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Stranger Things: nostalgia e anni 80

Stranger Things, anni 80

Abbiamo tutti le nostre personalissime Stranger Things

Ci sono i ragazzini un po’ “sfigati”, molto smart, parecchio nerd, con i cappellini e le biciclette. Ci sono i capelli cotonati, i telefoni fissi e le sale giochi con i cabinati arcade.
Ci sono le famiglie perfette che, sotto sotto, sono un disastro e ci sono famiglie che sono un disastro ma, sotto sotto, sono perfette.
C’è la scuola americana con gli adolescenti popolari e sportivi ma un po’ stronzi e ci sono gli outsiders, quelli strambi che si nutrono di punk e fotografia.
Ci sono, infine, i ragazzini quasi alieni -ma del tutto alienati- i complotti governativi russi e le musicassette.
Non c’è la fantascienza super tecnologica, con super effetti speciali: i protagonisti vanno in giro con le armi dei Ghostbusters.
Insomma, Stranger Things, arrivata alla sua seconda stagione, è la rappresentazione degli anni 80, è la celebrazione di un’epoca che sta subendo un revival prepotente anche nel settore delle serie tv.

Per chi è nato in quel periodo, la botta emozionale arriva dritta in pancia e ha certamente il sapore irresistibile della nostalgia.
Ma a prescindere dall’effetto “vintage”, la serie riesce a calamitare ogni tipo di spettatore perché rappresenta qualcosa che tutti possono riconoscere: l’inquietante e l’inquieto, quello che i protagonisti chiamano SottoSopra che non è altro che una dimensione paranormale che può essere molto simile a quella della quotidianità, basta solo osservare quest’ultima da un altro punto di vista. SottoSopra, appunto.
Il male, nella sua rappresentazione più generica, è confinato quindi in questo territorio misterioso e demoniaco al quale si accede attraversando un portale.
Tuttavia, risalendo in superficie, nelle storie e nei dettagli che caratterizzano i singoli personaggi, vengono fuori altre forme molto più “normali” , sfaccettate, drammatiche o meno drammatiche del male, che rappresentano comunque qualcosa contro cui si lotta, ci si confronta.

Tutti i personaggi di Stranger Things, lottano contro qualcosa:
Dustin ha un problema ai denti e parla in modo buffo.
Mike lotta contro la solitudine, Lucas contro la sorella più piccola e più impertinente.
Will e il fratello Jonathan lottano contro il loro essere strambi e senza padre.
La sorella di Will, Nancy, lotta contro il dolore per la scomparsa dell’ amica.
Joyce lotta contro il suo ruolo di mamma sola, lo sceriffo con il dolore per la morte della figlia, Undi contro la consapevolezza dei propri poteri e della sua prigionia fisica e emotiva.
Persino il bullo combatte contro il suo demone in carne e ossa: il patrigno, più bullo di lui.
Tutti, nessuno escluso, hanno le loro lotte che, a ben vedere, sono anche nostre.

Il Sotto Sopra è la metafora del confine, del limite che tutti viviamo o abbiamo vissuto, il varco che ci separa dall’altro lato di noi, il lato cattivo, quello spaventoso, quello che temiamo, quello diverso, quello che a volte siamo chiamati a combattere e altre volte ad accettare perché ci rappresenta più di quello che vogliamo credere.

Sì, è già visto, è semplice, verrebbe da dire che è “pulito”, per il candore e la nitidezza della rappresentazione del bene e del male. Ma è emozionante e universalmente condivisibile, tutti abbiamo le nostre personalissime Strangers Things che fanno ombra, come il mostro della seconda stagione. Sono le storture che ci fanno sentire Sotto Sopra, senza attraversa le nessun portale, se non metaforicamente.
E proprio nella seconda stagione, questo punto viene chiarito alla perfezione quando Bob, il fidanzato di Joyce, aiuta il piccolo Will a rapportarsi con il mostro che alberga in lui, esortandolo a combattere e non a fuggire.
È un invito che tutti possiamo cogliere.
Senza essere in un film di fantascienza anni 80, tutti possiamo riconoscere i nostri limiti, e magari possiamo lasciarci andare e restare un po’ SottoSopra, per vedere le cose da un altro punto di vista e sentirci degli eroi nell’ accettarlo, “eroi per un giorno”, tanto per citare una delle splendide canzoni di questa serie che, tra le altre cose, ha anche una colonna sonora eccezionale.

 

Stranger Things, anni 80

Abbiamo tutti le nostre personalissime Stranger Things

Qualcuno li ama per il trash.
Qualcuno li ama per il fluo.
Qualcuno li ama per i Duran Duran.
Qualcuno per i scalda muscoli e le giacche con le spalline.
Qualcuno li ama solo perché ci è nato: sono gli anni 80 e sono tornati. Anzi, forse non se ne sono mai andati realmente. Sono ovunque e io, personalmente, li sto ritrovando molto nelle serie tv. E cosa provo? Difficile a dirsi.

Io sono figlia degli anni 80 ma sono cresciuta nei 90 e mi sento più vicina ai camicioni grunge di flanella che ai glitter. Eppure sentirli nominare o vederli rappresentati mi prende allo stomaco, come un formicolìo. Anzi come una nostalgia. Non ho mai capito bene finché non ho visto Stranger Things.
Strangers Things è una di quelle serie tv che ti fanno mentire agli amici che vogliono organizzare il week end:

“No, non posso uscire oggi, ho mal di gola, 37.3, dice che è virale, meglio non rischiare, le ricadute, le epidemie, le pandemie, la fine del mondo, la fine delle mezze stagioni, potrei causare troppi danni: meglio stare a casa” (In realtà tu vai a correre anche con 38 di febbre).

“No, non posso venire alla sagra del porcino, sto ancora digerendo il kebab di agosto. (In realtà tu digeriresti anche i tavoli in legno massiccio che allestiscono alle sagre e usi i digestivi solo per fare spazio ad altro cibo).

“No, non posso venire, devo fare alcune commissioni per mamma (Generico ma sempre utile perché le “commissioni per la mamma” non si discutono).

Insomma esistono 1000 scuse per una sola verità: “Voglio restare a casa da venerdì sera a domenica per guardare tutta la seconda stagione di Stranger Things”

Che poi non è che questa sia una serie particolarmente originale:
ragazzini che si muovono in bicicletta e affrontano problemi apparentemente più grandi di loro; mostri oscuri che fanno sparire cose e persone; famiglie perfette, mamme incasinate,  sceriffi rudi ma di buon cuore, complotti governativi.

Una fantascienza ‘semplice’, senza elementi super tecnologici o effetti super speciali.

Perché allora tanto clamore per questa serie?

Perché “bruciarsi” un fine settimana per guardarla no-stop?

Alla fine dell’ultima puntata, dell’ultima stagione, dell’ultimo giorno del week end, dell’ultima caramella dell’ultimo pacco… ho capito: è tutta colpa delle cose strane, le Stanger Things, il SottoSopra che nel film è rappresentato da una dimensione spazio temporale, con tanto di portale per accedervi, ma nella realtà non è altro che la metafora delle nostre stramberie, il nostro wilde side, il dark side, quell’oscuro aspetto di noi stessi che a volte neghiamo, a volte accettiamo, a volte dimentichiamo,a volte invece ci sovrasta.
Chiunque abbia sentito, almeno una volta nella vita, la presenza del proprio personalissimo SottoSopra non può non amare questa serie.

Non è importante aver conosciuto l’epoca anni 80, perché è rappresentata con una semplicità e una nostalgia che lo spettatore non può riconoscere.

La nostalgia della possibilità di vivere un’avventura, quella di riscoprirsi e essere “eroi per un giorno”, tanto per citare una delle splendide canzoni di questa serie che, tra le altre cose, ha anche una colonna sonora eccezionale.