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La fine del sogno americano

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Nella mia serie tv preferita delle ultime settimane, Mozart in the Jungle (su Amazon Prime), una giovane e talentuosa oboista riesce a realizzare il suo sogno di entrare tra le fila della New York Symphony, facendo un’ascesa di tutto rispetto: da assistente di sala, sostituita oboista, concertista, fidanzata del direttore e infine direttrice d’orchestra!

Cenerentola in confronto sta ancora spazzando la cucina…

La storia è avvincente, la musica è spettacolare e i personaggi particolarmente convincenti: un direttore d’orchestra giovane e geniale, una violoncellista che scopre il suo lato sindacalista, una manager che si vergogna del suo lato artistico, e così via. Tutto fila liscio tra prove, concerti, feste, un po’ di sesso, un po’ di droga che gira tra gli orchestrali, e una New York sempre piovosa sullo sfondo.

Ma all’inizio della terza stagione succede l’imprevedibile: per oscure ragioni, la scena si sposta in Italia e compare improvvisamente Christian De Sica… non è uno scherzo… ho proprio detto Christian De Sica, seguito a ruota da una Monica Bellucci in stato di irritazione perenne che interpreta una cantante lirica nel momento del suo ritorno sulle scene.
De Sica è il manager della cantante, ex marito e tuttofare, in una Venezia decrepita quanto loro e malata di finto sfarzo e odore di laguna marcia.

Ora, capirete lo sgomento.
Un po’ come se a ritirare l’Emmy per Fleabag si fosse presentato Terence Hill vestito da Don Matteo, come se alla villa di Downton Abbey suonasse il campanello Vanna Marchi per una televendita porta a porta, come se l’avvocatessa di The Goodwife  fosse interpretata da Edwing Fenech, come se a tagliare anfetamina nello scantinato di casa fosse Lino Banfi al posto di Walter White. E potrei andare avanti all’infinito.

Perché il cinema italiano, quando fa capolino all’estero, riesce a produrre questa visione distorta del nostro paese, con stuoli di servitori dietro alla diva, primedonne capricciose e servitori degni di Arlecchino?

Nella quarta serie la scena si sposta in Giappone, dove si tiene una competizione internazionale per direttori d’orchestra. E anche qui il sospetto di qualche stereotipo viene fuori: la cerimonia del tè, il locale per rilassarsi tenendo in mano i criceti, un robot ultratecnologico in grado di completare il requiem di Mozart.

Ma se la visione dell’Italia è fittizia, e anche quella del Giappone puzza un po’, non è che pure l’immagine di New York che ci propinano da oltre oceano sia un tantino stereotipata?

E io che ci stavo per cascare.

Non è vero che negli Stati Uniti una oboista di fila riesce a entrare in una grande orchestra, non è vero che il direttore si innamora di lei, non è vero che riesce pure a coronare il suo sogno di provare a dirigere. Ecco svelata la farsa: se noi esportiamo lirica, città d’arte e costumi d’alta moda, se il Giappone esporta le sue tradizioni millenarie condite di tecnologia, gli Stati Uniti non possono che esportare una versione moderna del sogno americano.

Che, evidentemente, a New York non esiste più da tempo.

Siamo noi che continuiamo a vederlo, in differita.