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Colloquio all’italiana.

colloquio

primavera milano
Non è la mia città ma è un bel giorno di primavera.
Cioè: 38° al sole e 4° all’ombra, andiamo bene.
Fai venti metri sotto ai portici e ti sei presa la bronchite.
Ho finito il colloquio quindi mi regalo un gelato.
Assaporo. Mmmmmmmmm, niente da dire, fa proprio schifo.
Fermata dei pullman. Butto il gelato, il cestino sospira (poraccio, c’è abituato…).
Sulla panchina, una bella donna sulla sessantina, con il borsone di una compagnia aerea, sbuffa al vento. Mi siedo accanto a lei.
Mi guarda. Le sorrido e lei sbotta un: “Che città di merda!”.
***
Credo di guardarla perplessa, sì, no, boh… è la prima volta che sono qui. Continua: “Sei appena uscita da un colloquio?” “Sì…” “L’avevo intuito, anche io ne ho finito uno, guarda, non ne parliamo che è meglio”.
Ma se ha cominciato lei???
Le rispondo: “Non bisogna demordere…” “Non demordere? Fai te. Sono una donna di 60 anni lasciata a casa dopo 40 anni di carriera…”  “Eh.. io non riesco manco ad iniziarla sta carriera…”.
Esplodiamo entrambe in una risata fragorosa, un misto fra ironia e nervosismo.
Beh, esaltata non potevo essere: appena lasciata a casa anch’io, dopo un mancato rinnovo senza preavviso, olé. Lavori tampax, con una laurea e sacrifici, come tante.
***
Immagino la signora con la sua divisa da hostess in viaggio per tutto il mondo, cavolo però! “Ma signora, saprà minimo tre lingue e avrà visto mezzo mondo!” “Sì sì, tutto bello e ora? Senza famiglia, senza un uomo…” “Siamo in due” osservo ridendo.
Lei mi sorride e con un tono materno esclama: “Dì un po’, ma ti sei vista?! Basta frequentare i posti giusti al momento giusto e te ne trovi uno. Oddio… dovresti!” “Un po’ come i colloqui lavorativi, eh?” “Pressappoco. Va beh, tanto lo sappiamo come funzionano gli uomini, come funziona il lavoro… E comunque, in questa città non ci verrò mai più. Non so se è più di merda la città o il tuo gelato”. Ridiamo assieme.
Lei scatta in piedi, cercando di sistemarsi invano il ciuffo biondo che le illumina il viso. “Questo è il mio bus, chiedi se porta anche alla tua città! Sennò vieni con me a Milano!” – dice frettolosamente ridendo, trascinandosi il borsone che sembra pesare come se avesse dentro un cadavere.
***
Non è il mio bus. Ci guardiamo per un attimo mentre lei prende posto avanti. “In gamba, eh!” mi raccomanda a mento alto dal pullman, così vuoto che sembra l’abbian fatto solo per lei. “Buona vita signora!”.
Ad un tratto, mi fa cenno verso l’autista: uno sulla sessantina, piazzato, con i capelli lunghi e crespi da cantante rock anni ’80, faccia imbronciata come se stesse per dare il via ad una guerra o ad un concerto heavy.
Lo commenta con una ridicola smorfia sdegnata e sbuffante, spalancando gli occhi.
Ridiamo di cuore, lei dal pullman e io dalla panchina.
Il mezzo porta via la signora hostess, il conducente dei Van Halen, l’ironia della vita e la complicità femminile ritrovata così, tra un gelato di merda e un colloquio peggio.
Come a volte si trovano le cose belle. In una realtà moderna precaria, che tu abbia 20 o 60 anni, che tu sia ottimista o pessimista, del sud o del nord, della Cina, di Marte e pianeti affini.