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Panificare male: storia di un lievito madre

Panificare male

lievito madre, pane, panificare, cucina

Posseggo un lievito madre, che è a sua volta figlio del madre di una mia amica (?) la quale, prima di affidarmelo, si approcciò stile giudice tutelare, facendomi mille domande, giustamente preoccupata che non avessi abbastanza tempo da dedicargli o, più semplicemente (e giustamente) che non ne fossi capace.
Invece lo tratto come fosse mio, gli parlo e gli racconto le mie giornate, lo nutro, mi circondo pazientemente di spianatoia, bilancina, cestino da lievitazione.
È pur sempre il figlio del madre della mia amica, abbiamo un legame solido e intrecciato che Beautiful levete proprio.
Sono lì che faccio le pieghe di rinforzo, calcolo i tempi, miscelo farine di forza e non, seguendo la ricetta alla lettera, “oddio, sarà incordato?”
Telefono alla mia amica: “Fra, sará incordato?”
E lei: “Ma come faccio a saperlo, se non lo vedo?”
“Ma tu mi hai detto che il pane non lo devo vedere, lo devo sentire! Io non sento niente, tu cosa ti senti?”
– Ma poi, che minchia vuol dire incordato?! –
E giù video su youtube e siti dedicati con i Mastri Fornai all’opera (che poi, in realtà, li guardo solo perché bramo il loro cappello!) ma quest’ incordatura non s’ha da fare.
Boh, faremo senza.
E alla fine la COTTURA, nel mio forno ultra-fashion-light-infinity-Indesit ultimo modello bomba-a-orologeria: 230 gradi per il primo quarto d’ora, con pentolino d’acqua all’interno per rendere l’ambiente caldo-umido, poi 200 gradi per un altro quarticello, poi 180 Juventus (#finoallafine).

E niente, seguendo e sudando infinite ricette al di là di quella, e sovrumani silenzi, il pan mi vien sempre di merda, ove per poco il còr non si spaura.
Così duro da indurmi a pensare che, il madre, la mia amica l’abbia generato accoppiandosi direttamente col granito.
Così duro che Rocco Siffredi, commosso, mi organizza il gemellaggio.
E niente, alla fine ho deciso di cambiare tattica e affrontarlo de sguincio.
Come con gli uomini: “Core de nonna, faglie vedé che nun te ne frega niente.”

First of all, niente bilancia. A occhio, come le migliori nonne insegnano. Abbandono tutto l’armamentario e lo rifaccio quando vado nel mio appartamento del lavoro, dove non ho niente, me c’hanno schiaffato una cucina pe’ puro caso.
Ho miscelato quattro tipi di farine che avevo in dispensa, e di un tipo non ero nemmeno troppo sicura che fosse farina. L’ho impastato senza troppe fregne direttamente nella ciotola, ho fatto il panetto e sono andata a fare i cavoli miei tutto il giorno.
La sera sono tornata, mi sono ricordata al volo di lui, ho acceso il mio forno a gas dell’anteguerra- il quale non mi concede nemmeno il privilegio di sapere a quanti gradi l’ho impostato- e mi scordo il sacrosanto pentolino d’acqua, dicono indispensabile per la formazione della crosta.
Ah, e ho anche un coltello che non taglia, ho fatto un po’ di forza per fare la croce in cima e s’è sgonfiata tutta la timida lievitazione.
Non ho nemmeno cronometrato la cottura, ho aperto il forno solo quando ho sentito un po’ di puzza di bruciato.
Dopo tutto questo pappié di roba, aspettate di sapere quanto era buono, vero?

E niente, alla fine ho sfornato comunque un bellissimo fermaporta

Se ci metti un cuoricino di legno sopra, fa molto Shabby! Ed è versatile, si presta anche come decorazione natalizia, visto che sta arrivando proprio QUEL periodo.
Vendo solo a amanti della razza.
Astenersi perditempo.

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Panificare male

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Posseggo un lievito madre, che è a sua volta figlio del madre di una mia amica (?) la quale, prima di affidarmelo, si approcciò stile giudice tutelare, facendomi mille domande, giustamente preoccupata che non avessi abbastanza tempo da dedicargli o, più semplicemente (e giustamente) che non ne fossi capace.
Invece lo tratto come fosse mio, gli parlo e gli racconto le mie giornate, lo nutro, mi circondo pazientemente di spianatoia, bilancina, cestino da lievitazione.
È pur sempre il figlio del madre della mia amica, abbiamo un legame solido e intrecciato che Beautiful levete proprio.
Sono lì che faccio le pieghe di rinforzo, calcolo i tempi, miscelo farine di forza e non, seguendo la ricetta alla lettera, “oddio, sarà incordato?”
Telefono alla mia amica: “Fra, sará incordato?”
E lei: “Ma come faccio a saperlo, se non lo vedo?”
“Ma tu mi hai detto che il pane non lo devo vedere, lo devo sentire! Io non sento niente, tu cosa ti senti?”
– Ma poi, che minchia vuol dire incordato?! –
E giù video su youtube e siti dedicati con i Mastri Fornai all’opera (che poi, in realtà, li guardo solo perché bramo il loro cappello!) ma quest’ incordatura non s’ha da fare.
Boh, faremo senza.
E alla fine la COTTURA, nel mio forno ultra-fashion-light-infinity-Indesit ultimo modello bomba-a-orologeria: 230 gradi per il primo quarto d’ora, con pentolino d’acqua all’interno per rendere l’ambiente caldo-umido, poi 200 gradi per un altro quarticello, poi 180 Juventus (#finoallafine).

E niente, seguendo e sudando infinite ricette al di là di quella, e sovrumani silenzi, il pan mi vien sempre di merda, ove per poco il còr non si spaura.
Così duro da indurmi a pensare che, il madre, la mia amica l’abbia generato accoppiandosi direttamente col granito.
Così duro che Rocco Siffredi, commosso, mi organizza il gemellaggio.
E niente, alla fine ho deciso di cambiare tattica e affrontarlo de sguincio.
Come con gli uomini: “Core de nonna, faglie vedé che nun te ne frega niente.”

First of all, niente bilancia. A occhio, come le migliori nonne insegnano. Abbandono tutto l’armamentario e lo rifaccio quando vado nel mio appartamento del lavoro, dove non ho niente, me c’hanno schiaffato una cucina pe’ puro caso.
Ho miscelato quattro tipi di farine che avevo in dispensa, e di un tipo non ero nemmeno troppo sicura che fosse farina. L’ho impastato senza troppe fregne direttamente nella ciotola, ho fatto il panetto e sono andata a fare i cavoli miei tutto il giorno.
La sera sono tornata, mi sono ricordata al volo di lui, ho acceso il mio forno a gas dell’anteguerra- il quale non mi concede nemmeno il privilegio di sapere a quanti gradi l’ho impostato- e mi scordo il sacrosanto pentolino d’acqua, dicono indispensabile per la formazione della crosta.
Ah, e ho anche un coltello che non taglia, ho fatto un po’ di forza per fare la croce in cima e s’è sgonfiata tutta la timida lievitazione.
Non ho nemmeno cronometrato la cottura, ho aperto il forno solo quando ho sentito un po’ di puzza di bruciato.
Dopo tutto questo pappié di roba, aspettate di sapere quanto era buono, vero?

E niente, alla fine ho sfornato comunque un bellissimo fermaporta

Se ci metti un cuoricino di legno sopra, fa molto Shabby! Ed è versatile, si presta anche come decorazione natalizia, visto che sta arrivando proprio QUEL periodo.
Vendo solo a amanti della razza.
Astenersi perditempo.