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Perché tutti i terapisti annuiscono allo stesso modo?

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La maggior parte della gente al giorno d’oggi va in analisi ed è diventata una cosa normalissima dire: “Settimana scorsa sono dovuta andare dal mio psico, mio marito mi stava facendo impazzire”.

È un po’ come avere un amico segreto, con la differenza che per la sua “amicizia” paghi un sacco di soldi e, diciamocelo, se lo incontri per strada non ti farà neanche un vago cenno di saluto.  Ma comunque, secondo me, vale quel che paghi.

Anche se, ultimamente, ho cominciato a farmi delle domande.

Per esempio, perché mi manda così in confusione? Entro chiedendomi se il mio matrimonio sia in crisi ed esco chiedendomi perché vivo perennemente a dieta.

Qualche volta durante le sedute piango, che è una cosa che va bene.
Ma le volte in cui arrivo a singhiozzare, con il naso che cola e gli occhi rossi penso: “Ma chi cazzo me lo fa fare di pagare tutti questi soldi per farmi torturare così?”

Il ritorno con l’autobus è la cosa peggiore, gli altri passeggeri mi guardano pensando che sia appena uscita da una rissa. Che poi è come mi sento.

Perché la mia terapista deve avere tutte le fortune? Qui chi è che fa il lavoro e chi paga?  O no?

In alcune sedute entro pronta a cantarmela e poi svio la conversazione e parlo tutto il tempo dei bambini. Giusto quando mancano cinque minuti me ne esco con: “Ah, e poi sto andando a letto con uno”. Lei mi guarda con quella faccia che dice: lo sai che devi tornare e pagare ancora vero? Cazzo.

Mi chiedo quante sedute ci vorranno per ripararmi. Cinque? Dieci? Oppure quindici? Garanzie ce ne sono?

Perché tutti i terapisti annuiscono allo stesso modo? E soprattutto, quando lo fanno intendono “Esatto, proprio così” o “Esatto, ho capito, purtroppo per te non c’è niente da fare”?

È che io vorrei solo sapere cosa fare. A volte basterebbe mi rispondesse con un sì o un no.  Tipo, quando le chiedo “Devo lasciare mio marito?” perché non mi risponde semplicemente: “Lascialo”? Eppure sa benissimo che essere orribile sia mio marito, gliel’ho detto io stessa.

Io poi odio anche i miei figli, mia sorella e mia suocera più di tutti, quindi forse la psico ha ragione: decisione difficile.

Una volta sono arrivata in terapia con un elenco di cose di cui parlare e alla fine della seduta la lista si era allungata.

Perché la mia terapista mi chiede sempre: “e lei come risolverebbe questa situazione?”
Io ho un bel ripeterle che io sono qui perché “loro” non cambiano.

Ho provato a mandare mio marito in terapia. Lui non ha voluto andarci e allora ci ho mandato mia figlia di 15 anni. A lei piace andarci e così io pago anche le sue sedute. Secondo me, lei riesce a farla lavorare, la psico.

Una volta la terapista mi ha dato dei compiti a casa. A casa??? Ma che scherziamo? È già una fatica il lavoro che mi tocca nel suo studio, ci mancherebbe altro.

Io lo capisco subito quando la sessione arriva alla fine. Quel viso aperto e cordiale, quell’espressione che invita a parlare di qualunque cosa, comincia a cambiare. Sono cose minime, ma quando fai sedute da un po’ impari a capire anche quando mancano 10 minuti alla fine della sessione. Uno spostamento minimo nella sedia, un cambio in quella gamba accavallata.  Ai 5 minuti chiude il suo taccuino con un rassicurante “Bene”.
Allo scoccare dell’ora è già in piedi davanti alla porta. A volte non riesco neanche a capire come si sia spostata dalla poltrona alla porta.

La cosa ridicola è che ho trascorso molte delle prime sedute a spiegarle per quale motivo i suoi consigli non funzionassero. Lo facevo per trovare una giustificazione alle cazzate che avevo fatto. Una volta appurato che la situazione in cui mi trovavo non era minimamente colpa mia, potevo cominciare ad affrontare il cambiamento.

Adesso ve lo do io un consiglio, gratis: per trovare giustificazione alle cazzate che fate non c’è bisogno di pagare qualcuno che poi per strada neanche vi saluta.

Ecco, la terapia mi ha aiutato a capire che la vita è un casino, ma il cambiamento è difficile. E costoso.