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Dimmi dove vivi e ti dirò da chi discendi.

preistoria

La razza umana è diffusa in tutte le aree del globo, e prospera anche in condizioni disagiate e difficoltose.

Escluse le fasce di clima temperato, in tutti gli altri posti si vive alla mercé di temperature glaciali o torride, di monsoni torrenziali o siccità secolari, d’invasioni di zanzare o cavallette.

Le popolazioni che abitano in ambienti sfavorevoli sono abituate a quelle condizioni di vita fin dalla nascita e a loro pare perfettamente naturale e sopportabile aprire la finestra la mattina e vedere soltanto neve o sabbia, rischiare di essere divorati mentre si va al lavoro, vedere la luce del sole per soli sei mesi l’anno e tutte le altre varie rogne di una vita del cazzo che vi possono venire in mente.

Il fatto è che queste aree non si sono riempite solo da pochi secoli o negli ultimi decenni, ossia da quando effettivamente scarseggiano gli spazi abitabili interessanti.

Come dimostrano reperti archeologici surgelati nel ghiaccio o conservati nella terra da millenni, questi luoghi hanno cominciato a popolarsi all’inizio dei tempi e già allora erano dei posti di merda dove abitare.

Ma perché qualcuno decise di fermarsi lì allora, quando c’era la terra intera a completa disposizione?

Perché lì e non dove c’erano pianure e foreste ricche d’acqua, frutti da cogliere semplicemente allungando la mano, animali da cacciare ovunque, deliziose caverne sfitte dal tempo del Big bang con nessun vicino per chilometri e spiagge dove stare in topless senza guardoni?

Non posso pensare che arrivando, per esempio, sulla banchisa polare in inverno con meno 20°, nel buio anche se era mezzogiorno, l’uomo preistorico abbia guardato intorno a sé la sconfinata e monotona distesa di ghiaccio e, rivolgendosi alla sua preistorica sposa, non le abbia detto “Non trovi che qui sia davvero carino? Certo che varrebbe veramente la pena abbandonare la vita da nomadi per stabilirsi qui, per sempre, per tutti i secoli dei secoli, noi, i nostri figli, i figli dei nostri figli, i figli dei figli dei nostri figli, i figli dei figli dei figli dei nostri figli? Che ne dici, cara?”.

Non può essere che la signora preistorica si sia guardata intorno anche lei e, dopo aver scrutato il paesaggio con l’occhio che solo una donna può avere quando visita una casa da acquistare o affittare, abbia detto – sicura e perentoria – il fatidico “Sì caro, voglio vivere qui, con te”.

Non posso pensare neanche che la coppia sia stata vittima di un raggiro da parte di un agente immobiliare senza scrupoli ma con grandi capacità dialettiche.

Non riesco ad accettare la possibilità che il Gabetti del paleolitico sia riuscito a convincere la signora che quella giornata buia e di brutto tempo fosse un avvenimento eccezionale per la zona e che un open-space in ghiaccio potesse essere un’abitazione originale ma confortevole, pratica da pulire e di grande scena con gli ospiti.

Non voglio credere che la nostra famiglia sia poi dovuta restare lì solo perché ormai aveva da pagare il mutuo per l’igloo, mentre il maledetto agente era andato a spassarsela sulla laguna padana (sì, allora a Milano c’era il mare) con le provvigioni della vendita.

Voglio credere piuttosto che i progenitori degli esquimesi arrivarono in estate, almeno per dar loro l’attenuante di aver giudicato il luogo nel suo momento di clima migliore.

Voglio supporre che fossero digiuni da settimane, sfiancati dall’inseguimento di una renna grossa e grassa e che nell’inseguimento avessero perso l’orientamento.

Voglio immaginare che fossero stanchi di tanto vagare, loro, come le bestie che trasportavano le masserizie.

Voglio figurarmi che la signora, sicuramente gravida, con un nugolo di cuccioli attaccati alla gonna di pelliccia e il più piccolo alla tetta, non ne potesse più di sentire l’incessante coro dei bambini “mamma, quanto manca? Ho fame, ho sete, ho sonno, ho freddo, mi scappa la pipì, mi scappa la cacca, Terzo mi ha rubato il dinosaurino di osso, non è vero, è stato Secondo, io non c’entro, non l’ho neanche toccato”.

Insomma, spero che in quel momento la banchisa fosse sembrata loro un paradiso, rispetto all’idea di continuare a camminare per cercare un posto migliore dove stabilirsi.

Lo vedo: era estate, non faceva troppo freddo e non veniva mai notte, i licheni fioriti spandevano nell’aria fragranze inebrianti, gli orsi polari in amore erano mansueti come quelli della Coca-cola, gli iceberg si stagliavano pittoreschi sull’orizzonte polare creando una skyline che New York gli fa un baffo, i pesci maschi, in fregola per impressionare le femmine, facevano gare di coraggio balzando fuori dall’acqua ed andavano direttamente sulla griglia del barbecue.

Voglio pensare che la famiglia progenitrice degli esquimesi si sia stabilita lì perché, quando ci arrivò, sembrava davvero un bel posto, dove c’erano luce, tepore, tanto cibo e niente predatori.

Perché, se non è così, ragazzi, bel culo che ho avuto ad essere una discendente dell’agente immobiliare.