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La felicità è un punto di vista

felicità,mamme,figli

La felicità è un punto di vista

Mi guardo attorno e trovo solo disperazione: donne attorno a me che si costringono le lacrime dentro i dotti lacrimali, donne che stanno sedute con l’aria attonita.
“Chissà che cosa avranno” penso. Ma non le conosco e non oso chiedere.
Io e il mio erede al trono siamo ai giardinetti, arrivano altre donne, altre mamme, fanno comunella.
Noi non conosciamo nessuno, i nostri amichetti a oggi si dividono in due macro categorie: quelli a letto con il virus intestinale e quelli che fanno le vacanze a luglio.
Perciò noi continuiamo la nostra vita da nomadi da giardinetti pubblici senza amici al seguito.
Tra un salto e una scivolata, una bomba d’acqua e un triangolino alla pera (perché in estate bisogna bere, mi raccomando), continuo a vedere facce lunghe e scure, mentre io invece sono felice.

Arrivano altre donne, più anziane. Sono felici come lo sono io, non capisco, continuo a non capire cosa stia succedendo attorno a me, attorno a noi, che continuiamo a bagnare i giardinetti con la nostra pistola d’acqua verde per lui, il reuccio di casa, rossa per me.
Non voglio chiedere spiegazioni a tutte queste schiere di donne tra il disperato e l’attonito e neanche a tutte le altre che invece sembrano uscite da una commedia romantica.
Sono curiosa, tanto curiosa che George, la scimmietta dell’uomo col cappello giallo, mi fa un baffo.
E così mi avvicino, cerco di ascoltare le loro conversazioni: come farebbe una spia russa. E capisco.
È finita la scuola materna e, come dice una mamma: “Da domani devo sorbirmerlo io tutto il giorno”.

“Ma scusa – vorrei chiedere – ma chi te lo ha fatto fare ‘sto figlio?”.

Ma poi dentro di me arriva il grillo parlante (che nel mio immaginario ha la voce di mio marito) che mi sussurra gentilmente ma con decisione: “Fatti i cazzi tuoi!” e così continuo a schizzare mio figlio con la nuova pistola ad acqua sotto lo sguardo attonito e di puro disprezzo delle altre mamme.
Mi avvicino al gruppo di donne felici e scopro che sono le nonne e sono felici perché sono in ferie, come dicono nel loro gergo nonnesco.
Per tre mesi, niente più corse per scuola, calcetto, basket, karate, danza, merda, vomiti da pulire.
In pratica: le nonne risorgono a nuova vita prima dell’arrivo dell’odiato settembre, quando le scuole riapriranno, i compiti delle vacanze saranno finiti e le mamme torneranno a esultare!

E pensare che io da anni cerco di trovere l’idea luminosa per smettere di lavorare e stare con lui e invece mi tocca alzarmi tutti i giorni, andare in ufficio e lavorare, sperando di diventare nonna prima di perdere tutti i denti.

 

 

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La felicità è un punto di vista

Mi guardo attorno e trovo solo disperazione: donne attorno a me che si costringono le lacrime dentro i dotti lacrimali, donne che stanno sedute con l’aria attonita.
“Chissà che cosa avranno” penso. Ma non le conosco e non oso chiedere.
Io e il mio bimbo siamo ai giardinetti, arrivano altre donne, altre mamme, fanno comunella.
Noi non conosciamo nessuno, i nostri amichetti a oggi si dividono in due macro categorie: quelli a letto con il virus intestinale e quelli che fanno le vacanze a luglio.
Perciò noi continuiamo la nostra vita da nomadi da giardinetti pubblici senza amici al seguito.
Tra un salto e una scivolata, una bomba d’acqua e un triangolino alla pera (perché in estate bisogna bere, mi raccomando), continuo a vedere facce lunghe e scure, mentre io invece sono felice.

Arrivano altre donne, più anziane. Sono felici come lo sono io, non capisco, continuo a non capire cosa stia succedendo attorno a me, attorno a noi, che continuiamo a bagnare i giardinetti con la nostra pistola d’acqua verde per lui, il reuccio di casa, rossa per me.
Non voglio chiedere spiegazioni a tutte queste schiere di donne tra il disperato e l’attonito e neanche a tutte le altre che invece sembrano uscite da una commedia romantica.
Sono curiosa, tanto curiosa che George, la scimmietta dell’uomo col cappello giallo, mi fa un baffo.
E così mi avvicino, cerco di ascoltare le loro conversazioni: come farebbe una spia russa. E capisco.
È finita la scuola materna e, come dice una mamma: “Da domani devo sorbirmerlo io tutto il giorno”.

“Ma scusa – vorrei chiedere – ma chi te lo ha fatto fare ‘sto figlio?”.

Ma poi dentro di me arriva il grillo parlante (che nel mio immaginario ha la voce di mio marito) che mi sussurra gentilmente ma con decisione: “Fatti i cazzi tuoi!” e così continuo a schizzare mio figlio con la nuova pistola ad acqua sotto lo sguardo attonito e di puro disprezzo delle altre mamme.
Mi avvicino al gruppo di donne felici e scopro che sono le nonne e sono felici perché sono in ferie, come dicono nel loro gergo nonnesco.
Per tre mesi, niente più corse per scuola, calcetto, basket, karate, danza, merda, vomiti da pulire.
In pratica: le nonne risorgono a nuova vita prima dell’arrivo dell’odiato settembre, quando le scuole riapriranno, i compiti delle vacanze saranno finiti e le mamme torneranno a esultare!

E pensare che io da anni cerco di trovere l’idea luminosa per smettere di lavorare e stare con lui e invece mi tocca alzarmi tutti i giorni, andare in ufficio e lavorare, sperando di diventare nonna prima di perdere tutti i denti.