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Money Slave e Money Mistress: devoto e padrona.

Money Mistress, Money Slave,devoto, padrona

Giorni fa, in una trasmissione televisiva, ho scoperto due profili psicologici patologici che mancavano all’appello delle mie conoscenze pseudo-erotiche: la Money Mistress e il Money Slave. Per chi non lo sapesse, il fenomeno dei moneyslave, sviluppatosi fortemente in America circa 5/6 anni fa (principalmente su internet), vede due figure al confronto: lo schiavo e la padrona.
Il primo soggetto è solitamente un maschio che paga profumatamente in soldi, viaggi, fiori e regali costosi di ogni sorta, una tipa mooolto aggressive che si vende per offenderlo. Sì, avete capito bene, nessuna soddisfazione sessuale in cambio, solo ingiurie e prese per i fondelli. L’unico piacere provato dal pagatore è quello di essere umiliato. Ma non vengono usate parole che si usano col marito, tipo “idiota, fannullone, distratto, barbagianni (perfetta se il marito si chiama Gianni), stupido, svogliato, puzza-piedi…” No no, roba offensiva al limite della querela: fate conto che l’aggettivo più soft è “verme”.
Questi coglioni (è proprio il caso di dirlo) vengono offesi in chat, o tramite video, con epiteti al limite del ridicolo e sono “obbligati” a servire la padrona, ad esempio: “Ciao sfigato, inutile bancomat umano, vai subito in Posta a pagarmi le bollette, poi saldami il conto dalla parrucchiera, che oggi esco col mio fidanzato per godermi la vita alla faccia tua, inutile schiavo lurido. Ti piacerebbe leccarmi le suole, eh? E invece paghi!”.
I sottomessi devoti esercitano la propria schiavitù finanziaria versando soldi alle rispettive dee, attraverso PayPal, buoni spesa di Amazon, Postepay, Zalando, bonifici bancari, paysafecard e le solite ricariche telefoniche. Insomma, dei veri e propri polli da spennare che si impegnano per spese di centinaia o migliaia di euro al mese, senza incontrare la padrona manco per un misero caffè. Non vi dico le frasi utilizzate per rispondere ai comandi della tipa: “Certo mia padrona, sprèmimi come un limone, come le tette di una mucca, riducimi sul lastrico, farei questo ed altro per omaggiarti e sottomettermi al tuo volere, sono un perdente”. Roba che manco uno zerbino spelacchiato sotto un paio di suole col carrarmato.
L’abilità delle dominatrici sta nell’offendere questi poveretti senza mai incontrarli, tutto in totale anonimato (perché molti di questi sono sposati o comunque accompagnati con figli) e farsi pagare di tutto, arrivando a guadagnare anche 5000€ al mese, al netto dei regali.
Il profilo psicologico dei dominati pare sia molto simile a quello dei ludopatici, che almeno giocano e perdono soldi nella speranza di vincere, prima o poi, mentre i devoti ‘per contratto’, non vedranno mai nemmeno l’ombra di un polpaccio della padrona, il che equivale un po’ a gettare soldi in un pozzo mentre qualcuno ti rovescia addosso secchiate di cacca, prelevata dal pozzo stesso.
E adesso scusate, vado a dire qualche parolina dolce a mio marito, che se non lo tratto con amore e devozione, col cazzo che mi fa il regalo del compleanno, che manco se ne ricorda la data.

Money Mistress, Money Slave,devoto, padrona

Giorni fa, in una trasmissione televisiva, ho scoperto due profili psicologici patologici che mancavano all’appello delle mie conoscenze pseudo-erotiche: la Money Mistress e il Money Slave. Per chi non lo sapesse, il fenomeno dei moneyslave, sviluppatosi fortemente in America circa 5/6 anni fa (principalmente su internet), vede due figure al confronto: lo schiavo e la padrona.
Il primo soggetto è solitamente un maschio che paga profumatamente in soldi, viaggi, fiori e regali costosi di ogni sorta una tipa molto aggressive che si vende per offenderlo. Sì, avete capito bene, nessuna soddisfazione sessuale in cambio, solo ingiurie e prese per i fondelli. L’unico piacere provato dal pagatore è quello di essere umiliato. Ma non vengono usate parole che si usano col marito, tipo “idiota, fannullone, distratto, barbagianni (perfetta se il marito si chiama Gianni), stupido, svogliato, puzza-piedi…”. No no, roba offensiva al limite della querela: fate conto che l’aggettivo più soft è “verme”.
Questi coglioni (e uso questo epiteto perché so che loro apprezzerebbero e magari, hai visto mai, mi pagano pure l’affitto) vengono offesi in chat, o tramite video, con epiteti al limite del ridicolo e sono “obbligati” a servire la padrona, ad esempio: “Ciao sfigato, inutile bancomat umano, vai subito in Posta a pagarmi le bollette, poi saldami il conto dalla parrucchiera, che oggi esco col mio fidanzato per godermi la vita alla faccia tua, inutile schiavo lurido. Ti piacerebbe leccarmi le suole, eh? E invece paghi!”.
I sottomessi devoti versano soldi alle rispettive dee, attraverso PayPal, buoni spesa di Amazon, bonifici bancari o ricariche telefoniche.
Insomma, dei veri e propri polli da spennare che si impegnano per spese di centinaia o migliaia di euro al mese, senza incontrare mai la padrona, manco per un misero caffè. Non vi dico le frasi utilizzate per rispondere ai comandi della tipa: “Certo mia padrona, sprèmimi come un limone, come le tette di una mucca, riducimi sul lastrico, farei questo ed altro per omaggiarti e sottomettermi al tuo volere, sono un perdente”. Roba che manco uno zerbino spelacchiato sotto un paio di suole col carrarmato.
L’abilità delle dominatrici sta nell’offendere questi poveretti senza mai incontrarli, tutto in totale anonimato (perché molti di questi sono sposati o comunque accompagnati con figli) e farsi pagare di tutto, arrivando a guadagnare anche 5000€ al mese, al netto dei regali.
Il profilo psicologico dei dominati pare sia molto simile a quello dei ludopatici, che almeno giocano e perdono soldi nella speranza di vincere, prima o poi, mentre i devoti “per contratto”, non vedranno mai nemmeno l’ombra di un polpaccio della padrona, il che equivale un po’ a gettare soldi in un pozzo mentre qualcuno ti rovescia addosso secchiate di cacca, prelevata dal pozzo stesso.
E adesso scusate, vado a dire qualche parolina dolce a mio marito, che se non lo tratto con amore e devozione, col cazzo che mi fa il regalo del compleanno, che manco se ne ricorda la data.