[:en]scambisti syndrome magazine

Andare in un locale di scambisti per chi – come me – è cresciuta a preghierine non è proprio cosa semplice.

Parti dalla considerazione che è peccato e, anche se non sei certa che Dio ti veda, il dubbio che ti possa vedere qualcuno che conosci ce l’hai.

Nel peggiore incubo, ti immagini in mezzo a un mega orgione, una a caso che ti slinguazza in bocca e tu dici: “Ziaaaa!!! Anche tu qui!!!”…

E non è bello.

Se poi pensi a questi locali come a un ambiente stile “Eyes Wide Shut”, con gente incappucciata, vergini sottomesse, mascherine alla Zorro e musiche psicotiche, sei ancora più lontana dal vero.

Una discoteca.
Trattasi di una banalissima discoteca dove uomini e donne ballano su musiche contemporanee e bevono qualcosa.

Almeno questo ho visto da testimone oculare, la volta che ho avuto modo di andarci.

Una discoteca moderna, bella gente, belle donne, begli uomini.
Un luogo che deve avermi confortata a tal punto da dimenticare persino la più forte delle raccomandazioni della nonna: “Non bere niente che ti ci mettono la droga”.

Dubito che quando nonna me lo diceva pensasse a me in un locale di scambisti. Ma – se tanto mi dà tanto – molto le persone che ci incontri sono le stesse con le quali hai frequentato il catechismo: insomma, dalla Santa Messa alla messa santa.

Dicevamo: una normalissima discoteca.
Almeno fino a una certa ora…

Stavo seduta sulla mia seggiolina, rilassata come può esserlo una con addosso ancora l’impermeabile, la borsetta a tracolla, bevendo acqua dalla bottiglietta di plastica che mi ero portata da casa, quando – a una certa – la pista da ballo si svuota.

E dove sono andati tutti? Sti scambisti che se ne dice male e invece, all’una di notte massimo, se ne vanno tutti a casa a dormire…

Eh, no. No.
Non vanno a casa a dormire.

Le coppie vanno tutte dietro ai tendoni che coprono le quinte.

E noi?… La nostra serata da scambisti la buttiamo?
Andiamo dietro il tendone a vedere.

Eccomi qui.
Dietro le quinte la luce è pochissima, solo ombre, rumori e odori.

Si intravede una cicciatona di gente che guarda un’altra cicciatona di gente che copula: chi nudo, chi meno, chi fa, chi guarda, chi tocca. 

Ah, già. Poi ci sono io: impermeabile chiuso fino al collo e borsetta. L’ombrello l’ho lasciato all’ingresso, speriamo non me lo scambino che qui si sa come vanno le cose.

Più che una scambista, sembro il controllore dell’autobus.

Essendoci poca luce, vige la legge del “Ndo cojo cojo”: in quella serata il mio impermeabile, all’altezza tette e linguine, è stato smanacciato più della pasta della pizza.

Ora vorrete sapere che ho fatto dopo…
E che ho fatto?… Ormai che eravamo lì, potevamo andarcene?…
Facciamo pure noi qualcosa.
Ma che cosa?…

Io che non sopporto essere toccata da chi non conosco nemmeno per un massaggio, che mi danno fastidio gli odori degli estranei, tristemente eterosessuale, nessuna traccia di dolcemente bisex, fallocentrica… E che possiamo fare?

TROVATO. FACCIAMO FINTA.

Ed eccoci lì, maritomio dell’epoca e io, lui sdraiato su una chaise loungue, io a cavalcioni su di lui.

Impermeabile.
Borsetta.
Due mossette.
Qualche gemito.
Un lamento (finto) di soddisfazione.
Fatto.

A dirla tutta, la sensazione è che, avendo da guardare gente nuda e aggrovigliata in nodi umani di tipo marinaro, a noi due non ci abbia cacato di pezza nessuno. Però, il nostro dovere l’abbiamo fatto.

Non abbiamo scambiato molto, è vero. Giusto qualche idea…
Ma grazie comunque della splendida serata!

Beh, ragazzi… Buon proseguimento!…
Noi come siamo venuti adesso ce ne andiamo.

Si chiudano pure i tendoni.[:it]scambisti syndrome magazine

Andare in un locale di scambisti per chi – come me – è cresciuta a preghierine non è proprio cosa semplice.

Parti dalla considerazione che è peccato e, anche se non sei certa che Dio ti veda, il dubbio che ti possa vedere qualcuno che conosci ce l’hai.

Nel peggiore incubo, ti immagini in mezzo a un mega orgione, una a caso che ti slinguazza in bocca e tu dici: «Ziaaaa!!! Anche tu qui!!!…».

E non è bello.

Se poi pensi a questi locali come a un ambiente stile “Eyes Wide Shut”, con gente incappucciata, vergini sottomesse, mascherine alla Zorro e musiche psicotiche, sei ancora più lontana dal vero.

Una discoteca.
Trattasi di una banalissima discoteca dove uomini e donne ballano su musiche contemporanee e bevono qualcosa.

Almeno questo ho visto da testimone oculare, la volta che ho avuto modo di andarci.

Una discoteca moderna, bella gente, belle donne, begli uomini.
Un luogo che deve avermi confortata a tal punto da dimenticare persino la più forte delle raccomandazioni della nonna: “Non bere niente che ti ci mettono la droga”.

Dubito che quando nonna me lo diceva pensasse a me in un locale di scambisti. Ma – se tanto mi dà tanto – molte delle persone che ci incontri sono le stesse con le quali hai frequentato il catechismo: insomma, dalla Santa Messa alla messa santa.

Dicevamo: una normalissima discoteca.
Almeno fino a una certa ora…

Stavo seduta sulla mia seggiolina, rilassata come può esserlo una con addosso ancora l’impermeabile, la borsetta a tracolla, bevendo acqua dalla bottiglietta di plastica che mi ero portata da casa, quando – a una certa – la pista da ballo si svuota.

E dove sono andati tutti? ‘Sti scambisti che se ne dice male e invece, all’una di notte massimo, se ne vanno tutti a casa a dormire…

Eh, no. No.
Non vanno a casa a dormire.

Le coppie vanno tutte dietro ai tendoni che coprono le quinte.

E noi?… La nostra serata da scambisti la buttiamo?
Andiamo dietro il tendone a vedere.

Eccomi qui.
Dietro le quinte la luce è pochissima, solo ombre, rumori e odori.

Si intravede una “cicciatona” di gente che guarda un’altra “cicciatona” di gente che copula: chi nudo, chi meno, chi fa, chi guarda, chi tocca. 

Ah, già. Poi ci sono io: impermeabile chiuso fino al collo e borsetta. L’ombrello l’ho lasciato all’ingresso, speriamo non me lo scambino che qui si sa come vanno le cose.

Più che una scambista, sembro il controllore dell’autobus.

Essendoci poca luce, vige la legge del “Ndo cojo cojo”: in quella serata il mio impermeabile, all’altezza tette e inguine, è stato smanacciato più della pasta della pizza.

Ora vorrete sapere che ho fatto dopo…
E che ho fatto?… Ormai che eravamo lì, potevamo andarcene?…
Facciamo pure noi qualcosa.
Ma che cosa?…

Io che non sopporto essere toccata da chi non conosco nemmeno per un massaggio, che mi danno fastidio gli odori degli estranei, tristemente eterosessuale, nessuna traccia di dolcemente bisex, fallocentrica… E che possiamo fare?

TROVATO. FACCIAMO FINTA.

Ed eccoci lì: maritomio dell’epoca e io, lui sdraiato su una chaise loungue, io a cavalcioni su di lui.

Impermeabile.
Borsetta.
Due mossette.
Qualche gemito.
Un lamento (finto) di soddisfazione.
Fatto.

A dirla tutta, la sensazione è che, avendo da guardare gente nuda e aggrovigliata in nodi umani di tipo marinaro, a noi due in impermeabile non ci abbia cacato di pezza nessuno. Però, il nostro dovere l’abbiamo fatto.

Non abbiamo scambiato molto, è vero. Giusto qualche idea…
Ma grazie comunque della splendida serata!

Beh, ragazzi… Buon proseguimento!
Noi, come siamo venuti, adesso ce ne andiamo.

Si chiudano pure i tendoni.

 

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