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Sveltine mediterranee

 

sesso

Affacciata alla grande finestra, gomiti sul davanzale. Sono scalza e indosso solo una sottoveste nera, leggerissima.

I capelli disordinatamente raccolti.

Fa caldo. Molto caldo.

È una tipica giornata di Luglio, quasi mezzogiorno. Il Sole la fa da padrone. Gli ulivi che circondano la casa non proiettano ombra.

Le cicale cantano ipnotiche, mescolandosi al ronzio sommesso del grande ventilatore sul soffitto (Se nomino l’aria condizionata a nonna chiama il prete per farmi esorcizzare).

Al pianterreno nonno, seduto in veranda, taglia i fichi da mettere a seccare in terrazza.

Chiacchiero con la mia amica Sara, che è giù in cortile.

Lui, lui, lui.

Entra in camera senza bussare.

Mi volto, gli sorrido, e torno a parlare con Sara.

Si inginocchia dietro di me. Mi afferra i fianchi e mi morde le natiche. Penso sia un attimo, una specie di scherzo. Lo lascio fare. Ma non smette. Affonda i denti sulla stoffa della mia sottoveste e mi afferra la carne. Sembra impazzito.
Con il viso continua a sollevare la sottoveste. Mentre le mani scorrono spasmodiche sulle mie gambe. Sento il suo sudore e la sua barba sulla pelle. E la lingua. E le labbra. E i denti.
Cerco una scusa per rientrare ma lui, ormai in piedi attaccato a me, mi afferra i polsi trattenendoli sul davanzale. Vuole giocare.
Vuole giocare con un’inconsapevole spettatrice, mentre mi fa sentire, inequivocabile, la sua erezione proprio in mezzo alle natiche.

Devo controllare il respiro, l’espressione del viso. La voce. Mentre un rivolo di sudore scivola tra i seni.

Mi faccio un po’ indietro, verso di lui, perché lei non si accorga delle sue mani che mi abbassano le spalline, che non veda che ormai non ho più niente addosso.
Scalcio via con i piedi la sottoveste attorcigliata alle caviglie, mentre le mani di lui mi stringono il seno e la sua barba mi tormenta il collo.
La mia amica giù parla, parla.
Il suono della sua voce, il cicalìo continuo, le ventole sul soffitto, il suo respiro addosso.

Le faccio un cenno con la mano, farfugliando qualcosa che non capisco neanch’io.
Non so se si è accorta di qualcosa, se è ancora qui o è andata via. E non me ne importa. Ho altro da fare, adesso. Mi tiro ancora un po’ indietro.
Ora da giù il mio volto non si vede più. Restano solo i pugni chiusi, sul bordo del vaso da fiori. Gerani rossi. Li odio. Ma a nonna piacciono, dice che fanno tanto Italia, tra le finestre verdi e le mura bianchissime della casa.
Appena in tempo…
Comincia a penetrarmi, mentre inarco di più la schiena. Procede lentamente.

Troppo lentamente.

E se spingo verso di lui mi blocca, mi ferma. Vuol farmi impazzire.
Ho capito. Sto ferma. Ferma e buona.
Finalmente comincia a spingere di più, più a fondo, staccando lentamente il resto del Suo corpo da me, tenendomi solo per i fianchi.
Sento i suoi occhi neri sulle spalle, sulla schiena, sul culo. E mi piace.
Mi sollevo sulle punte e glielo sbatto addosso ancora di più (Grazie, Nonna, per le Lezioni di Danza Classica che mi hai obbligato a frequentare da bimba).
Ho voglia di girarmi, abbracciarlo e guardarlo mentre spinge dentro di me. Sudato, capelli appiccicati sul viso. Occhi che mi mangiano. Labbra disegnate, semichiuse su denti bianchissimi.
Vorrei.
Ma è bello sentire che mi prende così. Perché può.
È bello sentirlo dietro. Senza ricami. Senza baci. Maschio. Ed io Femmina. Sua.
I respiri adesso sono voci. Voci che sussurrano parole. Parole incomprensibili, oscene. Ma non per noi. Non per chi si appartiene da sempre. Voci sudate, come la nostra pelle.
Ora Lui si ferma. Si ferma per un attimo. Un attimo eterno. Sembra quasi abbia smesso anche di respirare. Poi, d’un tratto, riprende a spingere. Piano. Piano. Vuol vedermi godere.
Affondo le unghie nel terreno umido di quegli orrendi gerani rossi. E mi muovo prendendolo tutto. Tutto, perché è mio.
Vorrei che venisse con me, adesso. Vieni con me, ti prego.
Adesso…
Cerco inutilmente di fermarmi. Di aspettarlo. Ma l’Orgasmo mi investe. Improvviso. Quasi inaspettato. Come uno schiaffo. Come una risata.

Come un Orgasmo, insomma.
Caldo. Brividi. Colori. Lui mi stringe i capezzoli. E quel fastidio si mescola al piacere facendomi urlare. Muovo i fianchi come danzando.
Il suo respiro diventa un verso. La sua voce. Quella vera. Quella “Da dentro”.
Si fa indietro. E lo sento. Duro, caldo, bagnato di me.
Mi giro e mi inginocchio.

È magnifico, il suo cazzo.

Lo afferro con entrambe le mani e ci strofino le guance, la bocca, il collo. Lo adoro.

Esplode. Sul viso. Sui capelli. Sul seno. Sorrido mentre lo sperma caldo mi scivola addosso. Non saprei definire la sua voce, adesso. È come un respiro, un lamento trattenuto. Chiude gli occhi, forte, e sporge le labbra come per baciare l’aria.
Poi, con gli occhi ancora chiusi e il viso rilassato prende la mia testa tra le sue mani e mi accarezza il viso, sporcandosi. Si inginocchia di fronte a me e mi bacia dappertutto.

Ci stendiamo lì, per terra. In silenzio. Sul grande tappeto di seta. La tenda in pizzo ricama i nostri corpi abbracciati.

Che opera d’arte che siamo, Amoremio!

La vita vera, quella che ci vede estranei, ci aspetta fuori.
Possiamo ingannarla ancora un po’, adesso.

Hai fame?

Sì, ho fame, mi faccio due uova, do da mangiare al gatto e esco, che a casa da sola mi annoio.

 

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