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Quando non c’era Google: la madre diagnosta

mamma

Oramai è assodato che se dovessi avere un problema di salute, anche di lieve entità, digitando i sintomi su Google scopriresti di essere al terzo trimestre di gravidanza.

Comunque, oggi ho ingoiato una gomma da masticare per sbaglio.
Sgomento e raccapriccio, perché in testa avevo ancora i retaggi culturali dei nostri torbidi passati.

Una volta, infatti, non c’era Google a sentenziarti che stavi per crepare.
Una volta c’erano le mamme, le nonne e le zie, che puntavano il dito e ti innescavano il pressing psicologico.
E in questo specifico caso “cingommesco”, la parente di turno, dopo averti fulminato con lo sguardo, diagnosticava che, nella migliore delle ipotesi, ti si attaccava nell’intestino per sette anni, altrimenti ti occludeva e ti mandava in gastroenterologia prima, e al Creatore poi.
Che poi, mi dicevo: perché non mi portano in ospedale, allora?
Perché rimangono lì impalate e mi lasciano qui, a cagarmi addosso di paura?

A me comunque ha sempre affascinato questa cosa dei sette anni.

Che poi, sette anni chiusa nell’intestino: tenue o crasso, secondo voi? Qual è l’habitat delle chewing-gum? Dove si annida? Si sceglie un giaciglio caldo in un’ansa e decide che quello sarà il suo posto, oppure vaga nel nulla senza fissa dimora, risalendo la corrente della peristalsi? Ha un’anima anche lei, poveretta? Prende delle decisioni?
Vi immaginate, ingoiarla a dieci anni e averla dentro di sé quasi fino alla vigilia della maggiore età? Diviene parte di te. Una lunga gestazione, peggio di quella degli elefanti.
E quand’è che poi arriva, l’atto di separazione? Quand’è che lei decide che non ce la fa più? Che deve avere una vita? Che, sostanzialmente, le hai rotto i coglioni? C’è un momento, un istante, un millibar di pressione negativa che la rimuove dalla quiescenza e la fa espellere per sempre? Perché proprio dopo sette anni e non dopo sette giorni, quarantotto secondi, cinquantadue ore?
Sono quelle domande alle quali non avrai mai una risposta.

E quella del botulino?
Il botulino era la fredda sentenza che poteva fermare la tua fame inarrestabile, era la spada di Damocle sopra la tua ingordigia.
Una volta mia madre, guardando il tappo del barattolo di marmellata fatta in casa (dopo avermi visto scofanazzarmene beatamente mezzo) mi aveva detto che era gonfio.
Mi disse che avrei avuto massimo quindici giorni di vita, prima di cedere alla tetania muscolare. Comunque, quelle due settimane, me le ero vissute veramente al massimo.

Per non parlare, poi, del bagno dopo mangiato.
Lì proprio, signori miei, apriamo una vagonata de dèmoni che a confronto il vaso de Pandora é ‘na fialetta puzzolente.
Dopo aver azzannato il panino con la frittata (era il must-have dei pranzi fuori porta, per mia madre. In gita scolastica? Panino con la frittata. Giornata al mare? Panino con la frittata. Sarà che il giallo fa allegria, sarà che la proteina dell’uovo la rassicurava nutrizionalmente, ma la frittata era il suo caposaldo)
Dov’ero? Ah sì. Insomma, con l’ultima briciola del panino con la frittata ancora sulla guancia, te partiva l’esodo disperato verso il mare, con gli amichetti che ti trascinavano per il braccio, al grido di guerra: “Andiamooo!”
Mia madre, da lontano: “Nooo! Non andare! Non fare il bagno dopo mangiatoooooooh!”
Ormai la frase la conoscevo, imperterrita continuavo lo stesso a correre.
Lei incalzava: “Te piglia ‘na congestioneeeee!”
Ma neanche questo mi fermava.
Alla fine: “MÒRIIIIIIIIII!
Di fronte alla morte, con l’acqua già al medio polpaccio, mi arrestavo di sasso e tornavo mesta alla sdraia, mentre guardavo gli amichetti che sguazzavano e che, tra parentesi, sono ancora vivi e vegeti.
La morte era il suo asso nella manica.

Non me la scampavo nemmeno in inverno, di questi periodi, dove qualche parente dispettoso mi raccontava che se mangiavo troppi mandarini, poi i semini mi germogliavano nella pancia e mi  nasceva dentro una pianta di mandarini.
Interessante, quest’altra teoria ecologica. Quasi quanto la cingomma, ma qui si rimaneva vaghi sull’eventuale espulsione. Se hai una pianta di mandarini nello stomaco, te la tieni, punto.

Di notte mi svegliavo sudata, aspettandomi da un momento all’altro di vedermi uscire un ramoscello dal naso.

Poi dicono che siamo ipocondriaci.

Quindi gente, per queste feste di Natale, sì a Pandori in varie forme ed accezioni, ma occhio ai mandarini.

[Io,
comunque,
fondamentalmente,
cioè,
alla fine
proprio
di tutto
devo
soltanto
smetterla
di mangiare.]