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Matrimonio sbagliato: né la prima, né l’ultima

Né la prima, né l’ultima.

A tante è toccato divorziare.

Capita, nella vita, di aver avuto un abbaglio. Meglio lasciarsi che vivere dannati.

Capita, di capire che non si è fatti l’uno per l’altra; di doversi rimboccare le maniche e ripartire da sottozero; di trarre la forza dai figli, che sono la cosa più importante, che cresceranno e capiranno, che i loro genitori ci saranno comunque;

Capita di doversi convincere che ci saranno altre occasioni, che la vita non finisce con un matrimonio sbagliato.

Certo, se ad averlo capito si è in due; se non si è da sole a portarsi il fardello del fallimento; se alla battaglia per ricominciare non ci si aggiunge l’impossibilità di chiudere un doloroso capitolo della propria vita. Perché per l’altro non è finito quel capitolo, mentre si vorrebbe iniziare a vivere libera da certi schemi obsoleti.

Né la prima, né l’ultima.

Allora di cosa ci si lamenta! Meno male che esiste il divorzio. Si rassegnerà, prima o poi. E’ un brav’uomo, solo un po’ irruento, istintivo; capirà, accetterà, il tempo aggiusterà tutto!

Capita, di avere paura che il tempo non basti ad aggiustare le cose; quel tempo nemico che ruba gli anni della giovinezza vissuti nell’incertezza del futuro proprio e dei propri figli;

Né la prima, né l’ultima.

A non essere compresa, nei propri timori di uscire di casa, nelle angosce delle notti insonni, nel trasalire a ogni squillo di telefono;

Poi, quella frase: “Inizio di una relazione”, sul proprio profilo facebook, per metterlo davanti al fatto compiuto, a un cambiamento che possa recidere quella sorta di cordone ombelicale, che faccia comprendere che un corpo non può appartenerti se il cuore è altrove e batte finalmente e incredibilmente per un altro.

Capita, che non basti, che l’orgoglio maschilista abbia la meglio e non possa arrendersi all’idea che quel corpo possa godere nelle braccia di un altro; che abbia il dovere di accondiscendere alle pretese del proprio ego ferito e non il diritto a rifarsi una vita.

E allora se la prende, quella vita.

Né la prima, né l’ultima.