 

Nessuno puó toglierci almeno questo.