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App di ieri e app di oggi

Una volta l’app meteo erano le ginocchia di mia nonna.
La calibrazione dell’istante preciso in cui la rotula le dava le “piccate” era più precisa di qualsiasi satellite dell’aeronautica militare.
Indovinava qualsiasi cosa, specialmente quando cambiava il tempo, anticipando abbondantemente l’arrivo di perturbazioni, sovrapposizioni di cumulonembi, vento, neve, bufere, giudizi universali.

Ricordo ancora quando, a tavola, in un giorno d’estate, mentre beveva, si bloccò, sbattè malamente il bicchiere sul tavolo facendone traboccare qualche goccia, si voltò verso mio zio e sentenziò: “Mi fa male il ginocchio sinistro, quello che mi sono operata. Domani metti il telo ai pomodori, o la conserva quest’anno ce la sognamo.”
E porca troia, il giorno dopo quasi venimmo quasi sotterrati dalla grandine.

Per non parlare, poi, di quando dovevi capire se avevi la febbre. Lì proprio Fever Tracker e app Termometro 3 in 1, scansatevi e inchinatevi col viso rivolto a La Mecca. Bastava un contatto delle labbra sulla mia fronte per scatenare i chemorecettori magici della nonna, unitamente a un’altra formula predittiva fondamentale: “Strizza forte forte gli occhi e senti se ti bruciano.” Riusciva ad indovinare qualsiasi temperatura corporea e ad infilarmi nel letto prima ancora di infilarmi un termometro nell’ascella.

Ora tutte le ragazze hanno l’applicazione che avvisa quando sta per arrivare il ciclo.
La mia personale app per il ciclo è vintage, sempiterna e si chiama “giramento de cojoni”. Ce l’avete tutte preinstallata dalla pubertà, basta solo accorgersene.

Da piccola avevo anche un sistema particolare per contare le calorie. Era mia madre. Altro che Yazio, era molto più sofisticata.
Quando superavo abbondantemente il fabbisogno, mi inoltrava un segnale d’avvertimento preimpostato: “Conviene portarti a comprare un vestito che farti da mangiare, figlia mia!”
Quando mi sgamava col grugno infilato nelle Kinder Délice, partiva anche la notifica 3D: il “coppino” di correzione tra capo e collo.

Tutta questa perifrasi era per dire che, forse, a volte dovremmo ascoltare di più il nostro corpo e il buon senso, e un po’ meno lo schermo di uno smartphone.