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1992, Superfalcone, Borsellinoman

Nel 1992 avevo sette anni e la passione per i tribunali.
Non so cosa potessi capirci, ma non perdevo una puntata di Un Giorno in Pretura, mi facevo raccontare da mia madre i libri di Grisham, i magistrati erano i miei idoli, Di Pietro prima di tutti, Falcone e Borsellino subito dopo.
Mi incantavo a guardare i processi, i dibattimenti, gli avvocati con la toga, tutti me li guardavo, qualche anno dopo pure la puntata con Pacciani, roba che se fosse venuto a saperlo il Moige avrebbe iniziato a vomitare chiodi come la bambina de L’Esorcista. Mi documentavo con i mezzi che avevo a disposizione, ponendo mia madre nella scomodissima situazione di dovermi spiegare cosa fosse una tangente, cosa fosse la mafia, perché “il pizzo” fosse una cosa orribile e non un elegante tessuto, perché Falcone e Borsellino dovessero girare con “la scorta” che non era un approvvigionamento di emergenza o magari in un certo senso sì, perché grazie a chi ti copre le spalle a costo della sua vita forse riesci a mettere da parte qualche giorno in più da trascorrere su questa terra.

Io adoravo avvocati, magistrati, pubblici ministeri, uomini di legge: per me erano eroi, anzi, supereroi, persone reali che combattevano contro nemici cattivissimi per la salvezza di tutti, i supereroi canonici era facile leggerli sui giornalini e guardarli nei loro costumi sgargianti pigiamino e mantello, loro invece erano uomini in carne ed ossa con la giacca e la cravatta e io sapevo che in qualunque momento ci avrebbero difesi tutti dalla schifezza del mondo.

Poi, però, con le stragi, le notizie del Tg, le dichiarazioni dei pentiti, alla mia insolita adorazione si aggiunse una insolita paura. Gli altri bambini avevano timore dei mostri, dei fantasmi, dei cani, del buio, degli alieni, io avevo paura della mafia. Di notte io mica temevo il Babau, io avevo paura che dall’armadio uscisse Totò Riina e mi sciogliesse nell’acido. Giuro.
Chiedevo spiegazioni, di nuovo. Guardavo le auto accartocciate, i brandelli di abiti, le ceneri ed ero terrorizzata, chiedevo ai miei genitori perché, perché era successo, chi avrebbe lottato per noi ora, come era stato possibile che Superfalcone e Borsellinoman fossero stati presi dai cattivi? E se poi nessun altro si fosse messo a caccia dei cattivi? E se fosse arrivato di notte Totò Riina per sciogliermi nell’acido, o dare fuoco alla nostra casa CON I MIEI PELUCHE DENTRO? Mia madre mi spiegava che eravamo al Nord, che quelle cose terribili da noi non succedevano, che eravamo al sicuro, ma io non riuscivo a farmi passare il terrore per i boss e le loro organizzazioni. Avevo perso due certezze, due sicurezze. Non riuscivo ad andare oltre perché i mafiosi toccavano ciò che per me, bambina, esisteva di più sacro ed intoccabile al mondo: i bambini, e i magistrati.
Falcone e Borsellino sono ancora i miei eroi, così come tutti gli altri che, dopo di loro e grazie a loro, si sono “messi a caccia dei cattivi”.
Ma ora che ho 32 anni suonati, anche se so che non verrà mai Riina di notte a sciogliermi nell’acido, nella mia adulta razionalità posso continuare a dire che una delle cose che più mi spaventa al mondo è sempre la mafia.