italy

Storie di cuffie, donne e libertà

Prendiamo 3 storie che mi sono capitate.

1. Quest’inverno.
Porto le buste della spesa, ovviamente con la musica nelle orecchie.
È buio, è tardi e il vicolo dove sto camminando è deserto.
Un tizio si affianca a me con un’espressione che non mi ispira fiducia e dice qualcosa. Mi fermo, mi sfilo le cuffie e gli chiedo che vuole. Lui comincia a commentare il fatto che non dovrei portare pesi, che sono tante buste , che non merito di stancarmi, che le donne devono fare ‘altro’, che dovrebbe aiutarmi lui a portare le buste, accompagnandomi a casa.
Il tutto con un tono e un atteggiamento invadenti e un’espressione che mi infastidisce al punto che me la ricordo ancora adesso. Nonostante io gli dica più di una volta di sparire, il tipo continua a camminare attaccato a me, fino a casa.
A quel punto il fastidio è diventato paura.
Arrivata al portone, invece di aprire con le chiavi, suono il campanello, per far capire al tizio di non essere sola.
Il tizio se ne va.

“Enrica non dovevi rispondergli ”
“Enrica ma perché passi per i vicoli? ”
“Enrica ma devi andare prima a fare la spesa o almeno non andare sola”

Mi è stato detto così dai miei che giustamente pensano alla mia sicurezza e reagiscono ‘di pancia’ a una cosa sulla quale -la verità è questa -siamo impotenti. Io e loro.
Peccato che a ragionare cosi siano in tanti anche senza la “scusante” dell’apprensione di genitore.
Passo il resto della serata arrabbiata.

2. Stamattina.
Tremila gradi e buste della spesa. Musica nelle orecchie, al solito. Sono a piedi ma sono in una strada centrale piena, stracolma di gente.
Aspetto di poter attraversare e noto un tizio dall’altro lato della strada che mi guarda con un’espressione che mi ricorda qualcosa. È in bicicletta. Io attraverso, lui mi viene incontro, per attraversare pure lui.
Dopo poco, sento dire qualcosa alle mie spalle. Non so cosa. Mi volto e il tizio in bici è affianco a me. Mi fermo, mi sfilo le cuffie e dico “Che è? ” malcelando una nota dialettale molisana non trascurabile .
È lui. Lo stesso tizio. Lo so. Me lo ricordo. “Ti vedo stanca con quelle buste” “Sei sola, non dovresti portarle” “Ce la fai?” “Ti aiuto”
Una parte di me pensa di caricargli la bici di buste e dire ” Vai, portale a casa, testadicazzo” ma la parte di me sudata e stanca, si infila le cuffie e prosegue dicendo “Non mi serve aiuto”
Il tizio se ne va. Forse perché c’è gente, forse se ne sarebbe andato lo stesso, di sicuro lui non sa che sono la stessa di qualche mese fa perché quella volta me la ricordo io, non lui, perché io ho avuto paura. Non lui.
Lui farà così con tutte.
“Eh ma perché ti sei fermata? ” “Sì, ci sei andata di giorno ma perché sola?” “Non potevi andare in auto?” Perché c’è sempre qualcosa che una avrebbe potuto fare per evitare una certa situazione.
Torno a casa nervosa.

3. Tramonto. Giorni fa.
Torno dalla corsa. Ho la musica nelle orecchie, tanto per cambiare.
Grondo sudore, ho l’affanno e ho lo sguardo perso nel cellulare mentre guardo la app che monitora i km percorsi. Sono ancora ferma a cercare di capire come ho fatto a sopravvivere anche stavolta alla corsa, quando un’auto mi passa accanto e si ferma. Me ne accorgo con la coda dell’occhio ma non ci penso. Mentre sistemo il cellulare nella tasca, per tornare a casa, noto il finestrino dell’auto che si abbassa. Sto per incamminarmi quando mi sento chiamare “Scusi, scusi”
Sfilo le cuffie. “Vorrà un’informazione, poverino casca male, io mi perdo anche alla Coop” penso . “Dimmi” dico.
Il tizio mi fa cenno di avvicinarmi con un gesto della mano.
Mi irrigidisco e sto per allontanarmi quando il tizio mi mostra una rosa enorme, bianca e me la porge dal finestrino, con un’espressione quasi di scuse.
Mi accorgo in quel momento che non sta in un’auto ma in una sorta di furgone. Probabilmente è stato a tagliare erba da qualche parte e gli è avanzata questa rosa. “Ha un profumo di limone strano” dice.
Io mi avvicino al furgone, restando comunque a debita distanza, al punto da sembrare un manichino, mentre mi allungo per prendere la rosa. E fine.
Questo voleva davvero darmi ‘sto fiore che effettivamente odora di limone in un modo incredibile. Voleva fare un gesto carino. E la cosa triste è che io ho pensato al peggio.
Certo, fermarsi per strada con la macchina, richiamare la mia attenzione e chiedere di avvicinarmi con un gesto della mano, come se ci conoscessimo da una vita, non è l’atteggiamento più tranquillizzante del mondo. Ma alla fine lo ha fatto per uno scopo carino. Invece mi sento a disagio per esser stata in malafede .
Torno a casa un po’dispiaciuta.

Ora.
Queste tre storie hanno in comune tante cose che non devo spiegare io perché sono ben chiare a chi le ha provate (tutte le donne- in un modo o nell’altro) e a chi si sforza di ascoltare chi le ha provate.
Ascoltare sul serio, intendo. Agli altri è inutile spiegarle.
Quello che invece non è ancora chiaro e va ulteriormente precisato è che se ho le cuffiette NON DOVETE ROMPERE LE PALLE.

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Prendiamo 3 storie che mi sono capitate.

1. Quest’inverno.
Porto le buste della spesa, ovviamente con la musica nelle orecchie.
È buio, è tardi e il vicolo dove sto camminando è deserto.
Un tizio si affianca a me con un’espressione che non mi ispira fiducia e dice qualcosa. Mi fermo, mi sfilo le cuffie e gli chiedo che vuole. Lui comincia a commentare il fatto che non dovrei portare pesi, che sono tante buste , che non merito di stancarmi, che le donne devono fare ‘altro’, che dovrebbe aiutarmi lui a portare le buste, accompagnandomi a casa.
Il tutto con un tono e un atteggiamento invadenti e un’espressione che mi infastidisce al punto che me la ricordo ancora adesso. Nonostante io gli dica più di una volta di sparire, il tipo continua a camminare attaccato a me, fino a casa.
A quel punto il fastidio è diventato paura.
Arrivata al portone, invece di aprire con le chiavi, suono il campanello, per far capire al tizio di non essere sola.
Il tizio se ne va.

“Enrica non dovevi rispondergli ”
“Enrica ma perché passi per i vicoli? ”
“Enrica ma devi andare prima a fare la spesa o almeno non andare sola”

Mi è stato detto così dai miei che giustamente pensano alla mia sicurezza e reagiscono ‘di pancia’ a una cosa sulla quale -la verità è questa -siamo impotenti. Io e loro.
Peccato che a ragionare cosi siano in tanti anche senza la “scusante” dell’apprensione di genitore.
Passo il resto della serata arrabbiata.

2. Stamattina.
Tremila gradi e buste della spesa. Musica nelle orecchie, al solito. Sono a piedi ma sono in una strada centrale piena, stracolma di gente.
Aspetto di poter attraversare e noto un tizio dall’altro lato della strada che mi guarda con un’espressione che mi ricorda qualcosa. È in bicicletta. Io attraverso, lui mi viene incontro, per attraversare pure lui.
Dopo poco, sento dire qualcosa alle mie spalle. Non so cosa. Mi volto e il tizio in bici è affianco a me. Mi fermo, mi sfilo le cuffie e dico “Che è? ” malcelando una nota dialettale molisana non trascurabile .
È lui. Lo stesso tizio. Lo so. Me lo ricordo. “Ti vedo stanca con quelle buste” “Sei sola, non dovresti portarle” “Ce la fai?” “Ti aiuto”
Una parte di me pensa di caricargli la bici di buste e dire ” Vai, portale a casa, testadicazzo” ma la parte di me sudata e stanca, si infila le cuffie e prosegue dicendo “Non mi serve aiuto”
Il tizio se ne va. Forse perché c’è gente, forse se ne sarebbe andato lo stesso, di sicuro lui non sa che sono la stessa di qualche mese fa perché quella volta me la ricordo io, non lui, perché io ho avuto paura. Non lui.
Lui farà così con tutte.
“Eh ma perché ti sei fermata? ” “Sì, ci sei andata di giorno ma perché sola?” “Non potevi andare in auto?” Perché c’è sempre qualcosa che una avrebbe potuto fare per evitare una certa situazione.
Torno a casa nervosa.

3. Tramonto. Giorni fa.
Torno dalla corsa. Ho la musica nelle orecchie, tanto per cambiare.
Grondo sudore, ho l’affanno e ho lo sguardo perso nel cellulare mentre guardo la app che monitora i km percorsi. Sono ancora ferma a cercare di capire come ho fatto a sopravvivere anche stavolta alla corsa, quando un’auto mi passa accanto e si ferma. Me ne accorgo con la coda dell’occhio ma non ci penso. Mentre sistemo il cellulare nella tasca, per tornare a casa, noto il finestrino dell’auto che si abbassa. Sto per incamminarmi quando mi sento chiamare “Scusi, scusi”
Sfilo le cuffie. “Vorrà un’informazione, poverino casca male, io mi perdo anche alla Coop” penso . “Dimmi” dico.
Il tizio mi fa cenno di avvicinarmi con un gesto della mano.
Mi irrigidisco e sto per allontanarmi quando il tizio mi mostra una rosa enorme, bianca e me la porge dal finestrino, con un’espressione quasi di scuse.
Mi accorgo in quel momento che non sta in un’auto ma in una sorta di furgone. Probabilmente è stato a tagliare erba da qualche parte e gli è avanzata questa rosa. “Ha un profumo di limone strano” dice.
Io mi avvicino al furgone, restando comunque a debita distanza, al punto da sembrare un manichino, mentre mi allungo per prendere la rosa. E fine.
Questo voleva davvero darmi ‘sto fiore che effettivamente odora di limone in un modo incredibile. Voleva fare un gesto carino. E la cosa triste è che io ho pensato al peggio.
Certo, fermarsi per strada con la macchina, richiamare la mia attenzione e chiedere di avvicinarmi con un gesto della mano, come se ci conoscessimo da una vita, non è l’atteggiamento più tranquillizzante del mondo. Ma alla fine lo ha fatto per uno scopo carino. Invece mi sento a disagio per esser stata in malafede .
Torno a casa un po’dispiaciuta.

Ora.
Queste tre storie hanno in comune tante cose che non devo spiegare io perché sono ben chiare a chi le ha provate (tutte le donne- in un modo o nell’altro) e a chi si sforza di ascoltare chi le ha provate.
Ascoltare sul serio, intendo. Agli altri è inutile spiegarle.
Quello che invece non è ancora chiaro e va ulteriormente precisato è che se ho le cuffiette NON DOVETE ROMPERE LE PALLE.