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La gelosia va meritata

A me sono sempre piaciuti gli uomini gelosi.

Anche se provavo a nuotare nel mare immenso della modernità ed emancipazione femminile facendo credere a tutti che ero una lottatrice per i diritti calpestati delle donne, sotto sotto, desideravo sposarmi con un uomo geloso, un padre padrone, uno come mio padre insomma.

Per Fortuna, Ali, era uno di questi uomini e la sua gelosia era nata e cresciuta in una famiglia tradizionale iraniana e, come diceva anche lui, aveva studiato nella scuola della virilità di suo padre.

Dopo un po’ di mesi che ci eravamo messi insieme, capii che il significato della parola “gelosia” per me non era quello per Ali.
E nemmeno per gli altri uomini, immagino.

Io pensavo che la gelosia fosse quella cosa che il tuo uomo ti baciava di più quando vedeva che uno ti fissava ad una festa, o tipo che si toglieva la sua giacca e la metteva sulle tue spalle quando faceva troppo freddo.

Ma la prima volta che uscimmo sotto la neve, io e lui, mi chiese solo di tremare in un modo che nessun uomo mi potesse vedere tremare, perché a lui non piaceva che gli altri uomini vedessero la sua donna tremare.
Proprio per questo misi dentro tutto il freddo che sentivo e mi ammalai per due settimane.

Beh, almeno quando ti ammali, tutti si prendono cura di te, anzi, certe volte in una coppia, una si deve ammalare di proposito per vedere quanto ci tiene l’altro.

Infatti anche Ali si arrabbiò molto perché mi ero ammalata e mi disse che sarebbe venuto a prendermi per portarmi dal dottore.
Io orgogliosa di avere un uomo così attento e virile, provai a sembrare più malata per essere un pugno negli occhi delle altre donne in ospedale che erano venute da sole o che avevano il marito addormentato in sala d’attesa.

A testa alta mi facevo visitare dal dottore quando Ali diede un pugno al medico urlando:
“Che ti serve il suo battito cardiaco brutto coglione?! Lei ha solo un leggero raffreddore!”.
Provai subito a calmarlo mentre il dottore spaventato diceva:
“Bestia, fammi almeno controllare la gola!”.
Ali prese in mano l’abbassalingua e lo infilò nella mia gola dicendo:
“Non serve! La guardo io e ti dico cosa vedo!”.

Anche se ci buttarono fuori dall’ospedale, fino a casa a testa alta diceva:
“Mica sono morto io! Che qualcuno abbia il coraggio di toccarti!”.

La sua frase era molto romantica e mi fece scogliere il cuore.
Il nostro era uno di quegli amori che uno potrebbe dare anche la sua vita per averlo.

E infatti a me stavo proprio per succedere quello.

L’infezione dalla gola arrivò ai polmoni e alle orecchie, fece gonfiare la gola e le corde vocali.
Ali, era davanti a me e mi diceva quanto adorava la mia voce così graffiata e sexy. Mi disse:
“Dimmi qualcosa amore.”,
“Sto soffocando Ali!”.
Si mise a piangere, prese il mio telefonino e disse:
“Hai la voce troppo sensuale. Non posso permettere a nessun uomo di sentire la tua voce.”.
Provai a dirgli qualcosa ma uscì solo un “khkhkhkhghgh” dalla mia gola.
Rispose: “Ti amo anch’io!”.

Passò un mese e l’infezione arrivò al mio cervello e da faringite andai verso la meningite.
Quando Ali sentì il nome della mia malattia cambiò espressione e ebbe il broncio tutto il giorno. Come se qualcosa avesse ferito il suo orgoglio maschile.
Mentre buttava via le prescrizione del dottore chiese:
“Meningite non ti suona un po’ strano?”,
e, sapendo che non potevo più parlare e chiedergli cosa cazzo intendesse, continuò:
“Meningite! È un nome che attira troppo l’attenzione. Non mi piace che la mia donna sia soggetto di chiacchiere!”.
Provai a strappare le prescrizioni dalle sue mani per fargli capire che mi ero stancata delle sue paranoie, la sua gelosia, il suo essere uomo e che volevo farmi curare.
Lui felice disse:
“Allora sei d’accordo con me. Brava. Non mi piace che quattro morti di figa sentendo parlare di questa meningite pensino chissà cosa e inizino a corteggiarti.”

Decise che non avremmo detto il nome della mia malattia a nessuno e se qualcuno avesse insistito, avremmo detto che il mio cervello era pieno di acqua, così a loro avrebbe fatto schifo e non gli sarebbe venuta voglia di avvicinarsi a me.
E come sempre, dopo tutto questo, da gran uomo geloso, mi disse:
“Mica sono morto io”
per farmi scogliere il cuore per tutto questo amore e tutte queste attenzioni.

Questa volta, però, mi fece schifo questa frase.
Con tutta la forza gli diedi un pugno e per fortuna riuscii a colpire il suo orgoglio maschile e arrabbiato disse:
“Brutta puttana! Come ti permetti? Una donna con un passato oscuro che le ha fatto venire pure l’acqua nel cervello, non merita un uomo come me. Donnacce come te meritano di trovare un uomo che non sappia proteggere la sua donna!”.
E se ne andò per sempre.

Aveva ragione: una donna deve meritarsi un uomo geloso.
Io non lo merito.