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Ma come ti vesti? Ovvero: elucubrazioni filosofiche di una fashionista per sbaglio

ma come ti vesti

E niente, ho scoperto che fisso le persone. O meglio, non è che fisso loro, fisso i vestiti che portano addosso. È proprio una tentazione irresistibile…

Sono al semaforo rosso, mi fermo, alzo gli occhi e guardo la povera malcapitata dall’altra parte della strada soffermandomi su ogni dettaglio, dal cappello alle scarpe.

Scendo dalla macchina appena parcheggiata al lavoro, la mattina, chiudo lo sportello e mi giro verso il tipo che sta scendendo dalla macchina accanto… e lo osservo: colore della camicia, colore della cravatta, colore del calzino, colore della scarpa. Colore della macchina (che già lì, avrei potuto capire il resto prima ancora che lui scendesse dalla vettura).

Entro in Università e si scatena l’inferno… sì, perché questi studenti d’oggi, proprio non sanno vestirsi. No dico, ma puoi metterti un paio di pantaloni color tiffany? A ottobre? Che già se li metti ad agosto al mare mi fai spavento, ma ad ottobre all’Università? Ma che davvero?

E quelle che vengono vestite come per andare a ballare? Come se avessero fatto serata e poi fossero venute direttamente qui… ieri per esempio ne ho beccata una con un top a fascia bianco paillettato e, a vista, bretelle del reggiseno nere con swarovski. Sembrava quelle luminarie che mettono a Natale nelle vie della periferia della periferia: “auguri dai commercianti di via fantocci”, con le stelline atrofizzate.

I maschi – che, lo ammetto, mi interessano meno – hanno sempre, ma proprio sempre, le mutande a vista… che almeno, voglio dire, cambiatevele ogni tanto! Si vede, cavolo, che son le stesse di ieri. O le copri, o le cambi. Facile!

Ma il momento peggiore dell’anno sono le tesi di laurea. In quei giorni, davvero, mi fermo dal fare qualunque altra cosa e mi siedo. Sul muretto fuori dal Campus se fa caldo, sulle panchine in corridoio se fa freddo. E guardo. Per ore. Perché le tesi di laurea sono la fashion week de’ noartri. L’occasione è più facile per gli uomini, va detto: un jeansino blu, una camicia bianca e una cravatta e stai come un modello sulla passerella di Parigi. Ma le donne… le donne no.

L’errore comincia già nel tessuto: gli abiti delle laureande son tutti un frusciare di chiffon, un lucere di taffettà, uno sbuffare di organza. Perché alla laurea si presentano come per il matrimonio della loro migliore amica (che vabbè, un po’ lo capisco, almeno usi il vestito del matrimonio due volte)… Il tutto ovviamente completato da tacco 12 (????) e pochette di raso nero in mano (?????????????????????????). Ma perché? Hai fatto un bignami al posto della tesi e ci sta nella micro-borsa?

Comunque, da questa osservazione partecipante, una cosa l’ho capita: l’abito fa davvero il monaco. Ma non nel modo in cui pensiamo di solito… Non è questione di status symbol. Col vestito che portiamo addosso, diciamo a chi ci sta intorno, praticamente lo urliamo, se sappiamo o non sappiamo stare al mondo.

E a 18 anni è proprio difficile capirlo, ma poi si cresce, graziealcielo, e si passa ai leggings leopardati.ma come ti vesti

E niente, ho scoperto che fisso le persone.

O meglio, non è che fisso loro, fisso i vestiti che portano addosso. È proprio una tentazione irresistibile…

Sono al semaforo rosso, mi fermo, alzo gli occhi e guardo la povera malcapitata dall’altra parte della strada soffermandomi su ogni dettaglio, dal cappello alle scarpe.

Scendo dalla macchina appena parcheggiata al lavoro, la mattina, chiudo lo sportello e mi giro verso il tipo che sta scendendo dalla macchina accanto… e lo osservo: colore della camicia, colore della cravatta, colore del calzino, colore della scarpa. Colore della macchina (che già lì, avrei potuto capire il resto prima ancora che lui scendesse dalla vettura).

Entro in Università e si scatena l’inferno… sì, perché questi studenti d’oggi, proprio non sanno vestirsi. No dico, ma puoi metterti un paio di pantaloni color tiffany? A ottobre? Che già se li metti ad agosto al mare mi fai spavento, ma ad ottobre all’Università? Ma che davvero?

E quelle che vengono vestite come per andare a ballare? Come se avessero fatto serata e poi fossero venute direttamente qui…

Ieri per esempio ne ho beccata una con un top a fascia bianco paillettato e, a vista, bretelle del reggiseno nere con swarovski.

Sembrava quelle luminarie che mettono a Natale nelle vie della periferia della periferia: “auguri dai commercianti di via fantocci”, con le stelline atrofizzate.

I maschi – che, lo ammetto, mi interessano meno – hanno sempre, ma proprio sempre, le mutande a vista… che almeno, voglio dire, cambiatevele ogni tanto! Si vede, cavolo, che son le stesse di ieri. O le copri, o le cambi. Facile!

Ma il momento peggiore dell’anno sono le tesi di laurea. In quei giorni, davvero, mi fermo dal fare qualunque altra cosa e mi siedo.

Sul muretto fuori dal Campus se fa caldo, sulle panchine in corridoio se fa freddo. E guardo. Per ore. Perché le tesi di laurea sono la fashion week de’ noartri.

L’occasione è più facile per gli uomini, va detto: un jeansino blu, una camicia bianca e una cravatta e stai come un modello sulla passerella di Parigi. Ma le donne… le donne no.

L’errore comincia già nel tessuto: gli abiti delle laureande son tutti un frusciare di chiffon, un lucere di taffettà, uno sbuffare di organza. Perché alla laurea si presentano come per il matrimonio della loro migliore amica (che vabbè, un po’ lo capisco, almeno usi il vestito del matrimonio due volte)… Il tutto ovviamente completato da tacco 12 (????) e pochette di raso nero in mano (?????????????????????????).

Ma perché? Hai fatto un bignami al posto della tesi e ci sta nella micro-borsa?

Comunque, da questa osservazione partecipante, una cosa l’ho capita: l’abito fa davvero il monaco. Ma non nel modo in cui pensiamo di solito…

Non è questione di status symbol. Col vestito che portiamo addosso, diciamo a chi ci sta intorno, praticamente lo urliamo, se sappiamo o non sappiamo stare al mondo.

E a 18 anni è proprio difficile capirlo, ma poi si cresce, graziealcielo, e si passa ai leggings leopardati.