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Vaginagramma piatto: ormoni in picchiata

vagina

Le gioie semplici della vita.

Un fidanzato? Un gatto che dorme davanti al camino? Carboidrati a volontà senza ingrassare? No.

Cioè, tenendo aperta l’opzione carboidrati, la vera felicità è il ritrovato dialogo con la propria vagina.

Avete presente quei periodi di sofferenza fisica, frustrazione mentale, senso di solitudine, quelli bui delle influenze intestinali? Ecco, in realtà tutte quelle baggianate su una fantascientifica “resistenza al dolore” delle donne rispetto agli uomini sono solo un’arma utilizzata da noi femmine bugiarde e manipolatrici, atte a intimidire il maschio, il quale, per sua natura, non si pone domande più profonde di un “amo’ ( che già qui…) hai riordinato tu le mie mutande? Non trovo più niente”.

Noi soffriamo, dentro – fuori – e in ogni cellula del nostro essere e lo esterniamo anche, ma la manifestazione più importante e frustrante delle nostre terribili afflizioni è interna, spirituale, mistica: la nostra vagina entra in coma vegetativo, si ribalta internamente, immagino che cambi colore, si devascolarizza, in pratica si verifica il temibile “Vaginagramma piatto”.

Accendi la tv, compare Patrick Dampsey e ti chiedi quale prodotto cosmetico usi per quei meravigliosi capelli invece di visualizzare te stessa, saldata al suo corpo, in un groviglio talmente granitico che manco Giucas Casella potrebbe scioglierlo….

Accendi la radio, “credimiiii ancoooraaaa”, ma tu pensi “Spè, come si chiamava quella che ha portato a Sanremo?” invece di visualizzare lembi di pelle mengoniani incastonati in ogni rientranza del tuo corpo….

Ma sì, sfoglio una rivista… “che cazzo di soprabito indossa Lenny Kravitz?” INDOSSA??? INDOOOOSSAAA??? Nella tua mente  dovrebbe indossare TE!

Questi pensieri non sono sani, non sono normali, non sono etici. Che perversione è mai questa, Buon Cielo?!

Niente, riesco solo a pensare a quanti passi mi separino dal water mentre vegetiamo (io e la mia vagina) nel letto e a calcolare il tempo massimo di reazione prima di combinare uno di quei guai che potrebbero compromettere per sempre la stima che ho per me stessa.

Ma poi, il quinto giorno arriva per tutti e scopri di rinascere con sani e rassicuranti pensieri: gli ormoni ricominciano a essere secreti e li senti circolare tra le fibre anchilosate del tuo corpo, hai appetito, sei pronta a recriminare torti subiti nel secolo passato a gente della quale non ricordi neanche il nome e… ops… Lei c’è e ti sta ricordando che l’agente immobiliare davanti al quale giacevi il giorno prima, sfinita dal virus, con due Vuitton sotto gli occhi, in realtà era un pezzo di manzo al sangue, bello sodo e succulento.

Ricordi che in qualche angolo della tua coscienza, una zona morta, un luogo inesplorato del cervello umano stava cercando di avvisarti e in effetti lo fissavi e avevi registrato una serie di dettagli che ora ti tornano in mente, tipo quella sfilza di braccialetti d’oro che addosso a chiunque altro avresti criticato e deriso ma che a lui donavano proprio tanto. Parlava bene, era educato, gentile, un po’ sfrontato, ma soprattutto era un canto delle sirene per organi sessuali (seppur momentaneamente assopiti).

Inutile stare a pensare alla battuta che avresti potuto fare o allo sguardo sexy che lo avrebbe steso, ora necessiti soltanto dell’amica alla quale raccontare l’epilogo di questo lungo e solitario peregrinare, quando finalmente tornasti a riveder le stelle e a godere del dolce farneticare della tua vagina.