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La permanente

permanente rosa

permanente rosa

In un periodo di totale incertezza, instabile presente e tremolante futuro quale fu la mia adolescenza, la permanente rappresentò, finalmente, un punto fermo, una sicurezza, un foreverandever a diecimilacinquecento lire allinclusive.

Già il nome era un’iniezione di speranza: permanente, participio presente di permanere, rimanere, restare. Non una messa in piega temporanea, non un bigodino traditore, non una volatile acconciatura portata via dal vento no, niente di tutto questo. Una permanente seria e affidabile che non mi avrebbe lasciata mai più.

Pensai di aver finalmente preso i famosi due piccioni con la famosa fava di cui sentivo sempre novellare: avrei detto no al colesterolo che mi infestava le chiome e sarei passata dal liscio che fa tanto “tristeza” al riccio che fa tanta “alegria”. Olè.

Ricordo ancora il giorno che andai dalla parrucchiera per il tanto sospirato intervento pilifero.
Mia nonna, sorda e con un principio di demenza, mi regalò una caramella d’orzo per il viaggio dietro l’angolo, pregandomi di riportargliela anche mezza ciucciata. Ok, grazie comunque per il pensiero.
Mio padre mi carezzò la testa e con gli occhi pieni di lacrime mi disse: “La mia bambina ! La mia bambina! La mia bambina!“. Tre volte. Doveva essere una roba grave davvero.
Mia madre pianse, convinta che gli acidi mi avrebbero perforato la scatola cranica e che sarei tornata a casa in ambulanza, ormai in stato vegetativo e, naturalmente, calva. Think positive, oh yeah!!
Niente e nessuno, però, poteva fermarmi.

“Datemi un martello!” gridai forte al mio nucleo familiare
“Cosa ne vuoi fare?” mi risposero in coro.
” Voglio darlo in testa al mio porcellino di coccio che devo i prendere i soldi per la parrucchiera!!!”.
Paura, eh?
Quando entrai nel negozio ero un asparago unticcio.
Quando uscii ero uno spennacchio dry.

Per la prima volta nella mia vita, mi sentii veramente passabile. Approntavo incursioni improvvise davanti allo specchio per vedere di nascosto l’effetto che facevo. Wow, che effetto! Guardandomi meglio, scoprii che mi assomigliavo tantissimo, a parte la permanente, che mi rendeva un po’ più diversa da me stessa. Sembravo un divano vecchio con il copridivano nuovo. Iniziai a camminare con le spalle dritte, a muovere la testa con nonchalance, a lanciare sguardi languidi a destra e a manca.
Il mondo con tutte le sue splendide opportunità mi apriva le sue porte ed io potevo, finalmente, varcarle grazie alla chioma ondeggiante che mi circondava tutta come un’aureola.
Santa Cadonett, rigorosamente vergine ma non più martire.
Poi, un giorno, il sogno finì.

All’improvviso, tutti i miei splendidi ricci accatastati dieci centimetri sopra la testa cominciarono pietosamente ad abbassarsi, come la neve sotto il sole di primavera, come i sogni che muoiono all’alba, come il soufflé che s’ammoscia fuori dal forno. Sotto sotto, il liscio tornava alla carica e cresceva, cresceva, cresceva.

La ricrescita mi sprofondò in un baratro di depressione tricologica e, all’improvviso, capii come, nella vita, tutto fosse impermanente.

Permanente compresa.