noi altrove

Shopping a Seattle

commessaAvevo vagato per ore alla ricerca di un paio di pantaloni.

La scelta si limitava ai modelli “tende di mia nonna” o “leggings per free-climbing”.

Finalmente, di fronte a una vetrina di una nota marca italiana, ho sentito chiaro e forte il richiamo della terra natia: i vestiti mi stavano parlando, invitandomi a entrare.

“È un piacere averla qui!” mi ha detto la commessa al mio arrivo, come se mi avesse riconosciuta dal jet-set di Hollywood o da uno dei numerosi film in cui ero protagonista.

Aveva un make-up pesantissimo sul viso, ma di difficile discernimento. Si vedeva solo da vicino. Da lontano, le avrei dato meno di trent’anni, da vicino più di cinquanta. Ho continuato ad avvicinarmi e allontanarmi socchiudendo le palpebre, come una lettrice miope senza gli occhiali, giusto per attribuirle un’età approssimativa. Non ci sono riuscita. Nel frattempo lei mi aveva già inondato di complimenti.

“Che splendida figura! Che portamento! Che buon gusto!”

Dopo aver esaurito gli spunti con capelli e scarpe, mi ha chiesto astutamente da dove venivo. L’Italia. La patria dei luoghi comuni.

“Il paese della cucina! Dell’arte! La classe, l’eleganza! Certo, si vede che lei ne capisce di moda!”

Io ero entrata con la disposizione d’animo di credere a qualunque cosa. D’altronde i vestiti mi avevano parlato, la commessa avrebbe potuto anche essere sordomuta e io l’avrei ascoltata ugualmente. Ci saremmo capite col linguaggio silenzioso dell’astinenza da shopping. Ma su un punto anche il mio rimasuglio di amor proprio non era disposto a cedere alla menzogna: il mio look.

Ero uscita come esco spesso alle otto del mattino, afferrando quel che trovo in una pila di indumenti ammonticchiati sullo scaffale. Mi era toccata in sorte una maglia di lana di un verde pera che era tutta un pallino, e un paio di pantaloni che non vedevano il ferro da stiro dal Medioevo.

Trovati finalmente i pantaloni del desiderio, mi sono affrettata alla cassa, dove lei ha iniziato a digitare tutti i miei dati per “potermi garantire sempre nuove offerte vantaggiose”. Tradotto: legarmi a lei a vita in una specie di patto col sangue, una versione estrema dei vampiri di Twilight. I miei dati personali in cambio delle sue commissioni, ad aeternum.

Il computer con mio sollievo, però, non funzionava. Lo schermo continuava a oscurarsi. Ho sbuffato. Lei intanto escogitava nuovi elogi per distrarmi. Si è persino complimentata per la pizza, come se l’avessi inventata proprio io tanti anni orsono, sotto il Vesuvio.

Agitava le sue dita unghiute da manicure sulla tastiera, sempre più veloce. Al quarto tentativo, mentre decantava le passerelle di Milano, il computer ha fatto un sibilo. Poi si è spento in un flash.

La sua bocca spalmata di rossetto si è aperta e dalle labbra purpuree è uscito una specie di pernacchia: “Oh SHIT!”.

L’ha detto d’un fiato, con una voce chiara e sonante, senza pensare alle conseguenze. E nella stanza agghindata di manichini filiformi e indumenti perlacei, la parola è volata a mezz’aria e lì è restata, incapace di dileguarsi.

È diventata tutta rossa, poveretta. Non aveva mai detto una parolaccia in vita sua, le aveva solo formulate mille volte nella mente. Tutte quelle clienti prima di me da adulare, tutte quelle falsità. Ma io volevo tranquillizzarla. Era libera finalmente. Aveva rotto l’incantesimo. La strega cattiva che la costringeva a blaterare fesserie era morta. Ora poteva dirmi con onestà che indossavo la maglia più repellente che avesse mai visto. Forse ci sarei rimasta un po’ male, ma potevo reggere il colpo.

Si è ricomposta con uno sforzo disumano, tutti i muscoli del volto contratti sotto quintali di fondotinta. Mi ha sorriso in maniera vitrea, quella di un robot che aspetta il prossimo comando dalla centrale, come se la parola del destino non mi avesse colpito i timpani con la potenza di mille chilotoni. E mi ha detto che l’Italia era proprio un bel posto.