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È nata prima la Sindone o la Syndrome?

Syndrome, sindone, Syndrome Magazine

Che vuol dire Syndrome?

SindRomi…  SindoMi… SinTomi… SinDoNi… Sindromi… Sindoni…

Lo ammetto. Inizialmente pensavo alla sindone: Sindone Magazine
Nel mio approccio giocoso o immaginifico con la parola e con il suono, vedevo quello, nel titolo del magazine: la SINDONE!
Lo traducevo così. La Sindone. O quel che resta di un corpo, tolta la roteante e rumorosa r.
La sindone di una donna. O quel che resta di essa (di me stessa?).

Ho incontrato Charlie in un luglio infuocato. Quelli milanesi.
Che ti sciolgono.
E l’odore del profumo si mischia con quello di quel che resta sui sedili dell’auto o del tram.
A seconda della vita che s’incontra.

Bellissima, Charlie.
Come quelle donne piene. Che sai e senti che hanno attraversato sindoni e sindromi per raggiungere quella forma.
Parliamo tanto. Mi diverte.
E prima che io dichiari la mia sindrome, lei dice: “Sì, sei decisamente una Syndrome”.
Eppure io continuo a vedere la sindone. La mia.

Poi vado a casa e le mando dei pezzi. Vecchi. Pieni di Sindromi.
Le comiche dell’amore.
Ma non erano pezzi tutti così comici. Perché in quella fase io mi prendevo molto sul serio!
La mia sofferenza doveva avere una dignità… !
Tutto quello che avevo fatto per quell’uomo! Era il mio modo di esistere attraverso il corpo di un altro.

Poi Charlie mi inserisce in Cucina, il gruppo virtuale dove nasce e si sviluppa Syndrome.
E io non ci capisco niente.
Soffro pure di una forma irrecuperabile di reflusso… Sono terrorizzata.
Che mangerò lì? Che mi Cucineranno? Cosa Cucinerò? E se bevo un prosecco e vomito e muoio lì? Dovranno loro occuparsi della mia sindone?

Troppa responsabilità, per loro… Sono così vive. Formose. Disegnano se stesse con la parola, senza paura e pudori inutili che, invece, io ancora ho.
Allora forse, in fondo, che siano delle donne ad assistere alla morte di quel che resta di una sindrome sbiadita, ma affettuosa, è cosa buona e giusta.

Solo una donna può indicare a un’altra donna la rinascita e un’ipotesi di forma nuova. Non un uomo, come ho sempre pensato e tentato di fare io.

Sono in Cucina ora. Ecco.
Sono assalita da tanti “Benvenuta!” e una follia energetica piena di colori. Donne. Donne. Donne. Sono spaesata.

Io sono attrice. E di ruoli e di vestiti di donne ne ho indossati e indosso tanti. Però poi, tolto quel vestito, resta ancora la sindone. Il sudore.
E divento io. Mi sciolgo in quel sudore e in quel liquido che vorrei congelare, per dargli una forma.

Sto scrivendo uno spettacolo. Non sulla sindone. O anche si.
Sulla sindone e le syndromi.
Chissà chi è nato prima: la sindone o la syndrome?
Per me, intendo. Chissà se è stata la mia syndrome a creare la sindone
Da quella sindone, da quel corpo disegnato, tipo CSI, magari nasce una Donna nuova. Capace di ironizzare sulla Syndrome. Vederla fuori di me. Come quelle che leggo ogni giorno in Cucina.
Che riescono a ridere degli uomini e delle loro sindromi.

La mia è stata amare uomini più o meno uguali.
Soffrivo della cosa della crocerossina, insomma.
Tentavo di salvare loro (poi ho capito che tentavo, in realtà, di salvare me stessa attraverso di loro) e loro mi uccidevano.
E meno male che l’ultimo l’ha fatto davvero.
Su Messanger. Con una puzzetta. “Prrrrrr!”.
Cancellata.
Ha buttato fuori tutte le r possibili, con la sua r moscia (e non solo quella).
Così la sindrome è diventata una sindone. E puzza pure un po’ adesso.

Poi esce il caso Weinstein.
E le ragazze in Cucina scrivono e scrivono.
Non solo loro. Leggo cose sui social “che voi umani…”
E non so mai cosa dire.
Non so mai cosa pensare.
Non mi arrabbio nemmeno più.
Dopo tanti anni di analisi. Anche io. Me too.
Sono una delle tante donne che ha subito una violenza e poi molestie ed è stata zitta.
È andata avanti e in fondo in fondo era più facile accettare.
Perché? Boh. Perché è meglio così. Perché poi ti abitui. Perché è faticoso. Perché nessuno mi avrebbe creduta. Perché è doloroso dire.
Ricordare. Mettere la parola.
E prendersi cura davvero di se stesse.

Poi Charlie mi scrive e dice: “Ti va di scrivere qualcosa?”.
Lo dice in generale.
E mi trovo in difficoltà.
Non perché non mi piaccia scrivere, io amo scrivere.
Scrivo per il teatro. Canzoni. Poesie.
Da bambina scrivevo anche sulle tapparelle (sui muri non ne parliamo…).
E allora scrivo.
Sì, ma scrivo sindoni perché la Syndrome ha rapito la leggerezza.
Che mi appartiene.

Sono una donna, in fondo e per rinascere mi serve anche quella cosa lì… la leggerezza, ecco.

E così mi siedo. Ora. E scrivo.
Con la paura che ogni cosa che io scriva non sia mai così divertente.
È più divertente la sindone, l’idea dell’immagine disegnata tipo CSI sul pavimento della vecchia me. Uccisa per una sindrome dalla r troppo roteante.
Come un boomerang dritto sulla testa.
E poi, di fatto, è capitato davvero. E proprio a teatro.
Mi hanno tirato un faro dritto sulla testa qualche settimana fa. E l’ha fatto un uomo. Lattore che interpreta Enea! Alle prove.

Non so come o perché. Io ero lì. Accovacciata e fiduciosa nel fare la mia parte. Come sempre. Didone. Abbandonata. Appunto. Sindone e sindrome.
Un’altra donna, la Dido, che ha unito le due parole in un’unica paura.
Solo che lei è morta. Davvero. Si è fatta fuori.
Io invece ho iniziato a pensare che se la Dido avesse usato di più il Dildo, magari di Enea, ne avrebbe fatto pure a meno.
Ma ne hanno fatto un’eroina.
In fondo anche io mi sono fatta per anni, di un uomo che di eroina se n’era calata tanta. Non con me.
Ma eroinomani o tossicodipendenti lo si può essere comunque, di qualsiasi cosa.
Anche dell’idea di dover per forza essere un’eroina o quel che un uomo o l’altro dice che devi essere.
O l’eroina di qualche Enea..

Torniamo a Weinstein.
Volevo scrivere di lui per Charlie.
Qualcosa di divertente. Di ironico.
Per lei e le bellissime sindromi che mi fanno compagnia ogni giorno.
Mi sento meno sola. Meno scema. Meno sindromatica.
E io cosa dò a loro?
Ho la sindone. Qui. Davanti a me.
Anche ora che scrivo nel mio spazio teatrale. E non so cosa dire. O scrivere e penso “Ma sarà interessante? Pubblicabile? Divertente?”.

Weinstein… è un ciccione di merda!
Non fa ancora ridere.
Però ora, almeno, vedo quel tipo d’uomo per quel che è.
Un po’ comune, in fondo.
Lui come quello che mi ha uccisa.

Oh… la sindone sta sbiadendo… Puzza meno.

Fa che arrivi una sindrome profumata!