Qui non si parla di estetica, di come pensi di dover essere per piacere agli uomini, di come interpreti la bellezza di un corpo femminile secondo i canoni del tuo tempo, di te davanti allo specchio di un camerino.

No.

Questo è un trattato di economia.

Sono sempre stata una mangiatrice seriale, con uno stomaco spudorato e un buon metabolismo pronto a supportare i peggiori intenti criminosi alimentari. Dopo alterne e noiose vicende, il numero della mia taglia ha cominciato ad aumentare e un certo giorno, è diventato un problema.

Per anni ho frequentato con disinvoltura e noncuranza i negozi che mi assicuravano vestiti giusti per le dimensioni del mio ego e della mia lievitata “femminosità”; abiti difficili da scovare perché ogni donna si arrotonda in punti e maniere imprevedibili. Dio-solo-sa come diavolo ti può cascare una maglietta avvitata, che se la prendi dritta sembra che ti abbiano appena scaricato con l’indifferenziato, ma se ti stringe due centimetri più giù potresti fare da testimonial alla Michelin, che poi, alla donna prima di te stava come una buccia con la sua fava, ma tu hai i tuoi preziosi depositi per i tempi di carestia spostati qualche centimetro più giù e così, la maglietta che ti avrebbe garantito una vita migliore (intesa come parte anatomica) la puoi archiviare tra i “ma figurati, faceva anche cagare tuttosommato“.

In sintesi, tocca trovare spacciatori di tessuti mirabili e meravigliosi, in grado di soddisfare le specifiche caratteristiche di ognuna, visto che i nostri magnifici organismi decidono di nascondere le riserve di grasso in punti imprevedibili (battaglia navale, avete presente?) e non così standard come vorrebbero farci credere certi schemini che troviamo sui social (e tu? Che donna sei? Donna Botte o Pera?). Tutto complicatissimo!

 

Tutto questo ha un costo, in termini di tempo passati a sudare nel camerino, dentro e fuori da cose strette che ti si appiccicano addosso perché la commessa pensava di farti cosa gradita assicurandoti che “si, lei signora entra perfettamente in questa taglia, scherza? Provi!” E io che ho affinato per anni le mie armi di difesa, perfezionando i migliori sguardi, la voce ferma, il tono deciso ma calmo nei migliori “la ringrazio, ma proverò la taglia che le ho chiesto, non me ne porti altre”. Potrei creare un manuale.

Ma soprattutto, tutto ciò ha un costo in termini di denaro.

Un capo poco costoso, con linee molto elementari, cuciture discrete, non sarà un capolavoro ma starà comunque bene a una donna con poche curve, svincoli, complicazioni varie e imponderabili da casello a casello. Un percorso lineare insomma. Saggiamente, tali abiti, poco complessi, arrivano al massimo alla 44, forse una 46 (ma potrebbe essere una leggenda). In alcuni negozi avviene la definitiva semplificazione dell’abbattimento del numerino, sostituito da XS, S, L e XL, ma non lasciatevi impressionare da ciò che sembrerebbe una Extra Large: è solo un esercizio di stile e vuol dire Slim-con-flatulenze-da-espellere.

A Settembre, dopo aver comprato e ristrutturato casa nuova, vagavo con aria dimessa e un portafogli avvilito tra i reparti di un punto vendita Calliope, negozio rivolto a chi può permettersi di spender poco, e possibillmente che non superi il vincolo della 44 (forse 46). Ci dovevo provare e ovviamente mi sono ritrovata in un camerino, arrabbiata e con un graffio enorme su una coscia provocato da una targhetta che non ho potuto evitare. Gli occhi velati per il dolore, lì ho dichiarato, ma più il dispiacere e l’amarezza di non potermi più vestire dove volessi. A seguire, dopo due mesi di me, concentratissima me, cazzo se ce la devi fare me, Bridget Jones me, cammina, corri, proteine e birra (mai senza birra perché intendo restare concentrata sulle cose davvero importanti della vita), settimane di sali sulla bilancia e “c’mon! Mi prendi in giro?” e non ti arrendere perché il culo sodo come quello di una dea scolpito nel marmo nessun cartellino con la taglia potrà mai togliertelo, dopo ore e ore a misurare spazi, tempi e distanze tra me, ciò che voglio essere e il pasto successivo, ho affrontato nuovamente quel camerino.

Sono tornata e mi sono data un tempo e un obbiettivo: massimo mezz’ora per provare un unico paio di jeans e portarmelo a casa. Uno economico. Uno qualunque. Uno a caso. Indossarne uno per educarli tutti.

Ho cercato tra le corsie, un regular, una cosa che non avesse particolarità, senza alzaculo (come chiamate quelle particolari cuciture che danno l’illusione di rinvigorire la chiappa svenuta? Dite “alzaculo” e qualunque commessa capirà), senza velleità, senza personalità. Ed eccoli, i jeans neri, regular, vita media, stretti sulla coscia e larghi sotto, taglia XL. Mi entrano. Neanche mi guardo, basta la sensazione del bottone che si chiude serenamente e senza sbuffarmi contro. Dopo anni, compro un capo con una spesa accettabile di 29.99 euro e mi ripropongo di tornare in quel negozio dopo le vacanze di Natale per ripetere l’operazione, riuscendo stavolta a spuntarla con una L.

Esco dal negozio avvolgendomi al collo una stola immaginaria, con un incedere trionfante che nemmeno la regina di Saba, sulle note del Bolero di Ravel, circondata da raggi di sole, rigorosamente autoprodotti attraverso le ghiandole sudoripare.

Si, perchè in realtà, somigliare alla stupenda Claudia Schiffer non è mai stato il mio obbiettivo; per ragioni che mi sfuggono, sono sempre stata una che piaceva, fin da quando ero ragazzetta, belloccia e non ancora particolarmente sicura di me.

No signori.

La verità è che volevo solo entrare in un paio di jeans che costassero meno di 30 Euro e credetemi, riuscire ad indossarne uno da 29,99 ha quasi un sapore pornografico.