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Phubbing: io, tu e lo smartphone

L’atto del phubbing (dall’inglese “phone snubbing”) rappresenta il momento in cui, in presenza di una persona, si preferisce stare al cellulare che conversare amabilmente con lei, sino a far cadere quest’ultima in una situazione di disagio, trascuratezza e isolamento.

Sì, siamo arrivati a questo.

Secondo due ricercatori della Bayor (immaginatemi che vi dica tutto ciò con camice, occhiali da vista e fare saccente) che hanno voluto approfondire lo studio di questo fenomeno, i dati raccolti sulla dipendenza da telefono sono talmente allarmanti da aver denominato la ricerca “My life has become a major distraction from my cell phone: Partner phubbing and relationship satisfaction among romantic partners” / la mia vita è diventata la maggiore distrazione dal mio smarthpone: Partner phubbing e soddisfazione relazionale.

Se vogliamo a nostra volta semplificare maggiormente: come sono diventato asociale e come la vita reale mi interessi come un sacchetto bucato alla cassa.

Da dove nasce l’origine della fregatura? La motivazione va cercata “nell’illusione della gratificazione virtuale” che la rete può dare, con followers inutili, compensatori di ego, che lasciano il tempo che trovano.

Da lontano posso intravedere Freud che annuisce severo, boccheggiando con la pipa.

Il vuoto comunicativo si è fatto così importante da far perdere l’attenzione dell’interlocutore vero, in carne ed ossa nella bellezza delle sue imperfezioni, come un partner, un familiare o un collega.

E mentre c’è quello che vuole parlarti del suo viaggio in Nuova Zelanda tra aborigeni, tarantole letali e avventure alla Indiana Jones, o semplicemente e orgogliosamente vuole raccontarti del suo nuovo lavoro figo, tu verifichi se la solita persona, che ha inventato mille scuse per non incontrarti, ha visualizzato o meno il tuo messaggio. Oppure se hanno commentato la crostata di mele fatta con tanto affetto dalla persona che ti è di fronte, che l’assaggia senza te.

Per non parlare degli slalom fatti per strada tra i passanti per non abbracciarli per sbaglio, perché distratti dallo schermo. E tutte quelle volte che ogni giorno nel solito percorso abitudinario si nota quella persona interessante ma gli sguardi non si incrociano mai, perché la batteria regge ancora.

Il 48% delle persone ha dichiarato di utilizzare il telefono a tavola.

Ora, abbiate la forza di immaginare il restante in che situazione si trova: in bilico tra il solito TG che trasmette per la maggior parte cronaca nera e i suoi commensali davanti lo schermo con la faccia impagliata (spero che almeno la carbonara sia uscita bene).

La solitudine e il disagio che può provare chi non è perennemente al telefono è indicibile e non trascurabile.

Sinceramente mi auguro che chi, sfortunatamente (o fortunatamente) si trova dal lato della non dipendenza, non ceda alla comunicazione virtuale nel momento in cui l’altro fa phubbing ma piuttosto consideri se è il momento di alzarsi ed andarsene motivando il perché. L’ho visto fare una volta da una donna nel bel mezzo di una cena, invece di restare a parlare con le ostriche e il cocktail di gamberi.

Ho visto persone guardarsi intorno con sguardo empatico perché chi era con loro rideva solo davanti ad un video.

Che ricordi ci stiamo creando?

E allora mi vengono in mente le parole di un’anziana signora in viaggio accanto a me che mi chiese curiosissima: “Signorina, ma se si scarica la batteria del telefonino cosa mi raccontereste?”

…dunque, signora mia bella, le racconto di quella volta #piscina, in cui ero circondata da #milionidipersone prese dallo smartphone e dalle foto, sdraiata #apanciaingiù sul telo e son finita parlare con la #formica del #prato?

“Signorina! Ma che dice?! MA ASH CHE?!?”

“SIGNORA VENGA QUA! Selfieeee! #FOTOCONSIGNORA #SIGNORAINVIAGGIOCONME #VIAGGIOONTHEROAD #GRANMAONTHEROAD!”

 

phubbing

L’atto del phubbing  (dall’inglese “phone snubbing”) rappresenta il momento in cui, in presenza di una persona, si preferisce stare al cellulare che conversare amabilmente con lei, sino a far cadere quest’ultima in una situazione di disagio, trascuratezza e isolamento.

Sì, siamo arrivati a questo.

Secondo due ricercatori della Bayor (immaginatemi che vi dica tutto ciò con camice, occhiali da vista e fare saccente) che hanno voluto approfondire lo studio di questo fenomeno, i dati raccolti sulla dipendenza da telefono sono talmente allarmanti da aver denominato la ricerca “My life has become a major distraction from my cell phone: Partner phubbing and relationship satisfaction among romantic partners”  / la mia vita è diventata la maggiore distrazione dal mio smarthpone: Partner phubbing e soddisfazione relazionale. 

Se vogliamo a nostra volta semplificare maggiormente: come sono diventato asociale e come la vita reale mi interessi come un sacchetto bucato alla cassa.

Da dove nasce l’origine della fregatura? La motivazione va cercata “nell’illusione della gratificazione virtuale” che la rete può dare, con followers inutili, compensatori di ego, che lasciano il tempo che trovano.

Da lontano posso intravedere Freud che annuisce severo, boccheggiando con la pipa.

Il vuoto comunicativo si è fatto così importante da far perdere l’attenzione dell’interlocutore vero, in carne ed ossa nella bellezza delle sue imperfezioni, come un partner, un familiare o un collega.

E mentre c’è quello che vuole parlarti del suo viaggio in Nuova Zelanda tra aborigeni, tarantole letali e avventure alla Indiana Jones, o semplicemente e orgogliosamente vuole raccontarti del suo nuovo lavoro figo, tu verifichi se la solita persona, che ha inventato mille scuse per non incontrarti, ha visualizzato o meno il tuo messaggio. Oppure se hanno commentato la crostata di mele fatta con tanto affetto dalla persona che ti è di fronte, che l’assaggia senza te.

Per non parlare degli slalom fatti per strada tra i passanti per non abbracciarli per sbaglio, perché distratti dallo schermo. E tutte quelle volte che ogni giorno nel solito percorso abitudinario si nota quella persona interessante ma gli sguardi non si incrociano mai, perché la batteria regge ancora.

Il 48% delle persone ha dichiarato di utilizzare il telefono a tavola.

Ora, abbiate la forza di immaginare il restante in che situazione si trova: in bilico tra il solito TG che trasmette per la maggior parte cronaca nera e i suoi commensali davanti lo schermo con la faccia impagliata (spero che almeno la carbonara sia uscita bene).

La solitudine e il disagio che può provare chi non è perennemente al telefono è indicibile e non trascurabile.

Sinceramente mi auguro che chi, sfortunatamente (o fortunatamente) si trova dal lato della non dipendenza, non ceda alla comunicazione virtuale nel momento in cui l’altro fa phubbing ma piuttosto consideri se è il momento di  alzarsi ed andarsene motivando il perché. L’ho visto fare una volta da una donna nel bel mezzo di una cena, invece di restare a parlare con le ostriche e il cocktail di gamberi.

Ho visto persone guardarsi intorno con sguardo empatico perché chi era con loro rideva solo davanti ad un video.

Che ricordi ci stiamo creando?

E allora mi vengono in mente le parole di un’anziana signora in viaggio accanto a me che mi chiese curiosissima: “Signorina, ma se si scarica  la batteria del telefonino cosa mi raccontereste?”

…dunque, signora mia bella, le racconto di quella volta in #piscina, in cui ero circondata da #milionidipersone prese dallo smartphone e dalle foto, sdraiata #apanciaingiù sul telo e  son finita a parlare con la #formica del #prato?

“Signorina! Ma che dice?! MA ASH CHE?!?”

“SIGNORA VENGA QUA! Selfieeee!  #FOTOCONSIGNORA   #SIGNORAINVIAGGIOCONME  #VIAGGIOONTHEROAD #GRANMAONTHEROAD!”