adesso!

La femmina maschia

 

Non sono sicura di essere sempre stata femmina.
C’è stato un arco di tempo- fino ai 12 anni- in cui ero in tutto e per tutto un maschio.
Mi vestivo da maschio.
Avevo i capelli corti.
Giocavo a calcio, a ping pong, a pallavolo, a carte, a tutto quello che c’era a disposizione pur di battermi contro i maschi.
Avevo quell’energia tipica dei soggetti di sesso maschile che ti porta a correre, saltare, cercare di volare, di superare ostacoli 24 ore al giorno, tutti i giorni, senza sosta.
In più, non legavo con le altre femmine.
Credo che i miei genitori ad un certo punto si siano anche preoccupati per me: ricordo uno sguardo smarrito di mia madre all’ennesimo paio di jeans strappati alle ginocchia.
A 12 anni peró avvenne il fattaccio.
Una mia amica mi portó con sè nel bagno delle donne all’oratorio, si tiró su la maglietta e mi fece vedere le tette che le erano appena spuntate.
E io rimasi di sasso, raccapricciata da quelle due palle budinose e biancastre percorse da un intrico di vene azzurrine.
Mi fecero abbastanza schifo, insomma. E sperai con tutto il cuore che non capitasse anche a me la stessa sorte. Passai alcuni mesi in angoscia.
Mi svegliavo nel cuore della notte e mi tastavo lì, per vedere se era ancora tutto a posto. Finché verso i 14 anni, con un certo ritardo, anche a me spuntarono di colpo le tette e i peli, l’acne sparì e dalla sera alla mattina mi ritrovai sempre più coinvolta in un genere di sfide molto diverso dai precedenti.
Non più battaglie al campetto dell’oratorio inseguendo il pallone tra spinte e parolacce, puzza di sudore e lividi dappertutto ma domeniche pomeriggio a rimirarsi le unghie laccate di fucsia, a sospirare sbattendo le ciglia per l’ultimo pezzo di Pupo e a stabilire chi fosse la più carina del gruppo, quella con più fascino e più seguita tra i nostri amici maschi.
Quell’estate iniziai a camminare da femmina, non più strisciando i piedi come prima. A muovermi da femmina, senza dare gomitate o fare gesti a scatti come prima. E iniziai a vestirmi da femmina, con minigonne, bermuda, magliette attillate. Finché un giorno la mia migliore amica non si iscrisse ad una squadra di calcetto femminile e mi convinse a diventarne il portiere.
Ero piuttosto brava.
Vincemmo il campionato. E mi ritrovai di colpo sudata, puzzolente e piena di lividi come nella mia versione precedente.
Ma ero comunque una femmina che giocava a calcio, non un maschio, quindi durante le pause tra una partita e l’altra, anche con i calzettoni e le scarpette con i chiodini, andavo a fare pipì nel bagno delle donne.

No, niente.

Era solo per dire a Mr Trump che impedire a un trans di scegliere il bagno in base al genere a cui sente di appartenere, è come dire a una ragazzina che è un maschio solo perché gioca a calcio. Ci sono tante sfumature di noi, anche tra gli eterosessuali. Solo l’intolleranza non riesce a vederle.

 

Non sono sicura di essere sempre stata femmina.
C’è stato un arco di tempo – fino ai 12 anni – in cui ero in tutto e per tutto un maschio.
Mi vestivo da maschio.
Avevo i capelli corti.
Giocavo a calcio, a ping pong, a pallavolo, a carte, a tutto quello che c’era a disposizione pur di battermi contro i maschi.
Avevo quell’energia tipica dei soggetti di sesso maschile che ti porta a correre, saltare, cercare di volare, di superare ostacoli 24 ore al giorno, tutti i giorni, senza sosta.
In più, non legavo con le altre femmine.
Credo che i miei genitori ad un certo punto si siano anche preoccupati per me: ricordo uno sguardo smarrito di mia madre all’ennesimo paio di jeans strappati alle ginocchia.
A 12 anni però avvenne il fattaccio.
Una mia amica mi portò con sé nel bagno delle donne all’oratorio, si tirò su la maglietta e mi fece vedere le tette che le erano appena spuntate.
E io rimasi di sasso, raccapricciata da quelle due palle budinose e biancastre percorse da un intrico di vene azzurrine.
Mi fecero abbastanza schifo, insomma. E sperai con tutto il cuore che non capitasse anche a me la stessa sorte. Passai alcuni mesi in angoscia.
Mi svegliavo nel cuore della notte e mi tastavo lì, per vedere se era ancora tutto a posto. Finché verso i 14 anni, con un certo ritardo, anche a me spuntarono di colpo le tette e i peli, l’acne sparì e dalla sera alla mattina mi ritrovai sempre più coinvolta in un genere di sfide molto diverso dai precedenti.
Non più battaglie al campetto dell’oratorio inseguendo il pallone tra spinte e parolacce, puzza di sudore e lividi dappertutto ma domeniche pomeriggio a rimirarsi le unghie laccate di fucsia, a sospirare sbattendo le ciglia per l’ultimo pezzo di Pupo e a stabilire chi fosse la più carina del gruppo, quella con più fascino e più seguito tra i nostri amici maschi.
Quell’estate iniziai a camminare da femmina, non più strisciando i piedi come prima. A muovermi da femmina, senza dare gomitate o fare gesti a scatti come prima. E iniziai a vestirmi da femmina, con minigonne, bermuda, magliette attillate. Finché un giorno la mia migliore amica non si iscrisse ad una squadra di calcetto femminile e mi convinse a diventarne il portiere.
Ero piuttosto brava.
Vincemmo il campionato. E mi ritrovai di colpo sudata, puzzolente e piena di lividi come nella mia versione precedente.
Ma ero comunque una femmina che giocava a calcio, non un maschio, quindi durante le pause tra una partita e l’altra, anche con i calzettoni e le scarpette con i chiodini, andavo a fare pipì nel bagno delle donne.

No, niente.

Era solo per dire a Mr Trump che impedire a un trans di scegliere il bagno in base al genere a cui sente di appartenere è come dire a una ragazzina che è un maschio solo perché gioca a calcio. Ci sono tante sfumature di noi, anche tra gli eterosessuali. Solo l’intolleranza non riesce a vederle.