noi altrove

Il Blob

gabinetto di Seattle

gabinetto di Seattle

SeattleSe la pioggia di Seattle fosse una persona, sarebbe una di quelle signore logorroiche che incontri dal parrucchiere. Quelle che sbirciano la pagina del settimanale di gossip su cui hai finalmente messo le grinfie, con gli articoli che non oseresti mai leggere perché fingi di avere ancora una dignità. Sarebbe lì, col suo ditino appuntito, a commentare sull’inspiegabile tradimento del calciatore, a chiedermi conferme sugli zigomi dell’attrice, accompagnando il flusso naturale della lettura con una presenza martellante.

Perché la pioggia di Seattle è tenace, non molla. Non consente di dimenticare neppure per un secondo che siamo fatti d’acqua al 90%, e allora tanto varrebbe liquefarsi in una pozzanghera.

foresta vicino a SeattlePoi, però, la luce apre uno squarcio e le punte degli abeti si flettono sotto i raggi, e ti rendi conto che dietro alla prima fila di abeti ce n’è un’altra più fitta, poi un’altra di un colore più acceso, poi altri mille graffi intagliati sulla tela. E la tinta che fino a un minuto prima definivi semplicemente “verde”, perché l’associazione di idee aveva un campo d’azione ristretto (il verde semaforo, il verde bandiera, il verde insalata), altro non era che un’esplosione di sensazioni e profondità, di cui Seattle era solo una delle possibili variazioni. Un verde del genere strapperebbe un applauso persino a una talpa cieca.

Potrei approfondire un tema interessantissimo sul grigio, ma temo diventerei come la pioggia.

Il rischio nei paesi acquosi è proprio questo. Ci si trasforma in quei vecchietti rimbambiti che gongolano delle proprie verità. Ah, la pioggia! Ah, il verde! Ah, il grigio!

Credevo di non aver mai visto tanta acqua, finché il presente non si è imposto con palpitante vivacità. Per smentirmi.

Il gabinetto era nuovamente otturato.

water con sturagabinettoIl che apre una parentesi che ritengo doveroso approfondire. Le tubazioni dei gabinetti americani. O quantomeno, dei gabinetti dell’Eastside di Seattle, gli altri non li ho ancora provati. I tubi di scarico hanno un diametro da spaghetto, sono così stretti da non permettere il transito di alcunché, se non utilizzando lo sciacquone a più riprese. Ci si chiede perché le belle casette dei suburbs, quelle provviste di giardino e ogni gadget tecnologico, non possano essere dotate di tubazioni più agevoli. Perché l’architetto non possa mettersi d’accordo con l’idraulico, o anche con uno scultore di alabastro, per creare il tubo perfetto: quello che consente ai bisognini di percorrere il loro viaggio indisturbati dalle confortevoli pareti di casa al mare aperto. Come in una favola a lieto fine. Eppure, questo connubio di intelletti non è ancora stato raggiunto.

Tant’è che tutti i bagni che mi è stato modo di visitare, sono dotati di stura-gabinetto. Dal modello plateale in plastica a quello più chic in bronzo.

Inizialmente non ci avevo fatto caso: lo scolo intermittente delle grondaie copriva qualunque rumore.

Dal bagno però l’acqua aveva cominciato a fremere.

sciacquoneCome un fiume in piena, anzi, cresceva rabbiosa, gorgogliando fino e oltre l’asse. Nella mia inesperienza, gli attrezzi del mestiere erano semplici oggetti decorativi. Nonostante riconoscessi loro un’utilità, questa mi era giunta solo sotto forma di narrazioni epiche in cui io non mi ero mai dovuta cimentare da protagonista. Non avrei mai pensato che il blob, il fluido mortale, si sarebbe accanito contro di me.

Quindi sono ricorsa all’unica arma in grado di fermare il tempo: l’urlo. Ho gridato con quanto fiato avevo in gola, un boato che ha planato sui rivoli, rimbalzato sulle piastrelle e scosso persino me stessa. Ho ripetuto gli sforzi vocali, alla rinfusa. Poi mirandoli al solo soccorritore pratico che mi veniva in mente: mio marito.

the blobNel frattempo l’acqua aveva invaso tutto il pavimento del bagno e scorreva verso la camera da letto. Mio marito però tardava. Forse non sentiva. O forse, dubbio amletico, non voleva sentire. L’ipotesi era talmente spaventosa da essere rigettata all’istante.

Mi è venuta in mente la favola del bambino che grida: “Al lupo, al lupo!”: tutte le volte che avevo lanciato allarmi per pericoli incombenti. D’altronde, cosa definisce un’emergenza? Se si dà retta all’etimologia, è qualcosa che emerge all’improvviso. Come va a finire non si sa, ma prevenirla nel momento in cui sboccia: quella è l’arte del lungimirante. Con gli occhi rivolti verso ipotetici futuri, io avevo individuato scenari apocalittici in un assortimento di tutto rispetto. Più volte.

All’ennesimo richiamo inascoltato, ho giurato che in futuro mai, avrei chiesto aiuto per cose meno importanti di un possibile affogamento in bagno. Sono corsa al piano inferiore, solo per scoprire che l’acqua gocciolava copiosa dai faretti del soffitto.

struttura di casa di legno a SeattleLa casa, che come tutte le altre case della zona ha una struttura di legno in simil-compensato, era un colabrodo!

Di mio marito non c’era traccia. Ero sola, sola come l’ultima donna sulla terra.

Da un angolo recondito del cervello, ho estratto la forza di volontà per raccogliere un ammasso di asciugamani. Me li sono buttati sulle spalle come quando si parte per il fronte.

In quel momento ha suonato il campanello della porta. Un senso di speranza mi ha sopraffatto, forse era l’idraulico accorso telepaticamente.

Era un omino piccolo, davvero piccolo. Ho chinato lo sguardo per osservarlo, perché nella mia mente l’idraulico aveva spalle possenti e un aggeggio che poteva sturare la carta igienica del mondo.

Ci siamo fissati per un lungo istante, ognuno chiedendosi domande silenziose sull’altro. La sua aveva chiaramente a che fare con la pila di asciugamani che mi coprivano per metà.

furgoncino consegne ups a SeattleSenza proferire parola, mi ha offerto una penna e un foglietto, poi un pacchettino. Solo allora ho notato la scritta “UPS”, consegne a domicilio, sulla sua minuscola t-shirt.

Se non ho pianto, è solo per puro stupore. Non avevo ordinato nulla.

L’ho preso per le spalle e ho fatto ciò che ogni donna impara a fare in circostanze estreme. Ho implorato. “Help!”, ho detto come una naufraga dall’isola.

Non so come, ma l’omino si è impietosito. Un’italiana deficiente, tappezzata di asciugamani, non l’aveva mai vista. La poteva annoverare nel taccuino “bizzarrie della giornata”.

L’omino si è rivelato un concentrato di energia e praticità. In men che non si dica, nonostante il mio resoconto farneticante, ha preso la situazione in mano. Ha armeggiato col water e con lo stura-gabinetto, quello che avevo completamente scordato nel panico, compiendo mirabili acrobazie.

D’un tratto si è udito un risucchio terrificante, quello di un’onda che si ritira dopo un maremoto. Il flusso ha iniziato a scorrere al contrario, l’acqua a scendere visibilmente.

“Yes!” ho esultato, trattenendomi a stento dal battergli un cinque. Ma gli ho offerto un caffè, che ha rifiutato.

carta igienica zenÈ sparito col suo bagaglio di esperienze, pronto per nuovi, emozionanti racconti di Natale davanti al caminetto.

Da allora, il bagno è diventato una specie di santuario della moderazione. La carta igienica guardata con rispetto reverenziale.

Col trasloco, ci siamo lasciati alle spalle la spensieratezza e l’abbondanza da srotolata libera.gabinetto di Seattle

SeattleSe la pioggia di Seattle fosse una persona, sarebbe una di quelle signore logorroiche che incontri dal parrucchiere. Quelle che sbirciano la pagina del settimanale di gossip su cui hai finalmente messo le grinfie, con gli articoli che non oseresti mai leggere perché fingi di avere ancora una dignità. Sarebbe lì, col suo ditino appuntito, a commentare sull’inspiegabile tradimento del calciatore, a chiedermi conferme sugli zigomi dell’attrice, accompagnando il flusso naturale della lettura con una presenza martellante.

Perché la pioggia di Seattle è tenace, non molla. Non consente di dimenticare neppure per un secondo che siamo fatti d’acqua al 90%, e allora tanto varrebbe liquefarsi in una pozzanghera.

foresta vicino a SeattlePoi, però, la luce apre uno squarcio e le punte degli abeti si flettono sotto i raggi, e ti rendi conto che dietro alla prima fila di abeti ce n’è un’altra più fitta, poi un’altra di un colore più acceso, poi altri mille graffi intagliati sulla tela. E la tinta che fino a un minuto prima definivi semplicemente “verde”, perché l’associazione di idee aveva un campo d’azione ristretto (il verde semaforo, il verde bandiera, il verde insalata), altro non era che un’esplosione di sensazioni e profondità, di cui Seattle era solo una delle possibili variazioni. Un verde del genere strapperebbe un applauso persino a una talpa cieca.

Potrei approfondire un tema interessantissimo sul grigio, ma temo diventerei come la pioggia.

Il rischio nei paesi acquosi è proprio questo. Ci si trasforma in quei vecchietti rimbambiti che gongolano delle proprie verità. Ah, la pioggia! Ah, il verde! Ah, il grigio!

Credevo di non aver mai visto tanta acqua, finché il presente non si è imposto con palpitante vivacità. Per smentirmi.

Il gabinetto era nuovamente otturato.

water con sturagabinettoIl che apre una parentesi che ritengo doveroso approfondire. Le tubazioni dei gabinetti americani. O quantomeno, dei gabinetti dell’Eastside di Seattle, gli altri non li ho ancora provati. I tubi di scarico hanno un diametro da spaghetto, sono così stretti da non permettere il transito di alcunché, se non utilizzando lo sciacquone a più riprese. Ci si chiede perché le belle casette dei suburbs, quelle provviste di giardino e ogni gadget tecnologico, non possano essere dotate di tubazioni più agevoli. Perché l’architetto non possa mettersi d’accordo con l’idraulico, o anche con uno scultore di alabastro, per creare il tubo perfetto: quello che consente ai bisognini di percorrere il loro viaggio indisturbati dalle confortevoli pareti di casa al mare aperto. Come in una favola a lieto fine. Eppure, questo connubio di intelletti non è ancora stato raggiunto.

Tant’è che tutti i bagni che mi è stato modo di visitare, sono dotati di stura-gabinetto. Dal modello plateale in plastica a quello più chic in bronzo.

Inizialmente non ci avevo fatto caso: lo scolo intermittente delle grondaie copriva qualunque rumore.

Dal bagno però l’acqua aveva cominciato a fremere.

sciacquoneCome un fiume in piena, anzi, cresceva rabbiosa, gorgogliando fino e oltre l’asse. Nella mia inesperienza, gli attrezzi del mestiere erano semplici oggetti decorativi. Nonostante riconoscessi loro un’utilità, questa mi era giunta solo sotto forma di narrazioni epiche in cui io non mi ero mai dovuta cimentare da protagonista. Non avrei mai pensato che il blob, il fluido mortale, si sarebbe accanito contro di me.

Quindi sono ricorsa all’unica arma in grado di fermare il tempo: l’urlo. Ho gridato con quanto fiato avevo in gola, un boato che ha planato sui rivoli, rimbalzato sulle piastrelle e scosso persino me stessa. Ho ripetuto gli sforzi vocali, alla rinfusa. Poi mirandoli al solo soccorritore pratico che mi veniva in mente: mio marito.

the blobNel frattempo l’acqua aveva invaso tutto il pavimento del bagno e scorreva verso la camera da letto. Mio marito però tardava. Forse non sentiva. O forse, dubbio amletico, non voleva sentire. L’ipotesi era talmente spaventosa da essere rigettata all’istante.

Mi è venuta in mente la favola del bambino che grida: “Al lupo, al lupo!”: tutte le volte che avevo lanciato allarmi per pericoli incombenti. D’altronde, cosa definisce un’emergenza? Se si dà retta all’etimologia, è qualcosa che emerge all’improvviso. Come va a finire non si sa, ma prevenirla nel momento in cui sboccia: quella è l’arte del lungimirante. Con gli occhi rivolti verso ipotetici futuri, io avevo individuato scenari apocalittici in un assortimento di tutto rispetto. Più volte.

All’ennesimo richiamo inascoltato, ho giurato che in futuro mai, avrei chiesto aiuto per cose meno importanti di un possibile affogamento in bagno. Sono corsa al piano inferiore, solo per scoprire che l’acqua gocciolava copiosa dai faretti del soffitto.

struttura di casa di legno a SeattleLa casa, che come tutte le altre case della zona ha una struttura di legno in simil-compensato, era un colabrodo!

Di mio marito non c’era traccia. Ero sola, sola come l’ultima donna sulla terra.

Da un angolo recondito del cervello, ho estratto la forza di volontà per raccogliere un ammasso di asciugamani. Me li sono buttati sulle spalle come quando si parte per il fronte.

In quel momento ha suonato il campanello della porta. Un senso di speranza mi ha sopraffatto, forse era l’idraulico accorso telepaticamente.

Era un omino piccolo, davvero piccolo. Ho chinato lo sguardo per osservarlo, perché nella mia mente l’idraulico aveva spalle possenti e un aggeggio che poteva sturare la carta igienica del mondo.

Ci siamo fissati per un lungo istante, ognuno chiedendosi domande silenziose sull’altro. La sua aveva chiaramente a che fare con la pila di asciugamani che mi coprivano per metà.

furgoncino consegne ups a SeattleSenza proferire parola, mi ha offerto una penna e un foglietto, poi un pacchettino. Solo allora ho notato la scritta “UPS”, consegne a domicilio, sulla sua minuscola t-shirt.

Se non ho pianto, è solo per puro stupore. Non avevo ordinato nulla.

L’ho preso per le spalle e ho fatto ciò che ogni donna impara a fare in circostanze estreme. Ho implorato. “Help!”, ho detto come una naufraga dall’isola.

Non so come, ma l’omino si è impietosito. Un’italiana deficiente, tappezzata di asciugamani, non l’aveva mai vista. La poteva annoverare nel taccuino “bizzarrie della giornata”.

L’omino si è rivelato un concentrato di energia e praticità. In men che non si dica, nonostante il mio resoconto farneticante, ha preso la situazione in mano. Ha armeggiato col water e con lo stura-gabinetto, quello che avevo completamente scordato nel panico, compiendo mirabili acrobazie.

D’un tratto si è udito un risucchio terrificante, quello di un’onda che si ritira dopo un maremoto. Il flusso ha iniziato a scorrere al contrario, l’acqua a scendere visibilmente.

“Yes!” ho esultato, trattenendomi a stento dal battergli un cinque. Ma gli ho offerto un caffè, che ha rifiutato.

carta igienica zenÈ sparito col suo bagaglio di esperienze, pronto per nuovi, emozionanti racconti di Natale davanti al caminetto.

Da allora, il bagno è diventato una specie di santuario della moderazione. La carta igienica guardata con rispetto reverenziale.

Col trasloco, ci siamo lasciati alle spalle la spensieratezza e l’abbondanza da srotolata libera.