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Discorsi in pubblico. Pare facile, no?

Un giorno mi chiama un’amica e mi chiede “Ti andrebbe di partecipare a una conferenza a fine Marzo con un piccolo intervento? Una cosa leggera e divertente sulle donne”.
In quel momento un piccolo moto d’orgoglio risveglia la persona matura e adulta che si nasconde in me e mi fa rispondere “Ma certo, è un piacere”. Che cara amica, tra tutte le persone che conosce, a pensare proprio a me per questo ruolo così importante. È fatta: sono grande, pronta ad affrontare una sfida nuova. Solo che presto scopro che l’adulta che è in me, quella che saprebbe esattamente cosa dire e come comportarsi, torna a dormire e lascia gestire questa situazione alle altre mie personalità: “la timida”, “l’insicura” e “l’ingenua ottimista”.

Quest’ultima è la prima ad apparire, è quella che in genere mi impedisce di sprofondare nello sconforto più assoluto ma che mi porta anche a procrastinare all’infinito: “Tranquilla ce la farai, e poi manca ancora quasi un mese, hai tutto il tempo”, e così trascorre la prima settimana, crogiolandomi ancora nell’idea che lo spirito del femminismo più autentico mi ispirerà un discorso degno del premio nobel: aspettiamo l’8 Marzo.

L’otto marzo arriva. Mentre fisso il foglio ancora bianco l’unico spirito che mi viene in soccorso è quello di mia nonna, che mi diceva sempre “se continui a guardare la pentola l’acqua non bollirà mai”. Grazie nonna! Esco a fare una passeggiata.

Il fatto è che non so di cosa parlare, l’unica cosa che ho in comune con le altre relatrici è l’essere donna… ma se le altre donne sono una ricercatrice di Fisica Nucleare, una Primaria di chirurgia, una eurodeputata e una preside vi assicuro che non è un grande punto in comune. E poi come non cadere nei clichè? Ecco l’idea! I clichè! Il classico che non impegna, un paio di righe sulle donne che fatto un sacco di cose contemporaneamente, sugli stereotipi, sul sandalo con il calzino. Non vincerò nessun nobel ma non dirò niente che non sia già stato collaudato!

Passa la seconda settimana e qualcosa ha iniziato a prendere forma, quindi si passa alla fase 2: La lettura. E che ci vuole, il più è fatto. prendo il foglio, inizio a leggere, e mi annoio talmente tanto che mi addormento. Quando mi riprendo, inizio un lavoro ossessivo correzioni. Inizio a cancellare ogni parola di troppo e semplificare ogni parola complicata che potrebbe farmi ingarbugliare la lingua.

Rileggo il discorso, stavolta mi faccio un video così posso fare una analisi attenta e precisa della mia esposizione (ecco che è tornata la me stessa che sa come reagire alle situazioni). Dopo essermi rivista, c’è solo una parola che risuona nella mia testa: “PANICO”, e le voci confuse delle mie personalità:

Ma davvero ho questa voce?” – “Ma fa ridere questa battuta?” – “Ma la mia amica conosce così poche persone che lo ha chiesto proprio a me?” – “Fingiti morta”!

Manca ormai una settimana e confidando sempre in una improvvisa apocalisse, mi preparo ripetendo in maniera ossessiva il discorso: davanti allo specchio, mentre sono in bagno, in macchina, mentre dormo e soprattutto mentre non dormo.

E finalmente arriva il giorno, guardo le facce e inizio a misurare le parole che ho scritto con la gente che ho intorno, e ricomincio a fare correzioni: che scema che sono stata! Per riutilizzare i luoghi comuni sulle donne ci sono cascata anche io, nella trappola del body shaming. Basta poco che poche parole apparentemente simpatiche diventino una offesa gratuita per qualcuno, e questo sicuramente non mi piace. Mi salvo alla fine cancellandole dal mio discorso.

Arriva il mio turno, i 7 minuti che avevo cronometrato volano, anche perchè presa dalla tensione ho letto tutto come la vocina delle pubblicità “leggereconattenzioneilfogliettoillustrativononsomministarealdisottodeidueanniecc…ecc”.
Comunque, alla fine ce l’ho fatta. Qualche risata l’ho sentita. No, non riguarderò mai il video del mio intervento. Di certo non vincerò nessun nobel né tantomeno l’Oscar come migliore attrice non protagonista, ma alla fine nessuna fine del mondo è avvenuta, l’umanità è salva e io non sono morta di vergogna, e per tutte le mie personalità è stata una bella botta di autostima, anzi ho già scelto la mia prossima sfida: un saggio di Salsa acrobatica: e che ci vorrà mai no? Stavolta i pomodori sono garantiti.